Homicide House. Buone idee per un dramma mancante

Homicide House (photo: Manuela Giusto)
Homicide House (photo: Manuela Giusto)

“Homicide House”, presentato a Roma la settimana scorsa, è un testo che, in fondo, finisce per parlare del vero significato dell’amore, presentando uno scontro fra i due classici modi di intendere questo sentimento: la tenera quotidianità delle cose, capace di superare le difficoltà e le disdette materiali, o l’assoluto che tutto sconvolge e travolge.

Ma è anche un testo che, più o meno tangenzialmente, tocca gli argomenti delle perversioni contemporanee, della crisi economica, delle psicosi e dei relativismi, delle menzogne necessarie al mantenimento di una rispettabilità sociale e della menzogna in genere come sistema, anche all’interno delle relazioni umane più intime.

I personaggi sono quattro: lui, piccolo commerciante di materiale edilizio; lei, moglie affettuosa, piccolo borghese; il cinico strozzino che presta denaro al protagonista incapace di restituirlo; e un’altra donna, molto ricca, che paga cifre altissime per uccidere vittime volontarie, recuperatele dal suddetto strozzino. Ovviamente il debitore si troverà nelle sue grinfie.


Il testo del giovane Emanuele Aldrovandi, che ha vinto nel 2013 il significativo Premio Riccione “Pier Vittorio Tondelli”, ha già sulle spalle un buon giro italiano, ed è stato ora in scena al Teatro dell’Orologio nel mezzo di una stagione di qualità, solidità e indipendenza, come la precedente.
Segue due altri lavori che di quel premio erano stati insigniti, “Sterili” di Maria Teresa Berardelli (2006) e i “Due fratelli” che nel ’99 significarono l’emersione del drammaturgo Paravidino.

La trama del testo di Aldrovandi prosegue con un imprevisto cambio di linea, per il quale l’assassina scommette con la sua vittima che la moglie non gli perdonerebbe mai, se venisse a saperla, la sua vita di menzogne (egli ha infatti spesso contratto e saldato debiti senza che lei lo sapesse). Ne è così convinta che gli propone di dargli salva la vita se riuscirà a dimostrare nei fatti il contrario. Nel caso in cui si realizzasse invece la sua convinzione, e la moglie rifiutasse di perdonarlo, l’assassina potrebbe sfogare su entrambi la propria perversione di morte.

Peschiamo dalla trama tre punti significativi, ordinati cronologicamente.
Primo: quello in cui lo strozzino cambia le carte in tavola, e non esige più il pagamento del debito per la fine del mese, ma lo vuole anticipato, subito. Il suo sottomesso debitore non può pagare? Bene, lui conosce una donna che paga per ammazzare… L’uomo, senza grandi crisi, accetta di esserne la prossima vittima, a patto di lasciare la moglie nell’ingenua ignoranza.

Secondo: non appena si ritrova di fronte alla sua aguzzina, il protagonista prova a resisterle, finché lei non gli estorce, in una sorta di interrogatorio fatale, sotto la minaccia del dolore fisico, la sua più intima verità. Egli è un bugiardo, un indegno, una merda.

Terzo: l’aguzzina si ritrova innamorata di lui (lo scopriremo nel finale), e gli chiede di abbandonare la moglie, a cui lei stessa, in un tentativo di sabotaggio, ha rivelato la cinica scommessa che ne ha messo in gioco la vita. Così la donna, in pochi minuti, viene a scoprire che il marito è un bugiardo, da sempre, che ha percorso strade nere e imprevedibili, e ha quasi venduto la pelle di entrambi per denaro.

Si tratta di tre nodi fondamentali: un piccolo tesoro – e non è l’unico – per uno scrittore di storie. Nel primo c’è tutto ciò che spinge un uomo a rinunciare coscientemente alla propria vita pur di non far sapere alla moglie, colei che più di chiunque altro dovrebbe conoscerlo, la verità.
Nel secondo l’autocoscienza più cruda, l’auto-epifania dello schifo che ci si ritrova a essere.
Nel terzo il disvelamento della realtà vera di fronte alla finzione del quotidiano, il crollo di un’illusione di vita.

Si potrebbe dire che sono tre frutti magari non così originali, ma degnissimi di sviluppo. Tre input che occorre lavorare attraverso parole, azioni, e in quei tratti di corda che, da nodo a nodo, sono il sistema di un testo, insomma la drammaturgia. Una drammaturgia che, in “Homicide House”, proprio perché è perfettamente oliata, comoda, e mostra una innegabile efficacia di congegno, riesce spigliata al punto da divenire superficiale.

I nodi ci sono, ma sembrano mancare i passaggi, quegli eventi, quelle trovate, se si vuole, quei necessari inciampi, quelle cadute da una situazione all’altra che stringono il sistema, che lo rendono solido e credibile. L’andamento è uniforme. Mancano le accelerazioni e le frenate, gli acuti e i sussurri.

Le parole: anche le parole sono leggere.
L’umiliazione della più intima e vergognosa essenza di un uomo schifoso, vomitata prima che un punteruolo di ferro gli penetri il cervello attraverso un occhio, ce la si aspetta – in teatro – restituita attraverso un’esposizione violenta, magari sommaria ma possente, o almeno capace di mostrarsi vera.
Invece qui pare che le parole di quell’esposizione abbiano piuttosto la fretta di cavarsi dall’impaccio il più rapidamente possibile, anziché il desiderio di toccare nel vivo, sia pure scompostamente, di aggredire chi ascolta con qualcosa che lo chiami davvero in causa. Così come quelle della moglie ingannata: avrebbero bisogno di una forza espressiva sufficiente per rovesciare sulla scena la vita e la verità di una tale scoperta con strumenti caldissimi, che dovrebbero essere già presenti su carta.

L’azione, il gesto, infine, è scarso all’effetto. Si parla di morte violenta, di ricatto, di suicidio, di godimento o sia pure indifferenza nella sofferenza altrui, di amore perverso e totale, di tortura, di menzogne e di autocoscienza.
Gli attori avrebbero a disposizione, per lo meno a livello di temi, più di quanto sarebbe lecito sperare. Ma non mostrano di rendersene conto: galleggiano in un magma tiepido e indifferenziato, che lasciandoli liberi di essere a-problematici e sbrigativi nei confronti di ciò che vanno rappresentando, ottengono il risultato di impoverire il testo e di staccare i protagonisti da qualunque fondale sociale, condiviso, realistico o grottesco. Ciò consente loro, è vero, di assumere varie posizioni nel lavoro, di interagire con la scena e di strapparci talvolta un sorriso, ma rende i loro eventi lontani, troppo garbati, inessenziali.

HOMICIDE HOUSE
di Emanuele Aldrovandi
con Valeria Perdonò, Marco Maccieri, Luca Cattani, Cecilia di Donato
regia Marco Maccieri
scene Antonio Panzuto
costumi Francesca Dell’Orto
disegno luci Fabio Bozzetta
assistente alla regia Pablo Solari
direzione Tecnica Paolo Bett
produzione BAM Teatro / MaMiMò
in coproduzione con Riccione Teatro
in collaborazione con il Comune di Correggio – Centro di documentazione Pier Vittorio Tondelli / Giornate Tondelliane 2014

durata: 1h 10’
applausi del pubblico: 1’ 40”

Visto a Roma, Teatro dell’Orologio, il 16 aprile 2016

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