Elena Bucci è una Hedda Gabler vittima della tradizione

Hedda Gabler
Hedda Gabler

Hedda Gabler (photo: Luigi Angelucci)

Prendete un dramma borghese: un capolavoro del teatro di fine Ottocento firmato Henrik Ibsen. Operatene un’elaborazione drammaturgica che, puntando dichiaratamente ad esaltare le tinte grottesche di un vacuo interno borghese, non si discosti per nulla (o quasi) da un’architettura linguistica di stampo, per così dire, “convenzionalmente borghese”.
Infine, allestite il tutto all’interno di una scena completamente vuota, delimitata da quattro quadrati concentrici, priva di tutta quella tipica mobilia atta a rappresentare un salotto borghese di una famiglia (e poi non ripeterò più questa parola, lo giuro) borghese.

Un’ora e mezza più tardi, lasciando il teatro, potrebbe sfiorarvi la curiosa sensazione di aver assistito al tentativo di una messa in scena del tutto fedele alla tradizione ma priva del sostegno economico necessario all’acquisto dell’arredo. O forse, a voler essere odiosamente spiritosi (me ne rendo conto e mi scuso), un divano in scena avrebbe favorito l’insorgere di qualche sbadiglio anche negli stessi attori?

Hedda Gabler si manifesta, alla fine del XVIII secolo, come personaggio di rottura, simbolo di un universo femminile dai tratti complessi, insofferente ai costumi dell’epoca, canale espressivo di un’emancipazione che desidera emergere dall’ovattata abitudinarietà di un contesto sociale quasi esclusivamente orientato alla salvaguardia delle apparenze.

Le geometrie di scena, disegnate come un ipotetico ring da Le Belle Bandiere, concorrono a rendere i personaggi pedine di un gioco tragico e universale mosso da rapporti di forza e giochi di potere. Alla totale nudità dello spazio d’azione fanno eccezione otto sedie allineate al fondo, una sorta di angolo, per restare in ambito pugilistico, dove trovar riposo dai duelli combattuti in scena.
Rispetto ad una prima parte piuttosto noiosa, lo spettacolo funziona meglio dal momento in cui viene a delinearsi con maggior decisione l’intreccio ibseniano, complice anche una propensione più marcatamente incline all’azione. Resta, però, una pesante distanza dalle corde emotive dello spettatore, incapace, almeno per quanto concerne il sottoscritto, di cogliere apprezzabili motivi per cui ritenersi favorevolmente impressionati.
Buona certamente la prova di Elena Bucci nel ruolo della protagonista, capace di esprimere forza evocativa e fascino in un recitativo generale spesso appiattito su canoni altalenanti fra accademismo di maniera e derive caricaturali, poco efficaci anche sul piano comico. Suggestive e perfettamente integrate con le geometrie di scena, invece, le luci di Maurizio Viani.

In conclusione, però, lo spettacolo risulta debole: operazione di recupero di un classico indubbiamente difficile da rappresentare, caratterizzato da un linguaggio paradossalmente più distante dalla contemporaneità di quanto non lo sia uno Shakespeare. Non bastano un vuoto straniante e qualche passo di danza a far da anello di congiunzione fra un quadro e l’altro.
Prevale la noia, ed è un vero peccato. Avremmo desiderato fortemente poter raccontare di un Ibsen fatto a brandelli per essere poi ricomposto e riproposto redivivo nella dirompenza che merita, quella di un tragico affresco di una famiglia che, per non dire quel termine, oggi si potrebbe definire… “moderata”?


HEDDA GABLER
di Henrik Ibsen
progetto ed elaborazione drammaturgica Elena Bucci, Marco Sgrosso
regia Elena Bucci con la collaborazione di Marco Sgrosso
con Elena Bucci, Maurizio Cardillo, Roberto Marinelli, Filippo Pagotto, Giovanna Randi, Marco Sgrosso, Elisabetta Vergani
disegno luci Maurizio Viani
costumi Ursula Patzak
produzione: Ctb – Teatro Stabile di Brescia, Le Belle Bandiere in collaborazione con Comune di Russi
durata: 1 h 35′
applausi del pubblico: 2′ 18″

Visto a Torino, Cavallerizza Reale, il 6 febbraio 2009
Fondazione Teatro Piemonte Europa