Hikikomori. La generazione sepolta di Holger Schober

Hikikomori (photo: Michele Lamanna)

Hikikomori (photo: Michele Lamanna)

Autoesiliarsi dal mondo per realizzarsi, vivere nel completo isolamento e abbandono per diventare eroi: è questo che ha deciso di fare H.

H. è un hikikomori, termine giapponese coniato per indicare un fenomeno sociale che porta alcune persone, per lo più maschi adolescenti, ad isolarsi ed escludersi da ogni tipo di rapporto diretto con il mondo esterno. Un fenomeno sociale che in Giappone riguarda ormai circa un milione di persone, ma si cominciano progressivamente a contare sempre più casi anche qui nel vecchio continente, come nel resto del pianeta.

“Hikikomori” è anche il titolo di uno spettacolo che ci porta a sbirciare nella camera di un ragazzo che ha deciso di divenire “contemporaneamente cadavere e becchino”, sottraendosi dalla superficie visibile della massa, e rivendicando il beneficio di un’esistenza senza identità. Unico legame strappato alla solitudine è internet, le chat, una flebo di realtà virtuale a cui attaccare un corpo che rifiuta la realtà fisiologica.

È un cast giovane quello che la Fondazione Teatro Due di Parma appronta per la messa in scena di un testo scritto da un altrettanto giovane drammaturgo austriaco, Holger Schober, con la regia affidata al trentenneVincenzo Picone e il poco più che ventenne Gianmarco Pellecchia in scena, vincitore del Premio Hystrio 2011, coadiuvato dalla veterana Laura Cleri nel ruolo della madre. Giovane come la generazione maggiormente coinvolta dal fenomeno, ma dalle capacità artistiche già mature.

Riunendo il pubblico attorno ad una grata da dove intravvedere la scena, se ne attende l’apertura che condurrà nella tana di H.: la sua stanza, il suo universo riassunto in una camicia di forza abitabile. È un rifugio dai contorni liquidi, metafora della società odierna, ma impermeabilizzata da influssi esterni.

E’ qui che H. si specchia in un pavimento riflettente che lo cela al mondo e a sé stesso. Persino gli oggetti sono confinati agli angoli dello spazio, allontanati per creare il vuoto più indelebile, colmato solo dal monitor dove navigare in internet. 
In questo covo il nostro recluso si produce in un flusso di coscienza da cui analizza lucidamente il suo drastico rifiuto alla vita ordinaria, dimostrando dialetticamente di non essere semplicemente vittima di una patologia mentale, ma un individuo pensante e consapevole, in cui la volontà è stata severamente sospesa, ma non si è arresa.

Ad arrendersi a un certo punto sarà invece la madre, figura a cui è concesso l’esclusivo privilegio di un contatto diretto e pur sempre diviso da una parete, che uscirà sconfitta dagli estenuanti tentativi di redimere il figlio, di convogliarlo verso il tipico conformismo della società che ci vuole tutti divisi tra lavoro, famiglia, sani valori e irreprensibili apparenze. Una madre che non si risparmia nell’impegno sincero e accorato di vedere il “frutto del suo ventre” felicemente realizzato e appagato, ma che si rivela del tutto incapace di uno sguardo diverso, di un minimo di estro con cui comprendere che le aspirazioni al successo che questa società ci impone sono la causa stessa dell’auto-reclusione del suo rampollo. 

Così la deriva di H. finirà col rappresentare la deriva degli ideali di un’intera generazione, intrappolata nelle fragilità e debolezze di una vita succube di egoismi e delusioni, con l’inesorabile scoperta di “non poter essere un eroe” ma la possibilità di un riscatto guardando dentro all’abisso.

Nonostante qualche ingenuità di resa scenica, “Hikikomori” sa diligentemente restituire tutto il disagio di una simile circostanza di costrizione, facendo ben risaltare rabbia, rancori e tensioni che sottendono alla privazione autoimposta di ogni pieno rapporto interpersonale. 
Gianmarco Pellecchia, seppur confinato in uno spazio angusto e sinistro, riesce a risultare notevolmente dinamico, e a rendere capillarmente energica la condizione di segregato.

Ben zavorrato nei punti giusti, lo spettacolo ci consegna una ricognizione appassionata di un fenomeno in rapida ascesa nelle indagini psico-sociali, limitando però al minimo strazianti cliché o vari luoghi comuni che potrebbero facilmente affiorare.
Anche la declamazione finale, il tormentone “la bellezza salverà il mondo”, risulta in fondo la chiosa più adeguata.

HIKIKOMORI. Metamorfosi di una generazione, in silenzio
di Holger Schober
traduzione: Agnese Cornelio
con: Gian Marco Pellecchia, Laura Cleri
spazio scenico: Mario Fontanini
luci: Luca Bronzo
video: Lucrezia Le Moli
regia: Vincenzo Picone
produzione: Fondazione Teatro Due

durata: 1h 11′
applausi del pubblico: 56”

Visto a Parma, Teatro Due, il 26 novembre 2014

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