I Teatri del Sacro 17 in dialogo con il mondo

Questo è il mio nome
Questo è il mio nome

Dopo quattro fortunate edizioni ospitate a Lucca, la Federgat, organizzatrice del festival biennale I Teatri del Sacro, con felice intuizione ha deciso di migrare ad Ascoli Piceno, la bellissima città marchigiana che ha ospitato dal 4 all’11 giugno la manifestazione, composta quest’anno da 19 spettacoli in prima assoluta.

Come per le precedenti edizioni, abbiamo frequentato per alcuni giorni il festival cercando di comprendere in che modo il tema del sacro si possa declinare attraverso il teatro, e ne abbiamo avuto diverse prove interessanti.

Elena Bucci e Marco Sgrosso, de Le Belle Bandiere, coppia inossidabile della nostra scena, hanno ad esempio riletto il poema epico del 1667 in versi sciolti di John Milton “Paradiso Perduto”, opera intrisa di humus sacro, conducendo il pubblico ai primordi mitici della storia umana, nel raccontare, attraverso una partitura vocale suggestiva e visionaria, composta da sonorità antiche e contemporanee, della perdita della felicità perfetta dell’uomo, a partire dalla tentazione di Adamo ed Eva ad opera di Satana in veste di serpente, fino alla loro cacciata dal giardino dell’Eden, creato per loro da Dio.


Bucci e Sgrosso, complici il violino e pianoforte di Dimitri Silano, incuneandosi attraverso una vera e propria drammaturgia del suono e della luce (realizzati da Loredana Oddone e Raffaele Basset) restituiscono al pubblico, seppur con qualche punta di affettazione, non solo tutte le suggestioni di un’opera spesso evocata ma in definitiva poco conosciuta, ma anche tutte le infinite possibilità di riflessione intorno ad una storia antica come il mondo.

Il tema della fede irrisolta, ma comunque portata sino all’estremo nella possibilità di un improbabile miracolo, coniugato con il mistero della sofferenza, è invece centrale in “Fidelity Card” della compagnia siciliana Cosa sono le nuvole.
In scena è rappresentata in modo significante una casa, esattamente divisa in due: sopra un balcone un ragazzo disabile (Gian Marco Arcadipane) cerca in ogni modo di attirare l’attenzione su di sé; sotto una camera da letto in cui vive la madre (Nella Tirante), assai dedita alla preghiera, che racconta il suo percorso di fede legato alla nascita e alla malattia del figlio, attendendo il miracolo della sua guarigione, come una sorta di premio da ottenere con la sua “fidelity card”.
Lo spettacolo, diretto da Roberto Bonaventura, rende in modo efficace la situazione. Madre e figlio vivono inconsapevolmente in una sorta di gabbia dalla quale solo la fede ha qualche possibilità di farli uscire.

Immacolata Concezione (photo: Dalila Romeo)

Immacolata Concezione (photo: Dalila Romeo)

Altro tema percorso è stato quello della santità, narrata nelle due ore di “Immacolata Concezione” di Vucciria Teatro, un affresco popolare, quasi ancestrale, scritto e diretto da Joele Anastasi, e ambientato nella Sicilia antecedente alla seconda guerra mondiale.
Al centro del plot c’è Concetta, ragazza silenziosa e innocente che viene barattata dal padre, caduto in disgrazia, con una capra gravida, e affidata a Donna Anna (ottimamente interpretata dallo stesso Anastasi), tenutaria del bordello del paese.
Concetta, con la sua innocenza sempre gioiosamente aperta ad ogni cosa che le viene incontro, sconvolgerà tutto il villaggio, un paese che la regia rende vivido attraverso un affresco corale, utilizzando cinque attori e alcuni manichini.
Solo morendo, come vittima innocente e sacrificale, Concetta potrà diventare santa, benedetta da tutta quella comunità che l’ha usata, e mostrando nel medesimo tempo l’ipocrisia che la corrode.

“Immacolata Concezione” porta in scena un teatro fortemente connotato, in qualche modo perduto nel tempo, ma ancora capace di porre domande e di entrare nelle viscere di una terra per certi versi rimasta immobile. Purtroppo però il centro focale di questa storia esemplificatrice viene in qualche modo messo a dura prova dalle troppe implicazioni e direzioni che lo spettacolo intende proporre.

La narrazione è stata ben rappresentata da uno degli artisti che, in questi anni, l’hanno più praticata e nobilitata. Roberto Anglisani, qui in “Giobbe. Storie di un uomo semplice” per Teatro d’Aosta, in collaborazione con la scrittura di Francesco Niccolini, ha messo in scena uno dei testi più fervidi di Joseph Roth.
Al centro della storia l’ebreo Mendel Singer, maestro elementare in un villaggio della Russia estrema. Il racconto, partendo dagli inizi del ‘900, attraversa più di trent’anni di vita della sua famiglia, della moglie Deborah e dei quattro figli, spaziando dalla Russia all’America.
Racconta anche della sua inesausta ricerca di felicità, contro un Dio che sembra sempre negargliela.

Anglisani riesce, in modo commosso e commovente, a dar voce a tutti i pensieri dei protagonisti, anche di quelli minori, alle loro paure e speranze, restituendo uno spessore umano indimenticabile al protagonista. Una storia esemplare da ascoltare sino all’emozionante finale, che in qualche modo “mette le cose al loro posto”, ricordandoci che la vita è un impasto di gioia e dolore: “la fede un rifugio, e il dolore mette a dura prova anche l’uomo più giusto”.

Come nell’edizione precedente abbiamo assistito anche quest’anno ad uno spettacolo, “Questo è il mio nome”, con al centro un gruppo di attori migranti, cinque interpreti provenienti da Costa d’Avorio, Mali, Nigeria e Gambia.
Diretti con grande sensibilità da Bernardino Bonzani e Monica Morini del Teatro dell’Orsa, gli attori mettono in scena un grumo di storie, di brani di vita, di piccole situazioni che sottolineano le speranze e le difficoltà che hanno attraversato la vita di ognuno di loro.
Il progetto si fa amare soprattutto per la professionalità degli interpreti, cinque rifugiati del progetto Sprar di Reggio Emilia, sempre convincenti e meravigliosamente attrezzati per la scena: Ogochukwu Aninye, Djibril Cheickna Dembélé, Ousmane Coulibaly, Ezekiel Ebhodaghe e Lamin Singhateh.
Attraverso la gioiosa vitalità dei loro gesti e parole vengono poste in scena tutte le necessità e le implicazioni più intime di chi ha lasciato la propria patria per arrivare dolorosamente nel nostro Paese, discorsi troppo spesso coperti da una retorica ormai datata (che purtroppo anche qui fa qualche volta capolino) e di cui non abbiamo più bisogno.

Leila della tempesta / Daniela Neri

Leila della tempesta / Daniela Neri

Ci ha infine molto interessato uno dei capitoli del progetto “Fedi in gioco”, formato dal film “Dustur” di Marco Santarelli e dallo spettacolo “Leila della Tempesta” di Ignazio De Francesco, ambedue frutto dei molti anni passati da De Francesco al carcere di Bologna coi detenuti di cultura araba.

Il film è ambientato appunto nella biblioteca del carcere Dozza di Bologna dove, in incontri a cui partecipano detenuti mussulmani, partendo dalle parole che ogni Costituzione (Dustur in arabo significa proprio Costituzione) dovrebbe avere e dall’osservazione di quelle presenti, si affrontano i principi e i valori che hanno animato la nascita di quella italiana.
Intanto fuori Samad, un giovane ex detenuto marocchino, pone le basi di una vita da ricostruire all’interno di nuove regole.

Nello spettacolo invece, nel parlatorio di un carcere italiano, attorno a un tavolo, una detenuta tunisina, Sara Cianfriglia, e un volontario italiano, Sandro Berti, parlano di religioni – forse contrapposte -, di costituzioni democratiche e primavere arabe…
E’ un dialogo semplice, quello a cui assistiamo, a volte aspro, sia nel film che nello spettacolo, ma che apre porte (a volte saldamente chiuse) per scoprire orizzonti diversi, mescolati a dubbi e nuove domande.

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