Fibre Parallele nel futuro nero di Edward Bond

Have I None - Fibre Parallele

Have I None – Fibre Parallele

Fibre Parallele sono senza dubbio tra le realtà più interessanti della nuova scena. Al di là di ogni giudizio di gusto, di loro stupiscono la tenacia, l’essenzialità, il talento recitativo e visivo e la voracità con cui fanno della scena il campo d’azione di una moltitudine di segni.
Ingrediente primario di questa alchimia è l’amore di Fibre Parallele per la drammaturgia, laddove questo termine non si limita al testo (sarebbe ormai anacronistico usare questa lente di definizione), ma indica il corpo complesso di parole e gesti che dà vita a una narrazione. Come un sacco stracolmo di oggetti e frammenti di memoria che viene rovesciato in scena per poi ricomporre stralci di vita e interi immaginari, questo è il “testo” di Fibre Parallele. Mai così gelosi di quelle virgolette.

Il quarto spettacolo prodotto arriva su commissione di Trend, la finestra che da dieci anni il critico Rodolfo Di Giammarco spalanca sulla drammaturgia britannica contemporanea. E stavolta Licia Lanera e Riccardo Spagnulo (che hanno fondato Fibre Parallele nel 2005 dopo già due anni di lavoro insieme) hanno a che fare con le parole di qualcun altro.

“Have I None” (letteralmente, o quasi, “Non ne ho”) è una pièce del 2000 firmata da Edward Bond, uno dei maggiori drammaturghi inglesi di questo cinquantennio. Parte di un ciclo di otto testi di fantascienza ambientati nel 2077, “Have I None” è a sua volta il primo di una trilogia, completata da “Chairs” e “The Under Room”, in cui si mette a fuoco una visione apocalittica delle relazioni umane, in un mondo in cui, nel tentativo di ricostruire un senso alla parola “comunità”, è stato abolito e vietato ogni riferimento al passato e si vive in un paranoico terrore degli estranei.
Nella malata quotidianità di una coppia irrompe il presunto fratello di lei, presentando una foto che li ritrae insieme da bambini. Questo, insieme all’epilogo che qui non sveleremo, sono gli unici pretesti di trama usati da Bond per raccontare un’incomunicabilità totale, la chiusura ermetica in un bunker di diffidenza e rancore alimentato da un malsano attaccamento agli oggetti, trattato dai dialoghi come spunto di assurdità ma anche di ironia.

All’ingresso del pubblico, gli attori già abitano la scena, intenti a preparare il proprio ingresso, scivolando nei corpi dei personaggi come farebbe un minatore nella propria tuta da lavoro, apprestandosi a scendere nelle profondità di una grotta. Abiti di cui in maniera altrettanto manifesta i tre attori si libereranno nel finale. Licia Lanera, che interpreta il marito, si camuffa a vista indossando una parrucca grigia e un paio di baffi posticci, che la rendono irriconoscibile e sotto i quali compone una presenza netta, mimetica e irresistibilmente divertente, pur nella sua natura di bomba a orologeria, resa forse inquietante anche dall’ambiguità sessuale del personaggio. Marialuisa Longo è una moglie schiacciata dalla repressione dei ricordi, con la voce rotta di chi manda troppe cose giù, mentre l’ingresso di Riccardo Spagnulo è, come sempre, una frattura straniante e ben sdraiata al di sopra delle righe.

Eppure il punto non sta tanto nell’analizzare i singoli, ma nell’individuare la tensione che li unisce, attraverso la quale si può avvertire il senso di claustrofobia di un mondo ripiegato su se stesso e al contempo la pressione della realtà esterna, ovattata da quell’assurdo costringersi a non avere legami con il passato. La fotografia che il fratello porta in riprova della parentela, di quel passato insieme, sopravvive (non a lungo) come ultimo baluardo di una libertà fondamentale, quella di ricordare se stessi più giovani. Bruciata quell’opportunità, resta un nodo alla gola e l’aria che, in tre, scarseggia ulteriormente. Ogni momento di solitudine è buono per una ricerca pornografica del metodo migliore per suicidarsi, per poi ripulire tutto, in attesa di riprovarci, stavolta con successo. L’unica liberazione arriverà nel finale, ma i personaggi saranno già svaniti, saranno i tre attori a cantare insieme la stessa canzone, quasi un omaggio funebre a un futuro che speriamo non si verifichi mai.

Per quanto lo spettacolo, orgogliosamente spoglio di orpelli, abbia bisogno di essere rodato nei ritmi e in qualche durata, le soluzioni sceniche e le scelte di linguaggio appaiono molto ben calibrate: una stufa che ondeggia incessantemente da destra a sinistra ha la doppia forza di significare un calore mai sufficiente e di dare a volti e silenzi una luce infuocata che arriva a intermittenza. Il ciclico tornare del chiarore somiglia al passaggio dal giorno alla notte e c’è tempo, in quella piccola oscurità, di cambiare espressione, di prepararsi una reazione che suona di sorpresa, tempo di alzare ulteriori muri, di consolidare silenzi e pause d’ascolto.

Altra fondamentale scelta vincente è quella di trovare una via mediana tra l’assoluta riverenza al testo e al suo linguaggio e le proprie radici linguistiche e stile recitativo. Il rischio è da un lato quello della messinscena poco personale, dall’altro della “appropriazione indebita”, soprattutto quando c’è di mezzo un segno fortemente caratterizzante come la cadenza dialettale. Fibre Parallele ha sempre dimostrato un forte legame con la propria terra d’origine, la Puglia. Nel precedente “Furie de sanghe” si recitava in barese stretto, di cui qui resta potente solo l’accento, fermato come con delle graffette ai dialoghi tronchi la cui musica è peculiare dell’inglese. Eppure non c’è invadenza, la scelta fonetica viene addomesticata da un grande rigore scenico e da un’eccellente energia, tutte caratteristiche con cui Fibre Parallele conferma la propria potenza.

HAVE I NONE
di Edward Bond
regia di Licia Lanera e Riccardo Spagnulo
con: Licia Lanera, Marialuisa Longo, Riccardo Spagnulo
assistente alla regia: Elio Colasanto
oggetti di scena: Modesta Pece
organizzazione: Rosagiulia Scarongella
produzione: Fibre Parallele, Trend, ResExtensa
durata spettacolo: 1h 16′
applausi del pubblico: 3′ 02”

Visto a Roma, Teatro Belli, il 2 aprile 2011

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