I Sillabari di Parise riletti da Loris: pillole poetiche tra amore e solitudine

I Sillabari in teatro (photo: Agneza Dorkin)
I Sillabari in teatro (photo: Agneza Dorkin)

Fu Giovanni Spadolini, all’epoca direttore del «Corriere della Sera», a convincere Goffredo Parise a iniziare a scrivere, sulle pagine del quotidiano di via Solferino, gli elzeviri che avrebbero dato origine ai “Sillabari”. Era il 1971. Quella redazione culturale poteva contare su scrittori del calibro di Buzzati, Calvino, Moravia, e pochi anni dopo Pasolini. Sarebbe piaciuta molto al regista Lorenzo Loris. Che a questi autori ha dedicato, negli anni, diversi lavori.
I “Sillabari” di Parise sono l’ultima tappa affascinante di un percorso nella letteratura italiana del Novecento. “Amore, ingenuità, poesia, sogno” è il titolo di un progetto che coinvolge Roberto Traverso e ha visto in scena, all’Out Off di Milano, Edoardo Siravo con Monica Bonomi e Stefania Barca.

Chicche poetiche in forma di prosa. Cesare Garboli definì i “Sillabari” «romanzi virtuali». Dalla lettera A di Amore dovevano arrivare alla Z. Si fermarono alla S di Solitudine, e forse la coincidenza non è casuale. Perché niente avvilisce un artista come la fine di un’ispirazione. «Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera». Si potrebbe tradurre con i versi di Quasimodo il senso di recesso dell’anima che affiora dai “Sillabari”: l’incomunicabilità, in un mix di gioia e dolore, che svela la precarietà della vita. Anche questa messinscena vuole esorcizzare la solitudine. Ad aiutare, c’è un humour allegramente malinconico, tra meraviglia e bellezza, che è una sorta di contrappasso del comico.

Nella sua interpretazione poeticamente goffa, malinconicamente imbolsita, Siravo si limita a far risuonare con semplicità le parole e il tono di Parise, senza lambiccamenti né ricercatezze. Si muove su una pedana di legno rattrappito, con sopra una sedia che è il trono fatiscente di un uomo in disarmo. Uno scenario non d’arazzi o porpora, ma di cellophane. Una di galleria opaca di riflessi opalescenti. Tutto rispecchia il cielo notturno, bagliori lunari da gatti innamorati.

Sono le consuete ambientazioni celesti di Loris. Affiora l’incessante bisogno d’amore. Grava, nelle parole, nei gesti, il pensiero d’invecchiare senza il lieto caos di bambini che riempiano la casa della loro gioiosa presenza, facendo scricchiolare il parquet. Eppure quella solitudine non è mai uno spettro, ma lo scenario in cui, da un momento all’altro, tutto può accadere. Sarà per la presenza ammaliante di Monica Bonomi, che cantando “Night and day” propone, con la complicità di Stefania Barca, un siparietto danzante impacciato e onirico: un catorcio poetico, tra smorfie e occhi sognanti. Tra fiocchi di stelle e scie di neve, con i loro tenerissimi cappucci bianchi, le due attrici non smettono di muoversi, camminare e sorridere.

Affiora costante il sentimento della brevità della vita. Trapela da ogni sospiro. Lo si riscontra nei crepuscoli malinconici, nelle movenze lente, negli sguardi struggenti. Eppure c’è una levità di fondo, che arriva non solo dal testo, ma anche dalla regia di Loris: dall’assiduità con altri scrittori della leggerezza e dell’onirico, come Calvino e Buzzati.
Un’autobiografia sentimentale Parole semplici per disegnare concetti complessi, ad esempio la morte. Desideri incompiuti. Pensieri sospesi. Un’ironia acuminata e dimessa affiora dalle sfumature di tono delle parole di Siravo. La vita, per quanto disperata, appare come un tiro di dadi che vale sempre la pena di gettare, con la possibilità di rivelazioni epifaniche.
Da pescatore di asterischi timido e sornione dietro quel berretto con la visiera, Loris estrae dalla rete un alone di follia e magia. Trattiene invece, precludendone la piena cognizione agli spettatori, la struttura delle storie, l’identità dei personaggi narrati. È il limite, ma anche la forza dello spettacolo: che invita, tornando a casa, a cercare il libro di Parise, a sfogliarne le pagine e a riscoprirne il senso profondo e i legami con il presente. I “Sillabari” restano un’opera tra le più preziose eppure snobbate della letteratura italiana.

AMORE, INGENUITÀ, POESIA, SOGNO… (SILLABARI)
di Goffredo Parise
ideazione e progetto Roberto Traverso e Lorenzo Loris
regia Lorenzo Loris
con Edoardo Siravo
e con Monica Bonomi, Stefania Barca
scena Daniela Gardinazzi, costumi Nicoletta Ceccolini
luci Alessandro Tinelli
interventi video Lorenzo Fassina
collaborazione ai movimenti Barbara Geiger
Spettacolo inserito nel palinsesto del Comune di Milano “Novecento Italiano”
Spettacolo Inserito nell’abbonamento Invito a Teatro
Teatro Out Off
In collaborazione con
Teatro Palladium, Roma 3 Università degli studi
Con il contributo di NEXT2018- Regione Lombardia

durata: 1h 10’
applausi del pubblico: 3’

Visto a Milano, Teatro Out Off, il 22 dicembre 2018

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