I troppi Discorsi alla nazione di Ascanio Celestini

Ascanio Celestini in Discorsi alla nazione

Ascanio Celestini in Discorsi alla nazione

Un’analisi politica e sociologica, così diretta e schietta da divenire apparentemente surreale e violenta, e caratterizzata dall’alto contenuto di verità cronachistiche, forse più che storiche e storiografiche.
“Discorsi alla nazione, studio per uno spettacolo presidenziale” di Ascanio Celestini è, in sostanza, un’ampia e approfondita indagine sulle proteiformi facce del potere, inseguito nei suoi luoghi, nelle sue prerogative, nelle sue forme di controllo, nei suoi anfratti, nelle sue verità così evidenti eppure così nascoste.

Una sfilata di dittatori immaginari, con le loro tecniche persuasive e perfide, angoscianti nella loro sfrontata evidenza di linguaggio e comunicazione, di analisi sociale, in una sorta di percorso all’indietro nella storia d’Italia, paese senza memoria sempre più distratto dai beni di consumo, quali, tra gli altri, telefonini, televisioni e concessione di diritti apparenti.

Ecco allora una lunga galleria di figure più o meno riuscite, portate in scena con la solita maestria da Ascanio Celestini, straordinario affabulatore per voce e gesti. Lui sta eretto al centro del palco, fisso sulle gambe immobili, in un gesticolare multiforme e improvviso, tenace ed efficace, che traccia segni nell’aria a comporre un accompagnamento “scenografico” di quel narrare, quel rivolgersi al pubblico in modo così veloce, scarno e diretto, senza mai un momento di stasi o inceppamento.


Celestini è bravo e ne è conscio, forse troppo, perché talvolta sembra scadere nell’autocompiacimento o cercare esageratamente l’approvazione dello spettatore con affondi retorici; ma tutto questo è cosa da poco di fronte al suo talento attorale, sempre più evidente negli anni.

Detto questo, e non è cosa da poco, resta uno spettacolo molto lungo, eccessivamente denso e carico, che rischia la ripetitività, soprattutto nella parte finale, fino a provocare la saturazione della capacità di attenzione. Alcuni spettatori non reggono fino al termine, e il minuto finale di applausi manifesta una volontà di abbandonare in fretta la sala.

L’attore romano non lesina rimandi diretti all’attualità e al recente passato, dal dopoguerra sino alle recentissime elezioni. Così fanno la loro comparsa voci registrate, da Mussolini e Craxi fino a Giovanni XXIII, e vengono messe in evidenza tutte le contraddizioni politiche e sociali che da sempre accompagnano gli eventi italici; c’è spazio anche per problematiche dei giorni che viviamo, come la campagna elettorale appena conclusa. Ecco così spuntare riferimenti ai vari Renzi, Bersani, Grillo, D’Alema, Berlusconi per citarne alcuni.

Celestini cucina un piatto ricco, carico di tanti ingredienti, molti dei quali gustosi anche per il palato del suo pubblico più intransigente, che apprezza e non perde occasione di applaudire a scena aperta e ridere a gran voce, perché a teatro o si ride forte perché tutti ci sentano, oppure non lo si fa, è la regola.

Se però gli ingredienti scelti da Celestini fossero stati meno e a tratti più leggeri non avremmo provato quella sensazione di pesantezza e assopimento al termine dello spettacolo. Avremmo forse assaporato con più gusto le sue portate, lasciando il tempo al nostro stomaco di digerirle a poco a poco, senza sentirci ingozzati come oche.

Che fosse bravo lo sapevamo, ma a questi “Discorsi alla nazione” avrebbe giovato una maggiore compattezza o, per dirla in modo più diretto, una buona mezz’ora in meno. Per evitarci una fastidiosa indigestione.

Discorsi alla nazione. Studio per uno spettacolo presidenziale
scritto, diretto e interpretato da Ascanio Celestini
produzione: Fabbrica
durata: 1h 50′
applausi del pubblico: 1′

Visto a Castiglioncello (LI), Armunia, il 1° marzo 2013


 

No Comments

  • riccardo ha detto:

    a superare i 50 minuti si corre un bel rischio con i monologhi. Troppo di tutto e ovunque le stesse cose. E i teatri si svuotano, burocratizzati, senza più capacità di innovazione. Gli spettatori ormai sono diventati come le compagnie di giro. Sempre le stesse persone.

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