Hilda. Quando la violenza si imbelletta il viso

Federica Fracassi in Hilda

Federica Fracassi in Hilda

Parlare della condizione femminile oggi, con tutto quello che succede, può essere affrontato in tanti modi. Ed è facile cadere nella banalità, soprattutto quando si scrive uno spettacolo teatrale.
Ecco una cosa che “Hilda” non fa.

Marie NDiaye, vincitrice del Premio Goncourt nel 2009, scrive un testo psicologico, assolutamente attuale, sottilmente crudele, che non scade mai nello stereotipo e ci fa vedere il problema da una prospettiva diversa.
Protagonista è l’anima femminile, quella schiacciata e sottomessa di Hilda, insieme a quella prevaricatrice e crudele della ricca borghese che tenta di educarla, elevarla al suo rango, cancellandone totalmente l’identità.

Cosa succede quando la violenza non è fisica ma morale, e a compierla non sono bruti energumeni ma donne apparentemente sole e fragili e quindi bisognose d’amore? Forse la violenza è perfino peggiore, proprio perché mascherata dalla bella faccia della borghesia, di una persona a modo dall’ampio sorriso accogliente.

Hilda, pur essendo continuamente evocata, non arriva mai, e quasi ci manca la sua presenza, presi anche noi spettatori dal desiderio quasi morboso di vedere come una donna si possa trasformare sotto il giogo di un’altra donna. Una donna che è molto diversa, certo, ma sempre donna è.

L’unico uomo, Frank, marito di Hilda (interpretato da Alberto Astorri) appare debole, spaventato, avviluppato da trame che non riesce a spiegare (né a rompere) di cui tiene i fili la padrona di sua moglie, tanto da sostituirsi a lui lasciandolo solo, in balia dei suoi fantasmi e dei suoi figli, che cercano una mamma che non tornerà più a casa.

Molto brava Federica Fracassi, che non a caso ha vinto il Premio Ubu anche per questo spettacolo, in grado di cambiar registro velocemente e portarci nella mente oscura di una Crudelia Demon moderna, ossessionata dalla ricerca d’amore e pronta a contaminare e a schiacciare qualsiasi cosa incontri sulla sua strada, senza pietà né scampo alcuni.
Un po’ troppo didascalico Astorri, la cui recitazione molto composta e accademica stona con un testo dalla follia quasi beckettiana.

La regia di Renzo Martinelli convince poco, sebbene sia molto interessante il lavoro sul suono che viene fatto direttamente sulla scena da Francesca Garolla. L’attrice mixa infatti sul palco e interpreta con l’uso di oggetti comuni i rumori dell’attesa, dello straniamento, della paura, proponendone versioni efficaci e surreali, proprio come le situazioni che si svolgono davanti ai nostri occhi. Così efficaci che, a volte, ci distraggono dallo spettacolo, in alcuni punti fatto di troppe parole, risultando quindi ripetitivo, quasi ossessivo nei suoi schemi.

Appaiono un po’ inutili i cambi, peraltro sempre uguali (ad eccezion fatta della colonna sonora, che passa da Tenco ai Marlene Kuntz) in cui l’attrice sposta elementi nello spazio, che cambiano l’aspetto della scena solo per una questione estetica e formale, ma mai sostanziale, e quindi, a parere nostro, un po’ vanamente.

Il testo tuttavia è davvero molto appassionante, forse un po’ prolisso in qualche punto, ma la sua forza espressiva, insieme alla bravura della Fracassi, fa soprassedere su queste debolezze, rendendo lo spettacolo senz’altro da vedere.

HILDA
di Marie NDiaye
traduzione di Giulia Serafini
regia: Renzo Martinelli
con: Alberto Astorri, Federica Fracassi e Francesca Garolla
in collaborazione con Face à face – Parole di Francia per scene d’Italia e Institut Français Milano
durata: 1h 25′

Visto a Milano, Teatro I, l’11 novembre 2012


 

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