Hunt_CDC: le nostre residenze per far crescere artisti e pubblico

Vuoto a_ttendere (photo: Luca Arcangeli e Barbara Sagripanti, studio LightBOX)
Vuoto a_ttendere (photo: Luca Arcangeli e Barbara Sagripanti, studio LightBOX)

Si è concluso in questo week-end il ciclo di residenze artistiche, cuore del neonato Alloggiando Art Fest, il festival di danza organizzato dall’associazione Hunt_Cdc in collaborazione con il Comune di Montecosaro, che sta animando il bel borgo marchiano e il suo splendido teatro, piccolo gioiello incastonato nella piazza del paese.

Gli artisti sono stati selezionati da una giuria guidata da Giorgio Rossi: i tanti progetti sono arrivati come risposta a una call il cui focus era l’utilizzo del teatro nella sua interezza architettonica, con una valorizzazione di tutti gli spazi e non solo del palcoscenico; una delle residenze offerte era riservata a un progetto marchigiano.

Cinque i giorni di residenza e poi di esposizione del lavoro, coccolati da Paolo, anima del teatro che – come un maggiordomo d’altri tempi – accoglie e risolve problemi, ma anche presi in cura dagli organizzatori e dai rappresentanti dell’Amministrazione, sempre presenti e disponibili.
Dalla voce di tutti gli artisti che si sono succeduti nelle tre settimane è emersa una condizione idilliaca, quella ricreata a Montecosaro, per avere la concentrazione giusta, gli spazi adatti e le attrezzature necessarie per lavorare.

Interessanti, nella loro diversità di approccio, i lavori, tutti di artisti giovani, chi alla prima esperienza nel lavoro compositivo di gruppo, chi con una già consolidata condivisione di linguaggio, chi al primo “annusarsi” in una sperimentazione comune.

Il primo lavoro, “Vuoto a_ttendere” di Collettivo Scarti – quello che resta, è forse quello che meglio coglie la necessità richiesta dal bando; la restituzione finale infatti si dipana negli spazi articolati del teatro, partendo dalle logge che gli danno il nome, passando per il foyer e concludendosi sul palcoscenico.
I tre danzatori (Martina Serr, Cecilia Francesca Croce, Lorenzo Aprà Nocentini), con esperienze formative eterogenee, riflettono sulla chiusura forzata dei teatri, su quali echi o memorie possano aleggiare nel loro spazi vuoti e bui. Non mancano anche rimandi alle lotte che i vari movimenti dei lavoratori dello spettacolo hanno portato avanti in questo periodo così difficile, esplicatisi in una danza avvitata a un baule per attrezzature tecniche, e a una sorta di processione tra manifesti di spettacoli che non hanno potuto aver luogo, strappati durante il camminare.

Scaleno (photo: Luca Arcangeli e Barbara Sagripanti, studio LightBOX)

Scaleno (photo: Luca Arcangeli e Barbara Sagripanti, studio LightBOX)

In “Scaleno” di Collettivo Flow, interamente svolto sul palcoscenico, tre autori e interpreti (Irene Saltarelli, Chiara Saltarelli, Andrea Bonelli) lavorano sul concetto di trio, sulle differenze che possono trovare connessioni inaspettate, il tutto giocato sul filo di una danza ricca di materiali compositivi, in cui la cura geometrica dello spazio richiamata dal titolo svolge un ruolo importante, segno di una maturità compositiva probabilmente indotta anche dalla consuetudine di un pregresso lavoro comune.

Elogio del silenzio (photo: Luca Arcangeli e Barbara Sagripanti, studio LightBOX)

Elogio del silenzio (photo: Luca Arcangeli e Barbara Sagripanti, studio LightBOX)

La caratteristica di “Elogio del silenzio” di Nunzio Perricone è invece la volontà di creare due soli, uno performativo/danzato e uno sonoro (curato da Alessandro Floridia), che si possano incontrare, contaminare o ignorare nell’ascolto sottile.
Molti i materiali in scena, utilizzati nel movimento o nella creazione di suoni, in un palcoscenico reso alla sua nudità architettonica, una scenografia composita che rimanda a un lavoro artigianale di ricerca su possibilità altre: altre rispetto ai percorsi già fatti, altre in un approfondimento che nel tempo troverà la sua possibilità.

Le lunghe chiacchierate seguite alla visione, partite dal teatro e continuate nel bar adiacente, hanno evidenziato come queste occasioni siano importanti per avere spazi accoglienti per la ricerca, necessaria in questo campo come in tutti i campi del sapere. Una ricerca che possa essere tutelata in tutti i suoi aspetti, da quello logistico a quello lavorativo. Così come è necessario per questi giovani autori uno sguardo esterno competente che dia rimandi, apra spiragli, fornisca competenze in un settore dove la formazione è da sempre un grande problema, e dove le figure di accompagnamento sono rare.

Altro punto interessante emerso è quello della necessità legata alla restituzione finale, il poter essere in grado di gestire l’esposizione di un lavoro ancora in fieri con l’obbligo che si sente, nel momento in cui c’è un pubblico, di fornire un prodotto finito, un obbligo che porta a eludere la ricerca per ottenere un risultato che “accontenti”, meccanismo che nella fragilità della “prima volta” diventa ancora più evidente. Importanti sono quindi queste occasioni: per gli artisti per avere l’opportunità di un confronto indispensabile per una crescita, per il pubblico per capire il lavoro che sottende allo spettacolo di cui si fruisce, un lavoro che è iscritto nei corpi così come nelle menti e nell’intimo di chi lo propone.

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