Il ballo. Sonia Bergamasco sul palco con Irène Némirovsky

Sonia Bergamasco ne Il ballo (photo: teatrofrancoparenti.it)
Sonia Bergamasco ne Il ballo (photo: teatrofrancoparenti.it)

Nell’ampio palcoscenico di Sonia Bergamasco piani e generi artistici diversi si intersecano senza soluzione di continuità. L’attrice esperisce e perlustra il proprio talento concedendosi infatti un ampio raggio d’azione: da Strelher a Silvio Soldini, da Carmelo Bene a Giuseppe Bertolucci, da Franco Battiato al campione di incassi Checco Zalone; ma nel raggio del suo palcoscenico c’è spazio anche per la poesia, e per i successi televisivi: è lei la nuova fidanzata televisiva del commissario Montalbano.

La musica è arrivata nella sua vita prima di qualsiasi altra cosa, ma subito dopo c’è stato il teatro.
Se quello con Strehler è stato l’apprendistato, e a Massimo Castri deve il grande lavoro fatto sulle tecniche dell’attore, quello con Carmelo Bene è stato l’incontro della vita: « A lui devo un grosso chiarimento: continuavo a portare avanti parallelamente la strada musicale e quella teatrale – non potevo, e non posso, rinunciare alla musica, è nel mio dna – E’ stato lui a chiedermi di unire musica e teatro, creando una mia lingua, la mia possibilità.»

Pacata e gentile, determinata nella voce quanto sicura del proprio corpo sul palco, l’attrice – Premio Duse 2014 – continua con “Il ballo” (presentato in apertura di stagione al Teatro Ca’ Foscari di Venezia, e in scena in questi giorni a Roma, fino al 31 gennaio al Vascello, e poi al Franco Parenti di Milano dal 9 febbraio al 6 marzo) un percorso rivolto tutto al femminile. Un percorso che lei stessa afferma di aver già intrapreso con il precedente “Karénina – prove aperte di infelicità”, e che proseguirà con il progetto ancora in cantiere tratto da “L’uomo seme” di Violette Aihaud, pubblicato da poco in Italia, con il quale l’attrice, dopo un periodo di lavoro “solitario” «necessario per mettere insieme gli strumenti di un proprio linguaggio», si dice nuovamente pronta a lavorare in “compagnia”.


Ne “Il ballo”, tratto dal celebre romanzo breve di Irène Némirovsky datato 1930 (molti ricorderanno anche “Suite Francese”, di cui nel 2014 è uscita una versione cinematografica), la vicenda si svolge attorno ai preparativi di un grande ricevimento, che dovrebbe segnare l’ingresso in società dei Kampf, una famiglia ebrea arrichitasi improvvisamente.

A dettare gli ordini affinchè tutto funzioni alla perfezione è la madre, una donna arida e spietata negli obiettivi sociali, quanto insensibile e anaffettiva nei confronti della giovane figlia quattordicenne, Antoinette, l’unica che beffardamente sceglie di escludere dal ballo.

Nella frenesia dei preparativi, tra le cadute di stile di una ricchezza improvvisata, la Némirovsky fa emergere, con la sua penna cinica e crudele, l’insanabile abisso che divide madre e figlia, rivali di vita e giovinezza – aspetto autobiografico presente anche in altri suoi romanzi. In questo caso però, Antoinette compie la sua rivalsa: vedendosi negare la realizzazione di un sogno, quasi fiabesco, fa in modo che nessun invitato si presenti alla porta di casa, mandando in frantumi, senza alcun pentimento, le ambizioni della madre.

Un romanzo «non pensato per il teatro ma che è già teatro» sostiene la Bergamasco quando ci racconta della sua folgorazione per la scrittrice e per il testo, a cui si è liberamente ispirata e di cui ha curato anche la regia.

Sul palco, come risvegliandosi da un lungo sonno, una sorta di “memoria sognata”, quasi fosse la voce fisica di un libro rimasto chiuso per tanto tempo (si dice che gli scritti dell’autrice rimasero per lungo tempo custoditi in un baule, e in effetti nel dopoguerra sulla sua opera cadde il silenzio, per essere poi riscoperta una decina di anni fa), Sonia Bergamasco ricorda e ripercorre la storia, incarnando tutti i cinque personaggi del romanzo: Antoinette, la madre, il padre, la badante, l’insegnante di musica.

Li avvicenda nel mezzo di una corona di specchi cambiando registro vocale, lasciando che il corpo accenti e marchi qualche gesto, mentre una partitura di suoni, che interviene sul valzer d’atmosfera in sottofondo, permette di trovare per ogni passaggio un respiro.

Attraverso il gioco scenografico di specchi, che un po’ alla volta l’attrice spoglia da un velo bianco sottilissimo, allusivo di una insanabile specularità autrice/personaggio, attrice/autrice, si intravedono le angolazioni, i riflessi, le storture dei personaggi.
Ma anche qui la madre ha la meglio: il suo carattere primeggia, occupa prepotentemente la lente di ingrandimento della memoria, “inganna” la stessa attrice che sembra riservare a lei gran parte della sua interpretazione e dei suo accenti.
Certo la vicenda, il conflitto tra madre e figlia e la vendetta, si intendono durante la narrazione, ma il personaggio di Antoinette – anche se l’effetto è sicuramente in parte voluto per creare il contrasto con l’esuberanza della madre – il suo essere una Cenerentola “rovesciata” è fin troppo invisibile, e in particolare quell’«infanzia capace, rabbiosa e feroce», che tanto avevo colpito l’attrice, al di qua del palco arriva sorda e impalpabile.

Ciò che balza subito agli occhi è la grande “scuola”, l’abilità tecnica, l’accuratezza, la precisione di Sonia Bergamasco, e quell’eleganza che la critica sempre le riconosce.
Lo spettacolo è ben fatto e godibile, la Bergamasco lo è, con la sua algida e al tempo stesso carezzevole presenza. Ma nonostante il movimento dato dal dialogo tra le cinque voci, dai riflessi degli specchi, nonostante si riconosca il linguaggio “spietato” della Némirovsky, si avverte la mancanza di una sorta di morbidezza, di una trimensionalità che arriva dall’emozione di un affetto mancato, di piccole e grandi crudeltà affettive, di aspettative deluse, di sogni infranti che a loro volta rendono dolorosa anche la più riuscita delle vendette.

Con “Il ballo” Sonia Bergamasco ha tracciato la prima delle “Latitudini” letterarie che, insieme a quelle storiche, sociali e politiche, saranno le coordinate dell’ottava stagione del Teatro Ca’ Foscari di Venezia, che il 1° febbraio proporrà il “Sogno di una notte di mezza estate” diretto da Stefano Pagin.

La bella realtà veneziana continua a rafforzare il rapporto fra teatro e università, a mettere in relazione professionisti ed emergenti (in programma anche la Paiato e Baliani) coniugando classico e contemporaneo, sconfinando in ambito internazionale, e soprattutto lasciando spazio aperto all’incursione di nuove e sperimentali drammaturgie di giovani artisti locali e non (molto attesi per febbraio i tunisini Mouvma).
Ed è ancor più bello vedere che il pubblico, giovane e curioso, è partecipe e riempie il teatro, che con “Il ballo” aveva registrato l’overbooking.

Il ballo
racconto di scena ideato e interpretato da Sonia Bergamasco
liberamente ispirato a Il ballo di Irène Némirovsky
disegno luci: Cesare Accetta
scena: Barbara Petrecca
costume di scena: Giovanna Buzzi
elettricista: Domenico Ferrari

durata: 60’

Visto a Venezia, Teatro Ca’ Foscari, il 1° dicembre 2015

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