Il viaggio onirico dei Testimoni di Claudio Cinelli

I testimoni
I testimoni

I testimoni (photo: claudiocinelli.it)

Come sempre lungi dall’identificare necessariamente il nuovo con il buono, c’è un teatro che fa di tutto per cercare la qualità attraverso la novità, affondando generosamente le mani in percorsi multimediali e multi-semiotici.
Se a volte la sapienza tecnica (e/o tecnologica) e l’ingegno hanno successo, altrettanto spesso la ricerca della “alternativa” porta su strade tortuose, in cui l’eccedere di segni diversi finisce per far smarrire l’avventore. E, nel caso del teatro, lo spettatore.

Il percorso artistico di Claudio Cinelli, incrociato già due anni fa con “Fuori dalla Norma”, fa davvero di lui “una delle personalità più eclettiche del panorama artistico teatrale italiano”, che in quasi quarant’anni di carriera ha spaziato dal teatro militante (Teatrolimite, esordio nel 1972) al teatro di figura (Gran Teatro dei Burattini del Sole, 1982 e Teatrombria, compagnia d’ombre con la quale tuttora collabora), dalla televisione degli anni Ottanta fino all’altra sua grande passione, la lirica (dal 1995).

La compagnia Porte Girevoli, da lui fondata e guidata dal 1992, è attualmente una delle più attive nel teatro di figura a livello nazionale e soprattutto internazionale. Ma il grande pregio di Cinelli è l’agilità con cui passa da un genere all’altro, anche all’interno dello stesso spettacolo.

“I Testimoni”, che Cinelli riporta in scena al Teatro Valle nell’ambito della monografia di scena su Diego Fabbri, è un radiodramma datato 1952, quando ancora la televisione era un aggeggio in fase sperimentale (la prima trasmissione ufficiale Rai è il 3 gennaio 1954). È importante specificare questi piccoli dati storici perché rende l’operazione condotta da Porte Girevoli molto importante da un punto di vista innanzitutto filologico. Se il contributo di Diego Fabbri al teatro è sempre stato quello di attenta trascrizione di emozioni in gesti visivi, in situazioni drammatiche di stampo classico e rigoroso, qui abbiamo a che fare con un prodotto che vive di solo testo.
La vicenda, estremamente contorta, vede Renato Degli Angeli sospettato dell’omicidio del socio Arduino Visconti, di cui avrebbe occultato il cadavere. La drammaturgia segue tutte le regole del processo d’altri tempi, con la voce del giudice che conduce, l’indicazione degli orari e dei luoghi, la comparsa e la scomparsa di ambigui personaggi chiave, l’ascolto delle testimonianze, il tutto sotto l’occhio severo di Dio.

Lo spettacolo si svolge dietro il sipario, sullo spazioso palco all’italiana del Valle, dove 35 sedie vengono disposte su una breve gradinata. In posizione strategica di fronte a uno schermo di velo bianco, aperto al centro da una “finestra” quadrata che fa da palco in miniatura.
La scelta di fondo operata da Cinelli parte proprio dall’assenza programmatica di immagini insita nella forma radiodramma. L’azione, raccontata da una registrazione in cui le varie voci si differenziano a seconda del filtro audio applicato (distorsore, octaver etc.), prende vita all’interno di quella che diviene una camera ottica: niente attori in carne e ossa, ma solo pupazzi e oggetti in miniatura che scorrono, entrando e uscendo di scena, su binari di legno azionati manualmente da animatori invisibili. Contemporaneamente, i vivacissimi video proiettati sullo schermo generano movimento e a loro modo raccontano (la voce del giudice è un paio di labbra rosso fuoco che si muove in un inquietante fuori-sincrono). È così che l’enorme talento d’immagine di Cinelli dona alla cecità del radiodramma un panorama visivo degno di un viaggio psichedelico, visionario. Grande è il gusto per la distorsione onirica di fatti e personaggi, ingrediente segreto di quelle storie narrate sottovoce, di quella tradizione orale in cui il racconto si gonfia di particolari perché alla parola rivelata si mescola lo spazio immaginato.

Prima che tutto cominci, sullo schermo compare questa frase: “Esistono solo due assoluti nella vita, Dio e l’amore. Ma l’amore verso una persona viva. Perché l’amore per le idee è di per sé segno di amore per se stessi”. Allora questo percorso, guidato con precisione millimetrica dai due performer nell’ombra, calca bene le tracce del messaggio del testo, una riflessione sul limite dell’uomo: i testimoni siamo noi, ci dicono quelle labbra rosse, ed è nostro compito (e insieme condanna) formare una nostra propria versione.
Cinelli costruisce una macchina artigianale di straordinaria complessità, che lascia le asole giuste attraverso cui lo spettatore fa passare il filo dei propri ragionamenti, della propria versione, della propria giustificazione. E non è un caso che, sulle decine di citazioni pittoriche proiettate dai video, abbia comunque la meglio l’“effetto neve”, simbolo dell’assenza di segnale.

I TESTIMONI
di Diego Fabbri
adattamento: Claudio Cinelli
animazione: Valentina Grigò, Leonardo Diana
voce recitante: Francesco Visconti
musiche originali: Luca e Andrea Serrapiglio – Tongs
concept video, elaborazioni grafiche, voci: Valentina Grigò
elaborazioni sonore e grafiche, laboratorio scene oggetti e voci: Leonardo Diana
oggetti di scena: German Abad
scene, disegno luci, oggetti di scena, regia: Claudio Cinelli
produzione: Compagnia Porte Girevoli
durata: 45’
applausi del pubblico: 1’ 20’’

Visto a Roma, Teatro Valle, il 18 aprile 2011