I due canti del cigno di Romeo Castellucci

Photo: © Christophe Raynaud de Lage
Photo: © Christophe Raynaud de Lage

Uno dei tanti effetti generati dai lavori di Romeo Castellucci è lo stupore, e “Schwanengesang D744” – ispirato ad un’opera di Schubert – non fa eccezione.

La scena è vuota. Un pianoforte (suonato da Alain Franco) è posto al di fuori del palcoscenico. Al centro, la soprano Kerstin Avemo emerge in un buio che già esprime la sua condizione: solitudine e vuoto.

Sul fondale vengono proiettate le traduzioni degli undici Lieder che verranno eseguiti. La cantante, all’apparenza inespressiva, non è mera esecutrice del canto, ma ne interpreta i sentimenti, quando una sofferenza lancinante ha ormai lasciato spazio al vuoto.

In un tailleur d’altri tempi, e con portamento composto e controllato, la Avemo ha sembianze angeliche ed emana una infinita dolcezza. Rimane quasi sempre immobile, tranne rari momenti in cui innalza il braccio verso il cielo, come per afferrare qualcosa di impalpabile.

Ogni canzone è un racconto, con la propria potenza e una precisa allegoria, nascosta tra elementi eterei e terreni al tempo stesso. Si parla dello splendore della natura, di abbandono, dell’amato o del figlio, di nostalgia per i momenti felici.

L’inizio di ogni canto contiene l’anteprima della sua carica negativa, che va aumentando canzone dopo canzone, in un ciclo labirintico in cui gioia e meraviglia vengono sopraffatte da nostalgia e dolore; arrivati al sesto canto lo struggimento è totale. E’ più o meno allora che si acquisisce una consapevolezza dell’avvenuto abbandono. La metamorfosi rasenta l’ineffabile, ma c’è un’espiazione. Qualcosa di ciò a cui stiamo assistendo è in noi e ne siamo ugualmente dilaniati.

C’è uno sguardo leopardiano su quella Natura che continua a porci di fronte alla sofferenza, ma che al tempo stesso incanta e regala al genere umano immaginazione e capacità di abbandono, facoltà fondamentali per evadere in un istante che può diventare eterno.

“Piangeva e cantava, per il terrore del nulla… finché la vita passò. Questo è il significato del canto del cigno”.

Tra il pubblico, intanto, si è creata un’atmosfera di attesa, dovuta forse anche alle aspettative, alla potenza stilistica, a cui il pubblico di Castellucci è abituato. E’ tutto qui? Sembra chiedersi.
E proprio quando ci si è abituati al momento aulico e lirico, alla dolcezza, allo struggimento dei sentimenti,  solo allora, nella vulnerabilità dell’incanto assoluto, qualcosa ti violenta.

Dopo il settimo Lieder (il canto del cigno), la cantante si volta e avanza verso il fondale. Continua a cantare, si rivolge a Dio, lo abbraccia, si inginocchia, e continua a cantare in ginocchio. E’ a quel punto che in scena appare un’altra donna, Valérie Dreville, il suo doppio, che ugualmente di spalle al pubblico si inginocchia nella stessa posizione e recita enfaticamente parte delle liriche appena cantate. Aggiunge movimenti stilizzati delle braccia, come se stesse compiendo un esercizio, e a breve resterà sola.

“Chi c’è?” chiede voltandosi, e inizia a rivolgersi al pubblico con una pioggia di insulti. “Cosa guardate? Sapete solo guardare! Guardare!” ripete più volte, mentre in sottofondo si sente ancora la registrazione delle canzoni appena udite.

Il dolore si è trasformato in rabbia, e con altrettanta enfasi l’attrice grida il proprio canto del cigno, con trasformazioni del volto e della voce che fanno pensare ad una posseduta, a quel lato oscuro che genera paura. Due opposti di una medesima anima, degli stessi sentimenti, dello stesso strazio.

I corpi sonori di Scott Gibbons vengono lanciati come un tutt’uno di luci e suoni che squarciano il vuoto, riportandoci alla realtà.

Ancora una volta Castellucci affronta il tema dell’essenza della vita e della morte, di Dio e della spiritualità, proponendo l’irrappresentabile come forma di resistenza al nichilismo.

Allo stesso tempo mette in questione la materia teatrale alle sue fondamenta, andando a contaminare la performance con infiltrazioni di altri ambiti. La lirica mette a nudo i sensi di chi interpreta così come di chi assiste, e c’è un ritorno al teatro come forma d’arte primitiva, che include anche un aspetto religioso. C’è un’intuizione spirituale in Castellucci che va oltre la scelta creativa consapevole, e che arriva a toccare alcune corde dell’animo umano difficilmente descrivibili.

Pur se di minore impatto rispetto ad altre performance, l’estetica di questo lavoro è potente ed estremamente tagliente. La prima parte è un vero e proprio affresco, un’immagine eterea che rapisce, grazie anche alla complicità della musica dal vivo. Mentre la seconda, proprio come in “Sul concetto del volto del figlio di Dio”, riassume i limiti e l’impotenza dell’uomo nei confronti della Natura o di un Dio superiore.

Schwanengesang D744

concezione e regia: Romeo Castellucci
musiche Franz Schubert
interferenze Scott Gibbons
collaborazione artistica Silvia Costa
drammaturgia Christian Longchamp
realizzazione dei costumi Laura Dondoli e Sofia Vannini
con Valérie Dréville, Kerstin Avemo (soprano) eAlain Franco (pianista)
produzione Socìetas Raffaello Sanzio
coproduzione Festival d’Avignon, La Monnaie/De Munt (Bruxelles)

Visto a Prato, Teatro Metastasio, il 31 ottobre 2015

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *