I saltimbanchi di Picasso per un Teatro a Corte

Picasso Parade a Palazzo Madama (photo: Domenico Conte)
Picasso Parade a Palazzo Madama (photo: Domenico Conte)

1905: Picasso, nel momento centrale e più malinconico del suo “periodo rosa”, confeziona una tela di rara bellezza, “La famiglia dei saltimbanchi”. Sei istrioni precipitati in una sorta di deserto asettico e senza tempo. L’artista in quegli anni è attratto – forse ossessionato – dall’arte tragicomica e dagli spettacoli del Cirque Médrano, che ha occasione di vedere a Montmartre.
Da buon pittore, ossequioso della tradizione, produce un florilegio di variazioni sul tema: lo studio “gemello” in tempera e pastelli dal titolo “Famiglia di acrobati”, la serie degli Arlecchini, “La Celestina”.

1922: Rainer Maria Rilke, vate austro-boemo della poesia primo novecentesca, si trova a Muzot, e qui compone la quinta delle future “Elegie duinesi”, dedicata all’autrice Hertha Koenig.
L’opera si lascia influenzare iconograficamente dalla tela di Picasso, producendo una delicata riflessione sull’incomunicabilità e sulla fragilità dell’uomo, rugoso (faltige) e cieco (blindlings). L’elegia si apre così: «Ma dimmi, chi sono, questi girovaghi, questi anche/ un po’/ più fuggitivi di noi, che fin da piccini/ un volere sempre più scontento incalza e torce. Ma, per chi,/ per amore di chi? li torce,/ li piega, li intreccia, li lancia,/ li butta, li acchiappa» (trad. it di Enrico ed Igea De Portu, Einaudi, 1978).

«Con Picasso si compie una rivoluzione – propone Nicola Fano, regista di “Picasso Parade”, produzione della Fondazione Teatro Piemonte Europa – La maschera comica di Arlecchino assume in sé quel valore catartico che fino ad allora era riservato alla tragedia, come nell’Amleto».


E’ questa l’atmosfera, o meglio l’aria oleatea (geölter, per continuare la metafora rilkiana), con cui Fano e i suoi hanno dovuto confrontarsi.
Presentato a Torino presso il Gran Salone dei Ricevimenti al piano nobile di Palazzo Madama (all’interno della rassegna Teatro a Corte, in scena fino a domani), “Picasso Parade” si presenta come una saldatura di narrazione, arte circense e azioni fisiche.
Il titolo – al di là del tributo al Raffaello di Málaga – rimanda anche a quel balletto, “Parade” appunto (del 1917), di Léonide Massine, su libretto di Jean Cocteau.

Sotto le mentite spoglie di un ‘tableau vivant’ si nasconde in “Picasso Parade” un’opera colta. Ma il rischio di incepparsi in questa coltre di richiami e riferimenti è alto: verso la fine dello spettacolo i performer e danzatori rielaboreranno anche un altro quadro meno noto di Picasso, “La deposizione del Minotauro in costume da Arlecchino”.

Se ci soffermiamo sulle cromie e sulle forme, che sono l’elemento più luminoso di questo “quadro vivente”, non possiamo non notare ottimi costumi, filologici, perfettamenti aderenti alla fonte; su quelli di Stefan Sing e di Cristiana Casadio, poi, ci sono anche segni del tempo: macchie e opacità. La resa è ideale.

Una manciata di fari a luce calda rischiara il gruppo pitto-plastico, mentre il pubblico si dispone un po’ accecato attorno alla scena centrale. Arlecchino (Sing) tiene per mano la flessuosa ballerina (Casadio); dietro di loro il malcapitato mamo in vesti rubino (Tiziano Pilloni), vittima dei loro scherzi; poi due cartonati (il ragazzo seminudo con la botte sulle spalle e il bimbo in casacca azzurra); infine, sulla destra, la delicata prima attrice (Carlotta Viscovo) col suo cappellino di paglia ornato di petali color arancio, subito deposto a terra.

Lo spettacolo si svolge entro un perimetro rettangolare, una grande tavola palchettata sui cui angoli sono depositati alcuni oggetti scenici: le scarpe del buffo grassone (sovrabbondante e ingombrato sino alla ‘spoliatio’ finale), le palline bianche da giocoleria in disposizione piramidale, il banchetto che protegge il corposo codice con le poesie di Picasso, declamate a intermittenza dalla Viscovo – l’unica a eludere i confini scenici, intrattenendosi in qualche domanda retorica col pubblico.
La cornice è però anche verticale: il Salone è un tripudio di ori e il trompe-l’œil sul soffitto confonde ancora un po’ le idee, tra vero e artefatto.

Sul versante dei contenuti l’opera propone (quasi in sincronia) due percorsi: mentre il duo danzante (che ha lavorato con Paolo Mohovich a Berlino) si lascia andare ad acrobazie ben eseguite, interrotte talvolta da qualche lieve gag del povero saltimbanco/Pilloni, la vibrante prima attrice, apertamente innamorata del maestro Picasso, ora svela al pubblico qualche notizia sulla sua biografia, ora procede in commenti estemporanei, ora cerca di tessere un fil rouge tra arte e vita.
C’è un uovo ad accompagnarla, simbolo di perfezione e dunque di anti-cubismo. Buono insomma per farci una frittata.

La tavolozza tematica è molto ricca. Sicuramente i momenti più interessanti sono quelli in cui si dà pubblica lettura dei versi, così poco noti, dell’artista. Talvolta si avvertono piccole dissonanze tra “voce narrante”, movimenti e musica: c’è qualche ritardo, ma nel complesso non compromettono la buona riuscita dello spettacolo.

«Le ore cadono nel pozzo/ e s’addormentano per sempre/ ogni orologio che batte la sua campana/ sa già ciò che è/ e non si fa illusioni». Picasso dixit.
I saltimbanchi vanno di piazza in piazza, davanti ad ogni fila di spettatori, in attesa anche solo di un sorriso. Trascorsi quaranta ticchettii, ripiombano nel “pozzo” statico della tela. Vi tornano però più fieri.

Ottima la scelta degli spazi, ben calibrati i tempi (rapidi, ma non troppo), positivo il lavoro degli attori, per cui possiamo dire che la prova pare superata. L’unica pecca è che una formella siffatta – che gioca tanto sull’atelier del pittore quanto sul mestiere dei comici (e in generale degli attori) – sarebbe forse più godibile (e valorizzata) se sfruttata come prologo ad una pièce, magari di sapore metateatrale, oppure integrata, insieme ad altri bozzetti, in una “mostra”.

PICASSO PARADE
scritto e diretto da Nicola Fano
con Cristiana Casadio, Tiziano Pilloni, Stefan Sing, Carlotta Viscovo
coreografie Paolo Mohovich in collaborazione con Cristiana Casadio e Stefan Sing
elementi scenici Marzia Barbierato, Stefano di Pascale, Eleonora Gallo, Nicola Pozzan
costumi Augusta Tibaldeschi, Irene Lugli e Alice Delfino
produzione Fondazione Teatro Piemonte Europa

durata: 40′ circa
applausi del pubblico: 3′ 15”

Visto a Torino, Palazzo Madama, il 10 luglio 2016

stars-3.5

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