Hermanas. La commedia di morte di Carol López alla conquista degli ispanici

Strappano il biglietto e sei già dentro. Sono lì, madre e due figlie a commemorare il marito e padre defunto in una camera ardente che è diventato l’ingresso al teatro.
Inizio a scattar foto, per cogliere l’occasione ghiotta; mi riprende subito qualcuno alle mie spalle: che mancanza di tatto, occorre rispettare quel lutto!
Ivonne (l’attrice María Aura) si alza, mi viene incontro, sguardo colmo di dolore: mi guarda e ringrazia d’esser lì a partecipare alla loro perdita.

Inizia così “Hermanas”, in una confusione tra finzione e realtà intessuta dalla drammaturga catalana Carol López, qui anche alla regia, che caratterizzerà tutta l’ora e mezza della sua durata.

Lo spettacolo è arrivato in Messico direttamente dalla Spagna per colmare quest’estate le sale del Teatro López Tarso (raggiungendo le 100 repliche), nel quartiere San Ángel di Città del Messico, ritaglio di paradiso che, per i suoi vicoli, ricorda la bellezza dei percorsi e delle ville del Gianicolo romano.


In Spagna “Hermanas”, oltre ad essere stato un successo di pubblico e critica, aveva fatto incetta di riconoscimenti: Premio Max alla migliore autrice teatrale, due Premi Butaca e due Premi della Crítica de Barcelona. A suo favore c’è un cast di spessore, che dal grande e piccolo schermo è sceso a solcare il palcoscenico di quella che è stata definita “una commedia di morte”, in cui “dalle risate si arriva al pianto”.

In Messico il casting è stato baciato ancora dalla sorte, che ha permesso al testo della López di avere in scena un cast altrettanto importante che, oltre al teatro, si dedica con successo a cinema e televisione: Cecilia Suárez (Inés, la sorella maggiore, senza figli, in perenne crisi di nervi, lasciata dal compagno per una più giovane di lei), Daniela Schmidt (Irene, la mediana, sognatrice, che cammina sul filo sottile dell’autosabotaggio e della morte, con un figlio in cerca di maturità), Rodrigo Cachero (Álex, fidanzato di Irene, pilastro suo e anche della famiglia), María Aura (Ivonne, la sorella minore: energia, trasgressione e sperimentazione allo stato puro, anche maestra di “vita”) e Anabel Ferreira (una madre ancora giovane e desiderosa di vivere).

Mentre il pubblico prende posto in sala entrano sul palco le tre sorelle: “Oggi è un anno esatto che è morto nostro padre”. L’omaggio è evidente, quello allo “Zio Vanja” di Cechov, che si accompagnerà per tutto lo spettacolo al monito “c’è una cosa tanto inevitabile quanto la morte: la vita”.
Ma tra questi riferimenti ideali apparirà anche un’altra opera maestra, “Hannah e le sue sorelle”, che ci ha consegnato nel suo tripudio di ironia e filosofia Woody Allen.

Inizia a muovere i suoi passi con questi rimandi una danza sospesa tra la vita e la morte, con le luci che salgono alle spalle delle tre per elencare gli spazi della scena: un salone e la sua lunga tavola da pranzo, cucina a lato, dove si prepareranno e verranno serviti pasti e drink riappacificatori per una famiglia a cui manca un battito del cuore per raggiungere armonia e perfezione.

Sul fondo una lunga “vetrata” da cui si coglierà la presenza del giardino, della natura, del mondo esterno ma anche interiore, grazie a lampi di luce e scrosci di pioggia che accenderanno e sopiranno i colori e gli umori del giorno e del destino.
Sulle pareti laterali porte si apriranno e chiuderanno: da lì si intuirà il fuoriscena, il tempo che scorre nella presenza dei personaggi sul palco e nell’attesa di quelli assenti.

Tutto si svolge tra quella piccola cucina a vista e la tavola, in un’azione che si apre e si distende di fronte allo sguardo degli spettatori, che diventeranno col passare del tempo e della narrazione sempre più avidi e parte di una sorta di respiro sincopato.
I luoghi diventano ricettacolo di desideri, speranze e dolore mentre, a un anno dalla morte di quel padre amato e mai dimenticato, ancora si sta cercando per quell’assenza una giustificazione, una rotta. Come navi senza bussola, le quattro donne e i due uomini, fidanzato e figlio, ridono e piangono insieme, sovrapponendosi e rincorrendosi come schegge impazzite in un flipper, dove si paga pegno all’extrabonus che, beffardo, ha concesso la vita, cercando di domare e gestire le plurime sfere in gioco.

Le tre sorelle sono lì, protagoniste attive e passive della propria esistenza, e mentre danno voce a tutti i loro tic emotivi, aspettano e accolgono l’arrivo nevrotico della madre, l’ingresso del figlio di Irene, curioso e a caccia di amore tout court, la presenza salvifica, da ago della bilancia energetica e morale di Álex, testimone e custode di segreti e bugie.

Il ricordo va ancora al giorno di quel funerale, a come iniziare a gestire l’assenza. E mentre il tempo prosegue in avanti, si incontrano e scontrano i pezzi di questa scacchiera.

Scorre il tempo, accogliendo anche il desiderio della madre di rifarsi subito una nuova vita: il dramma dell’abbandono del marito e il non sentirsi più “sul mercato” viene fagocitato dal ricostruirsene una di vita, felicità e amore inclusi; e poi il lasciarsi trascinare dai desideri e dalle richieste del momento di Ivonne; Irene e la sua malinconia sottile, dalla cui tela scivolosa precipita per cadere tra le braccia amorevoli e premurose di Álex, per poi risalire e percorrere i territori di un dolore che diventerà ben tangibile, sia per lei che per tutta questa famiglia disfunzionale che continua ad avvilupparsi su sé stessa.

Si abbracciano e si respingono, si inseguono e si sfuggono, si odiano e si amano questi personaggi, mai domi nel loro essere specchio della vita, entrando ed uscendo dalla scena, fisicamente e drammaturgicamente, oltrepassando la quarta parete. E riuscendo a coinvolgere spettatori così numerosi.

“Hermanas” è stato un grande successo di pubblico, che non ha risposto solo al richiamo dei premi spagnoli: il pubblico dei grandi eventi non guarda a queste sottigliezze. Ha bisogno di altro che riempia di “blood and flesh”, sangue e carne, quelle parole che si ritrovano stampate in opuscoli gentili sparsi ai quattro venti.
Certo, gli abitanti del distretto federale di Città del Messico son 25 milioni e passa, e parrebbe sufficiente questo dato per giustificare l’affluenza di pubblico… Ma anche no, perché il quartiere San Ángel non è proprio dietro l’angolo ed è molto meno frequentato rispetto al più noto Coyoacán (dove ha sede l’Istituto di Cultura Italiano, la casa di Frida Kahlo…). Per arrivarci comodamente devi avere la macchina, e già lo sforzo di farsi il segno della croce per buttarsi ad affrontare il traffico di Città del Messico consuma energie.

L’inevitabile primo biglietto da visita, combinato al passaparola feroce seguito alle repliche iniziali, sono i nomi famosi dei protagonisti. Ma ci deve essere qualcosa di più che ha fatto varcare la soglia di quel teatro e rimanere avvinti gli spettatori al testo di Carol López. Intanto la superba maestria, e la soppesata e navigata umanità, nell’alternare riso e pianto, dolore e allegria, comico e tragico; cui si affianca l’abilità delle interpreti, che permette loro di esibirsi in balli e canti da avant spettacolo pop, salire sui tavoli danzando, ironizzare sulle prestazioni dei tecnici del suono non reattivi a sufficienza a rispondere prontamente ai loro ordini dal palco, a quelle luci e musiche che accelerano e rallentano il ritmo dello spettacolo ma anche del cuore e degli umori.

I puristi del teatro contemporaneo, quello più di nicchia e ricerca, certo storceranno la bocca… Ma la domanda che ci facciamo è banale: perché farsi tanti problemi se grazie a “Hermanas” in tanti possono andare a teatro e godere di emozioni che arrivano dirette, immediate, con la capacità di rispondere alla prima esigenza ed essenza per cui nacque il teatro, che è quella della catarsi, di essere più vero della vita, essendo evidentemente finzione?

Per l’ora e mezza di “Hermanas” ci si crede a questa menzogna così vera, perché è fatta bene e non si limita al palco: i rimandi all’esterno ti proiettano dentro a qualcosa di più grande, ti fanno sentire dentro a un meccanismo che scorre e vibra, che parla a tutti, ammiccando forse sì alle telenovelas (del resto l’argentino Spregelburd deve il suo successo alla teatronovela), ma sfruttandone con abilità le regole. E in questo riferimento non si può non pensare al passato della López come direttrice artistica, dal 2010 al 2012, del teatro La Villarroel di Barcellona, fondato nel 1972 con la volontà di creare un teatro “vicino alla classe operaia” e che negli anni ha poi centrato la sua attività sulla drammaturgia contemporanea e gli autori catalani.

Si chiude e si apre con il gusto della morte e delle lacrime in bocca “Hermanas”, ma anche con la speranza che solo la vita che prosegue può consegnare. La morte non spezza l’ambizione di futuro che cresce sul palco e al suo esterno. Come aveva fatto perdere al principio la retta viva, la fa ritrovare al suo finale. Le frequenze emotive si risintonizzano col presente, consegnando a questa famiglia allargata, di cui il pubblico entra a far parte a pieno diritto, qualcosa che difficilmente potrà dimenticare.

HERMANAS
drammaturgia: Carol López
regia: Carol López
attori: Cecilia Suárez, Anabel Ferreira, Rodrigo Cachero, Daniela Schmidt, María Aura, Mariano de la Garza, Alex Zapién

Visto a Città del Messico, Teatro Lopez Tarso, il 13 agosto 2016

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