I, Malvolio. La vendetta di Tim Crouch sul pubblico

Tim Crouch in I, Malvolio (photo: Fit Festival)

Tim Crouch in I, Malvolio (photo: Fit Festival)

Può capitare di non sentirsi al sicuro seduti sulle poltroncine in sala. E di percepire, nell’istante stesso in cui rivolgiamo il nostro sguardo verso il palco, la sensazione di essere in trappola. Di essere finiti, nostro malgrado, nel mirino di un gioco che non si preannuncia divertente, perché chi lo condurrà ci sta già attendendo al varco, in un angolo della scena, vestito di abiti stracciati e di una strana cuffia da cui spuntano delle corna.
Ci fissa, ci scruta, ci insegue, con un’espressione che è tutto fuorché rassicurante.

Il pubblico può essere manipolato, ci ha invitato a riflettere Simona Gonella mezz’ora prima dell’inizio dello spettacolo, nel corso di un workshop volto ad investigare il ruolo dello spettatore e il significato di ‘vedere’(a teatro, s’intende).
E’ una dinamica a cui si può essere preparati se stiamo per assistere ad uno spettacolo di Tim Crouch. Ma di trovarci coinvolti nella personale vendetta di Malvolio/Crouch forse non ce l’aspettavamo proprio.
“E’ anche la vendetta di un attore contro il pubblico” ci spiegherà lo stesso Crouch a fine spettacolo. E quella di un attore contro il personaggio, potremmo aggiungere noi, riflettendo sulle sue parole: “Malvolio odia il teatro ed è bello mettere qualcuno che odia il teatro in teatro”.

Insomma, le carte che l’attore/autore britannico mette sul tavolo sono tante nel portare in scena una personalissima versione de “La dodicesima notte” di Shakespeare.
“I, Malvolio” – presentato a Lugano all’interno del FIT Festival – fa parte del ciclo di monologhi “I, Shakespeare”, ripreso in Italia negli ultimi anni anche dall’Accademia degli Artefatti, un progetto nato con l’intento di raccontare la grande drammaturgia shakespeariana attraverso il punto di vista di personaggi marginali, figure dimenticate o a cui non è stato dato sufficiente spazio.

Crouch decide di dar loro voce, senza tralasciare il ‘contenitore’ che li ha incubati. E di Shakespeare, difatti, rimane molto. Rimangono le atmosfere, evocate da luci, costumi e scenografia, rimangono le intime lotte e gli scavi esistenziali tanto cari al Bardo.

“I’m not mad, I’m not mad” ripete Malvolio come un mantra all’inizio dello spettacolo, per poi da lì ricostruire la complicata vicenda della commedia e del dramma personale di un servo caduto vittima di uno scherzo crudele: gli è stata recapitata una falsa lettera d’amore che sembra essere stata scritta dalla sua padrona, di cui lui è innamorato.
Lui ci crede, si espone e verrà creduto pazzo, deriso e disprezzato. “Mi vendicherò di tutti voi” è allora l’ultima battuta che Shakespeare affida a Malvolio nella “Dodicesima notte” e il lavoro di Tim Crouch nasce e si sviluppa attorno a questo sentimento punitivo e di rivalsa. Che diventa vendetta metateatrale.

Ecco quindi che Crouch – cui in Italia siamo più abituati a pensare come drammaturgo, mentre stavolta è di fronte a noi in carne ed ossa, sul palco, anche come interprete – ci svela la nostra stupidità (di pubblico), mostrando come ci appaghiamo di cose ridicole.
Bastano espedienti da cabaret per suscitare la nostra ilarità: un bigliettino di scherno appeso sulla schiena, i calzoni rotti in prossimità del didietro o l’esser preso a calci.
“E’così che vi divertite? E’ questo quello che vi piace? Quello per cui paghereste?”.

Crouch/Malvolio calca la mano, fino all’ultimo attacco: chiede a due spettatori di impiccarlo, di tirare la corda (a uno) e di togliere la sedia (all’altro) al suo tre.
Ma il conteggio si fermerà, dopo numerosi tentativi, sempre al due: “Non vi darò questa soddisfazione”.
Così come non ci darà – questa la ‘vera’ vendetta del personaggio/attore – la soddisfazione di accoglierlo, a rappresentazione conclusa. Ci lascerà lì, ad applaudirlo, ad aspettarlo, a domandarci sul da farsi: aspettare? Alzarci? Andarcene? E a sentirci abbandonati, e stupidi.

“Il mio obiettivo – conclude Crouch alla fine del suo breve intervento post-spettacolo – è quello di farvi capire da dove nascono i nostri calci, le nostre frustrazioni. Voglio farvi ridere e, con la mia reazione, farvi sentire male per averlo fatto. E’ una dinamica molto semplice, ma per me appagante”.
E pure noi, paradossalmente, rimaniamo appagati ad esser sciocchi burattini nelle mani di un ‘mostro’ come Crouch.

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