I due Foscari: un Verdi in nuce alla Scala

I due Foscari (photo: Marco Brescia & Rudy Amisano)
I due Foscari (photo: Marco Brescia & Rudy Amisano)

Il Teatro alla Scala di Milano ci ha accolto per assistere alla nuova produzione de “I due Foscari”, opera poco nota di Giuseppe Verdi che, appunto per questo, la nostra curiosità ci ha spinto a conoscere più in profondità.

“I due Foscari” nasce su libretto di Francesco Maria Piave, che ritroveremo anche come futuro collaboratore di Verdi per “Rigoletto” e “Traviata”, a sua volta ispirato all’omonima opera in versi di Lord Byron del 1821. La prima assoluta ebbe luogo al Teatro Argentina di Roma il 3 novembre 1844 con esito inferiore alle aspettative del compositore, che giungeva a Roma dopo il trionfo dell'”Ernani”.

L’opera si svolge nella Venezia del 1457 e mette in relazione le vicende del doge Francesco Foscari con quelle del figlio Jacopo, il quale è rientrato illegalmente a Venezia, da dove era stato esiliato, per aver ucciso due parenti di Jacopo Loredano, suo acerrimo nemico e accusatore.
La sentenza, pronunciata dal Consiglio dei Dieci, riconferma il verdetto di accusa. Ed è allora che la moglie Lucrezia, cui neppure il disperato doge, padre di Jacopo, può aiutare – complice un biglietto mentitore che accusa ingiustamente il figlio -, decide di appellarsi al Consiglio, ma inutilmente; invano la donna chiede di poter seguire, insieme ai figli, il marito nell’esilio.

Mentre Venezia è in festa e Jacopo si appresta a partire, giunge un messaggero con la notizia che il vero colpevole ha confessato. Ma Jacopo, addolorato per gli eventi funesti che lo hanno colpito, muore; così come il vecchio padre Foscari (cui il Consiglio, esprimendo un finto cordoglio, ha chiesto di abdicare), mentre viene annunciata l’imminente elezione del nuovo doge.

“I due Foscari” fa parte di un Verdi minore, opera di un artista trentenne che ancora stava affinando le proprie capacità compositive per concepire uno stile autonomo, proprio quello che lo renderà unico nel panorama del melodramma. Ciononostante l’ascolto di quest’opera ce ne ha fatto apprezzare diversi momenti.

Innanzitutto il duetto Lucrezia-Foscari, che conclude il primo atto, già diviso in più sezioni, capace di assicurare lo svolgersi dell’azione drammatica; e poi la concertazione di molte scene d’insieme, le reminiscenze tematiche che accompagnano i personaggi, in special modo il vecchio Foscari, personaggio unico nel suo genere, che rimanda, nel terzo atto, con la sua straziante preghiera, all’omologo Rigoletto, quando chiede conto della morte del figlio al Consiglio dei Dieci.

Se quindi “I due Foscari” può ritenersi un’opera spesso convenzionale, dalla “drammaturgia” non certo complessa, è pur vero che contiene in nuce gemme preziose che sbocceranno più avanti.

L’interesse per l’opera presentata a Milano era rivolta però anche a regia e scene, firmate da un artista che amiamo molto, sia a teatro che nell’opera, di cui avevamo assai apprezzato la resa scenica di “Die Soldaten”: il lettone Alvis Hermanis.

Stavolta tuttavia – lo diciamo subito -, la sua regia non ci ha convinto del tutto, anche se dobbiamo ammettere che le vicende raccontate ne “I due Foscari” non concedevano a Hermanis un particolare estro nel narrarle.
Il regista sceglie di avvalersi soprattutto di immagini per accompagnare gli spettatori nei meandri della vicenda. L’ambientazione veneziana è infatti creata attraverso le proiezioni di Ineeta Sipunova, che rimandano ai maestri della pittura (Carpaccio e Bellini in particolare), mentre pochissimi sono gli oggetti che aiutano i cantanti (vestiti con i costumi ispirati ad Hayez di Kristìne Jurjàne) nelle loro azioni.
Sono soprattutto dei grandi Leoni di San Marco a dominare la scena con la loro ingombrante presenza, a significare la prepotenza del Consiglio dei Dieci, rappresentata anche da mimi con maschere sempre in agguato. Gli stessi mimi che invadono spesso la scena come improbabili gondolieri.

Hermanis, come era negli intenti di Verdi, tende, con i mezzi a sua disposizione (ma ci aspettavamo qualcosa di più), a sottolineare i momenti più intimi della vicenda, racchiusa soprattutto nei rapporti familiari.

Per quanto riguarda i ruoli principali dei cantanti, la curiosità era quasi tutta dedicata al grande tenore Plácido Domingo, qui impegnato come baritono nel ruolo di Francesco Foscari. Nel complesso Domingo supera brillantemente la prova, soprattutto come attore, tratteggiando il suo doloroso dissidio tra uomo pubblico e uomo privato.
Di buona e limpida potenza vocale e dal giusto fraseggio ci è parso anche il tenore Francesco Meli nel ruolo di Jacopo; mentre ci ha convinto meno Anna Pirozzi nel ruolo di Lucrezia Contarini, che fatica spesso a padroneggiare la voce, soprattutto nelle zone più acute.
Ci è piaciuto anche Michele Mariotti (che avevamo già apprezzato sia nel “Guglielmo Tell” rossiniano di Pesaro sia ne “I Puritani” di Bellini del Regio di Torino), che ancora una volta si è dimostrato un direttore sensibile nel sottolineare tutte le sfaccettature musicali presenti, sebbene ancora acerbe, di quest’opera, realizzando un giusto equilibrio tra orchestra e palcoscenico, anche in rapporto al coro, come sempre ben gestito da Bruno Casoni.
In scena ancora il 25 marzo.

I DUE FOSCARI
coro e Orchestra del Teatro alla Scala
Allievi della Scuola di Ballo dell’Accademia
Direttore Michele Mariotti
Regia e scene Alvis Hermanis
Costumi Kristīne Jurjāne
Luci Gleb Filshtinsky
Coreografia Alla Sigalova
Video Ineta Sipunova
Drammaturgo Olivier Lexa

Cast:
Francesco Foscari Plácido Domingo (25 feb.; 1, 4, 9, 12 mar.), Luca Salsi (15, 18, 22, 25 mar.)
Jacopo Foscari  Francesco Meli
Lucrezia Contarini Anna Pirozzi
Jacopo Loredano Andrea Concetti
Barbarigo Edoardo Milletti
Pisana Chiara Isotton
Fante Azer Rza-Zade*
Servo Till Von Orlowsky* (25 feb.; 9, 12, 15, 18, 22, 25 mar.), Modestas Sedlevičius* (1, 4 mar.)

Nuova produzione Teatro alla Scala
Durata spettacolo: 2 ore e 25 minuti incluso intervallo

Visto a Milano, Teatro alla Scala, il 9 marzo 2016

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