Horovitz-Paciotto e la ricerca delle radici universali del teatro

Tre famiglie (photo:compagniahorovitz-paciotto.org)

Tre famiglie (photo:compagniahorovitz-paciotto.org)

L’impressione è di essere dinanzi ad un tipo di prosa atipica e decisamente aperta. Potremmo dire… ‘sprovincializzante’.
E non è solo per i contenuti intrisi di quel wiz newyorkese, tipico della prolifica produzione horovitziana, ma anche per il modo in cui il lavoro di Israel Horovitz dimostra di essere stato introiettato dalla messa in scena e dalle prove attorali. Tutte significative ma fra le quali si lasciano notare per precisione ed eclettismo quelle di Francesco Bolo Rossini e di Rossana Carretto, co-protagonisti di “Uomo nella neve”. La compagnia di cui stiamo parlando è la Horovitz-Paciotto.

L’ultimo dei tre atti unici (presentati ai Cantieri Teatrali Koreja di Lecce il 15 e 16 marzo scorso con il titolo “Tre famiglie”) è certamente il più intenso. Un esterno che in realtà è tutto girato, verrebbe da dire, dentro una intima quanto tecnologica comunicazione che avviene nella distanza fisica, in una surreale circostanza di preparazione alla nascita, cui fa da controcanto, nella luce di una simbolica aurora boreale, la impossibile accettazione della morte, se non con la morte stessa. E che funziona bene quindi, accanto ai due atti – decisamente più interni – che lo precedono, “Sei come sei” e “Il voto di Orange”.

Entrambi narrano vicende relazionali che solo una vicinanza semidomestica può contribuire a rendere potenzialmente esplosive: nel primo caso una camera di albergo a rincorrere una surreale situazione di ricongiungimento anaffettivo; nel secondo una sala da pranzo della borghesia francese attorno ad una nonna razzista che (complice lo champagnino del compleanno) rivela qualche trascorso collaborazionista.

Abbiamo raggiunto virtualmente Andrea Paciotto in Messico (dove ha partecipato al Festival Cumbre Tajìn) e abbiamo chiesto al regista di Spoleto, che Klp aveva già conosciuto l’estate scorsa in occasione del primo La Mama Spoleto Open, di raccontarci come nasce questa realtà con i piedi in Italia ma la testa in America. E viceversa.

Andrea Paciotto e Israel Horovitz

Andrea Paciotto e Israel Horovitz (photo: Marco Ghidelli)

L’anno di concepimento è il 2009, in occasione del “70/70 Horovitz’s project”: «Un evento internazionale ideato da alcuni colleghi di una compagnia newyorkese per celebrare i 70 anni di Israel – racconta Paciotto – In Italia non esisteva quasi nulla, e così ho cominciato ad attingere ai testi originali. E mentre mi documentavo sulla biografia di Horovitz due eventi hanno acceso la mia curiosità. Quasi due coincidenze, che ci avvicinavano prima ancora del nostro incontro formale. Il fatto che Israel ebbe il suo battesimo teatrale nel 1967 al mitico La MaMa di New York, dove anche io ho iniziato a compiere i primi passi 30 anni dopo, e quel 1968 al Festival di Spoleto che vide Israel presentare tre dei suoi lavori con alcuni attori allora sconosciuti, fra cui Al Pacino e altri, che da lì avviarono quelle carriere straordinarie che noi tutti conosciamo. Essendo io nato, cresciuto e partito da e ritornato a Spoleto, ho intravisto in questo incrocio di destini qualcosa di significativo».

Effettivamente la buona fortuna ha iniziato a sfiorare anche Paciotto nel 2009 con la “Trilogia Horovitz”, due atti unici inediti (“Beirut Rocks” ed “Effetto Muro”) e “L’indiano vuole il Bronx” (come nel ’68 e di nuovo al Teatrino delle 6), e con la “Suite Horovitz” del 2010 e “10 anni dopo in Paradiso”, un concerto teatrale per voce e violoncello presentato l’11 settembre 2011, a dieci anni dall’attentato alle Torri Gemelle, in diretta su Rai Radio 3.
Una fortuna che ha dunque continuato a vivere nella adesione di Horovitz (entusiasta ambasciatore del proprio lavoro nel Vecchio Continente attraverso una fitta rete di collaborazioni con varie realtà europee) a diventare parte attiva di un progetto permanente, e che attualmente lavora ad una drammaturgia ancora top secret (di cui per ora sappiamo solo che potrebbe diventare uno spettacolo nella primavera del 2014, e che sarà un unico testo completo anziché una composizione di atti unici) ritagliata su misura per la compagnia.

La questione su cui più mi interrogo riguarda tuttavia il lavoro di traduzione. Una questione che mi pare importante poiché avverto una corale complicità fra stage e backstage nella resa finale. «Il lavoro di adattamento (pur iniziando ovviamente dall’originale e passando inevitabilmente attraverso un lavoro di traduzione) non si ferma alla carta stampata. Continua giorno dopo giorno durante le prove. E non è mai uno stravolgimento che destruttura il testo e ne modifica il testo, ma un lavoro di scavo alla ricerca dell’essenziale nei personaggi e nel plot, e di ciò che non affiora nella superficie delle parole. I testi di Israel sono composizioni di battute brevi e rapide, quasi mai esplicative; non raccontano una storia ma sono pezzi di un mosaico che, solo visti in un insieme, lasciano emergere l’immagine totale. E questo è il risultato di un lavoro collettivo: dal design della scena e dei costumi di cui si appropriano gli attori per costruire i loro ruoli alle musiche originali, in questo caso curate da Julia Kent».

Concludiamo la nostra conversazione con Andrea Paciotto incuriositi da questa vicenda messicana che lo ha visto protagonista. «Quello cui sono stato invitato a partecipare è un progetto molto particolare, radicalmente diverso da quelli horovitziani. Collaboro infatti con il Centro delle Arti Indigene di El Tajìn, un importante sito archeologico cerimoniale nello stato di Veracruz. Il primo incontro con questo territorio e con la cultura indigena Totonaca risale al 2000, quando ho iniziato a collaborare con alcuni spettacoli e laboratori che coinvolgevano diversi artisti di queste comunità. Col tempo si è sviluppata una attività teatrale piuttosto vivace, che ha portato alla creazione della Casa delle Arti Sceniche Indigene e di un grande festival interdisciplinare».

Questo lavoro in continua evoluzione fonde insieme danze tradizionali rituali con elementi acrobatici e circensi: «Pochi sanno che gli indigeni già praticavano diverse tecniche acrobatiche prima dell’arrivo degli spagnoli, i quali le hanno poi esportate in Europa, dove oggi fanno parte del moderno repertorio del circo occidentale. E poi vi si ravvisano anche personaggi pittoreschi e un po’ diabolici simili ai nostri clown. L’aspetto per me più interessante riguarda la proposta pedagogica, poiché ho il privilegio di contribuire al piano di sviluppo di una Scuola Permanente di Arti Sceniche ispirata ad un metodo proprio della cultura indigena. Il dialogo che si sta instaurando con gli anziani e gli esperti della tradizione totonaca è estremamente affascinante, e mira al recupero di una funzione rituale del teatro che ha profondissime radici di universalità. Una esperienza per me molto potente ed emozionante, che sicuramente arricchirà in maniera straordinaria gli sviluppi futuri del mio lavoro».

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