Harryness. Il Natale nel segno del vuoto interiore

I protagonisti di Harryness (photo: Emiliano Boga)
I protagonisti di Harryness (photo: Emiliano Boga)

I doni, i profumi, i colori. Il cenone, la messa di mezzanotte. Il tepore delle famiglie che si ritrovano unite al calore di un camino, o brindano sotto l’albero addobbato. Il Natale è mille occasioni per stupirsi e fare baldoria. Ma non per tutti le feste natalizie sono una pausa spensierata. Per alcuni sono la cassa di risonanza di disagi profondi. E l’occasione per riflettere sulla propria solitudine, avvitandosi in pensieri depressivi e ansiosi.

“Harryness”, tratto da “Il Natale di Harry” di Steven Berkoff, con Francesco Leschiera e Simona Migliori, regia di Paolo Trotti, spettacolo che ha concluso l’anno solare al Teatro Linguaggicreativi di Milano, affronta il tema della solitudine nella nostra contemporaneità di rituali e sorrisi stereotipati, di atmosfere luccicanti e gioie imposte. Chi non è conforme a questo cliché, è destinato al malessere e alla tristezza. Il Natale può regalare gioia e serenità; ma non può affrancare totalmente dai disagi che si vivono.

“Harryness” è un mix di nevrosi, ipocondrie, velleità e rassegnazione che caratterizza il quasi quarantenne Harry, protagonista di un conto alla rovescia verso il Natale che è un vortice di tensioni. La scenografia creata da Trotti sembra contemplare gli ingredienti della tradizionale vigilia: una poltrona, l’abito buono, bicchierini per brindare, musiche natalizie (scelte o elaborate da Antonello Antinolfi) come sottofondo ossessivo.


Un pianoforte bianco attende solo di essere suonato. Invece tutto è sinistramente incellofanato. È un persistente trasloco dell’anima, un’ininterrotta condizione di provvisorietà. Un’atmosfera cupa e malinconica aleggia sulla scena come gas inerte.
Harry è un uomo solo, in bilico tra falso sé ed io autentico. Vorrebbe essere spavaldo. Si presenta con piglio reboante e aggressivo. Invece affiorano fragilità, rimpianti, ossessioni. È una spirale di «vorrei ma non posso». Harry ricorda il passato, gli amori finiti, cui prova invano a restituire consistenza. Vorrebbe staccarsi da una madre ossessiva: si rifugia dentro una perenne pusillanimità.
Davanti a lui una Simona Migliori felina è alter ego bizzarro e sornione, coscienza maliarda che infierisce o incoraggia. Sagace e ammiccante, spietata e cinica, la Migliori è angelo e demone: ora incoraggia, ora invita a desistere.

L’identità di Harry è arrendevolezza ai desideri altrui. Semplicemente, Harry non esiste. Si barcamena tra richieste e bisogni fittizi. Incapace di relazionarsi, è vittima del giudizio sociale. Simona Migliori, gatta, pantera, grillo parlante, infierisce sulle sue fisime, esaspera il suo senso d’inadeguatezza.

L’inquietudine diviene sconforto. L’appassire delle luci rende la scena claustrofobica. L’incapacità di amarsi e di scovare nuovi sentieri sprofonda Harry dentro un malessere senza uscita. Quanto più si autoflagella, tanto più il personaggio femminile che gli gravita attorno – cangiante, bizzarro, refrattario – smaschera nuove défaillance. Lei madre, amica, amante, cerca di scuoterlo: finisce per distruggerlo.

Simona Migliori si produce in una prova buffa e istrionica vicina al cabaret. Rivela graffianti capacità di cantante. Leschiera esprime un mix esplosivo di sentimenti laceranti e condizioni esistenziali contraddittorie: la sua è una prova d’attore robusta. La regia di Trotti dosa paure, entusiasmi evanescenti, delusioni persistenti. Le tante virate stilistiche, con sporadiche sortite nel grottesco, mirano a stemperare lo psicodramma. Ma c’è il rischio, talvolta, di disorientare lo spettatore.

HARRYNESS
di Paolo Trotti (tratto da “Il Natale di Harry” di Steven Berkoff)
con Francesco Leschiera e Simona Migliori
regia Paolo Trotti
elaborazioni sonore di Antonello Antinolfi
produzione Teatro Linguaggicreativi

durata: 1 h
applausi del pubblico: 2’ 30”

Visto a Milano, Teatro Linguaggicreativi, il 4 dicembre 2016

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