Il collasso della Sicilia: il caso emblematico del Vittorio Emanuele

Teatro Vittorio Emanuele di Messina

Il Vittorio Emanuele di Messina resistette al sisma del 1908. Ce la farà anche oggi? (photo: teatrovittorio.altervista.org)

Si parla da tempo dei tagli alla cultura, spesso fatali per il teatro, e recentemente si è parlato molto della regione Sicilia e del suo malgoverno. Dal momento che dichiarazioni troppo generali raramente sono valse a chiarificare la situazione, abbiamo ristretto l’attenzione ad un ente in particolare, il teatro regionale Vittorio Emanuele di Messina, realtà marginale nel panorama nazionale e tuttavia emblematica, una sorta di microcosmo rappresentativo di tutto il macrocosmo che lo contiene. E’ bastato infatti impugnare una lente d’ingrandimento e apporla sul sistema per scoprire inefficienze ed inerzie tanto dilaganti da portare inevitabilmente alla paralisi. In effetti lo stesso processo che si osserva nel governo italiano, riportato però ad una realtà locale.

Risale al 1° giugno 2012 l’ultimo allestimento del teatro di Messina: “La Rondine” di Puccini ha infatti chiuso la stagione con un clamoroso anticipo.
La ragione di questa improvvisa sospensione delle attività di spettacolo, secondo l’annuncio della vice presidente dell’ente Daniela Faranda, starebbe nella decisione da parte della Regione Sicilia di bloccare, per sopravvenuta mancanza di liquidità, il 22% di fondi già preventivati per l’anno corrente, ovvero 1 milione e 470.000 euro su un totale di 6 milioni e 962.000 euro, precludendo inevitabilmente l’attività del teatro.

Quando incontriamo alcuni componenti del consiglio di amministrazione dell’ente autonomo regionale Teatro di Messina è il 21 agosto, piena estate, e la situazione, lungi dal trovare una soluzione, è al contrario precipitata.
“L’incontro di oggi – dichiara il presidente dell’ente Luciano Ordile – arriva in un momento estremamente drammatico per l’ente, perché, oltre al problema del taglio ai finanziamenti regionali che di fatto debilita una buona parte della nostra attività, c’è un altro problema molto più impellente, di importanza che non esito a definire capitale: i nostri dipendenti non hanno ricevuto lo stipendio di luglio e al momento non sappiamo se la Regione ci metterà in grado di pagare quello di agosto”.

L’atmosfera è in effetti molto tesa: alla conferenza stampa sono presenti rappresentanti di sindacati, professori d’orchestra e dipendenti vari, la cui disapprovazione verso il Consiglio è evidente.
Il direttore amministrativo Paolo Magaudda, tuttavia, non accetta accuse di sperpero di denaro pubblico e tuona: “Quando nel corso dell’anno, con tutto programmato, ci tolgono un milione e 400.000 euro che sono già impegnati, questa è la gravità del fatto, gravità che riconoscono anche a Palermo, perché è una cosa iniqua, assurda, sbagliata!”.


Insomma, il problema non sarebbe tanto il taglio in sé delle risorse, ma l’intempestività della comunicazione, che sarebbe arrivata ad aprile, in corso d’opera, quando il teatro, bilancio preventivo già approvato, aveva ormai coinvolto collaboratori ora difficili da retribuire: rimangono così, tuttora in attesa di un compenso, tutte le compagnie esterne intervenute in stagione.
“Noi ci troviamo in questa difficoltà per la prima volta – ci tiene a precisare Magaudda – perché il teatro di Messina è stato sempre puntualissimo nei pagamenti”.

Segue la lettura pubblica di lettere di solidarietà di artisti che testimonierebbero il rispetto e la fiducia riposta nell’ente.
Seppure la situazione potrebbe sembrare a questo punto semplice – una momentanea mancanza di liquidità da parte della Regione -, la confusione con cui si esprimono Magaudda e Ordile lascia intendere la necessità di un ulteriore approfondimento.

Il primo punto che sembra poco chiaro è questo: Magaudda sostiene che, a causa del taglio in corso d’opera delle risorse regionali del 22%, non è al momento possibile retribuire le compagnie intervenute, i 107 dipendenti fissi contati dall’ente e neppure regolarizzare i professori d’orchestra. Tuttavia sappiamo che la stabilizzazione a tempo indeterminato dei musicisti doveva avvenire per legge nel 2005, usando il 20% del contributo annuale. Inoltre lo stesso Magaudda sostiene che per le attività musicali il teatro gode di un finanziamento aggiuntivo non regionale: “Dal 2001 – afferma – abbiamo fatto richiesta al ministero e riceviamo 220 mila euro di contributo per l’orchestra”.
Ciononostante i musicisti lamentano una deliberata messa in disparte dell’attività musicale da parte del teatro, avendo maturato nel 2011 solamente 68 giorni lavorativi e nel 2012 non più di 42.

In un lungo discorso letto da Ordile, fa inoltre capolino un’altra questione: “Resta la colpa, che certo il Consiglio non intende nascondere, della mancata presentazione di un conto consuntivo”, ammette, per poi aggiungere: “Tuttavia questo ostacolo è stato superato”.
Per capire tale questione bisogna risalire al 2009, anno in cui una variazione normativa impose ad ogni ente la stesura annuale di un nuovo tipo di bilancio consuntivo che unisse dati economici e finanziari e per questo detto integrativo.
Di fatto, però, il teatro di Messina non ha mai saputo aggiornarsi rispetto alle direttive introdotte nel 2009. Incapace di presentare bilanci consuntivi integrativi corretti, si è visto bloccare a Palermo 3 milioni e 400 mila euro per il 2011 e 2 milioni e 500 mila euro per il 2012. Cifre decisamente più alte e influenti del milione e 470.000 euro rivendicato ora con tanto accanimento.

Su questo aspetto tenta di dare una delucidazione il direttore amministrativo Magaudda: “Ci sono stati dei problemi che hanno portato a un ritardo nella presentazione nella stesura del bilancio 2010, abbiamo discusso con i revisori e ora finalmente il Consiglio ha fatto richiesta al presidente dell’ordine dei commercialisti per avere un consulente che affianchi i nostri uffici per la stesura del bilancio consuntivo 2010, e conseguentemente il presidente dell’ordine dei commercialisti ci ha assegnato un commercialista di chiara fama e già i nostri uffici sono al lavoro con lui; speriamo così di poter finalmente risolvere il problema”.
Ma un “speriamo di poter finalmente risolvere il problema” fa intendere, contrariamente alla dichiarazione di Ordile, che il problema non è ancora stato risolto.

Quello che più si stenta a credere in tutto ciò è l’incapacità di un ente pubblico di stendere un bilancio in un arco di tempo tanto vasto. Proprio questo punto è il più battuto dai sindacati, tanto da scaldare l’avvocato Francesco Rizzo, presente nella veste di consigliere di amministrazione, il quale prende parola per riversare le accuse sui dipendenti: “Abbiamo un ufficio dove ci sono nove persone in contabilità. A un certo punto ci è arrivata una annotazione secondo la quale non si riusciva a fare questa contabilità integrativa perché c’era cattiva informazione. Una dipendente è stata mandata così in indennità a Catania per apprendere questo meccanismo, abbiamo pagato per un consulente esterno perché formasse il personale in questa direzione e, morale della favola, i dipendenti ancora non riescono a redigere questo bilancio. Allora siamo incapaci noi o c’è un problema strutturale interno?”.

Dunque la responsabilità di tutti i problemi del teatro sarebbe scaricata su una dipendente in particolare, formata per un intero anno a Catania. Vale la pena di approfondire anche tale questione.
Anzitutto ci viene detto dallo stesso Rizzo che “la dipendente è tornata da Catania il primo luglio”.
Dunque la formazione sarebbe comunque avvenuta solamente quest’anno, quando il problema esiste in realtà dal 2009. Inoltre per la stesura dei bilanci si era già parlato del ricorso ad una consulenza esterna.
Nasce allora il sospetto di una ostinata tendenza all’inerzia da parte del Consiglio amministrativo, inerzia colpevole di aver trascinato per anni problematiche essenziali, divenute solo ora, per accumulo straordinario, tanto impellenti da spingere finalmente a qualche iniziativa riparatrice. Solo ora il Consiglio fa richiesta di approvazione per l’ente di una pianta organica, assente fin dal 1985, anno stesso di fondazione del teatro; solo ora si valuta la possibilità di richieste di finanziamenti nazionali e internazionali; solo ora si redige un bando per ottenere sponsorizzazioni; e solo ora ci si pone la questione di stabilizzare i professori d’orchestra allineandosi ad una normativa del 2005…
A questo punto nessuna meraviglia riguardo alla decisione della Regione di avviare due ispezioni sul teatro di Messina.

Per chiarire la questione sulla formazione del personale, abbiamo anche interpellato Giuseppe di Guardo, rappresentante dei lavoratori per la Slc-Cgil.

Perché una struttura dotata di 107 dipendenti fissi, tra i quali si dice almeno nove amministrativi, non è in grado di redigere un bilancio consuntivo corretto?
La verità è che i dipendenti a cui si vuole addossare tutta la responsabilità sono persone assunte in realtà con la qualifica di impiegati d’ordine: uscieri e maschere che vengono sistematicamente riversati negli uffici amministrativi senza che abbiano alcuna formazione al riguardo, né in realtà l’obbligo di farlo, perché la contabilità è un di più rispetto alla mansione per cui sono stati assunti. Tra loro non ci sono veri contabili, e tra tutti una sola si è diplomata in ragioneria. E su 50 che si occupano ad oggi dell’amministrazione, non c’è un solo commercialista.
Nonostante nel 2010 sia stata mandata al Consiglio una relazione nella quale si dichiaravano apertamente tutte le difficoltà dell’ufficio a causa della nuova normativa e si chiedeva un commercialista interno, ancora oggi la situazione è la stessa: non è stato fatto nulla per rimediare.

E per quanto riguarda la formazione della dipendente inviata a Catania?
E’ tutto falso. La dipendente non è stata mandata a Catania per istruirsi. La verità è che lei stessa ha dato disponibilità per un anno al Bellini di Catania con cui già collaborava, e il Bellini l’ha chiamata perché lavorasse in contabilità. Ma la formazione non è mai stata fatta, è stata semplicemente una consulenza che il Consiglio ha voluto camuffare come formazione.

Cosa ci dice, invece, della situazione degli orchestrali, in lotta da anni per ottenere una stabilizzazione di fatto richiesta per legge?
Il problema è che al Vittorio Emanuele si fa pochissima musica. Francesco Rizzo si stupisce che la prosa non abbia mai contribuito alle proteste contro la Regione, ma la verità è che la prosa è una categoria privilegiata in questo teatro.

Perché?
Posso dirle che solo per la programmazione della sala Laudamo vengono impiegati circa 600 mila euro l’anno, e sono soldi difficilmente controllabili, spese non facilmente verificabili, perché nella prosa ogni artista può pretendere un cachet diverso. Nella musica, invece, i professori d’orchestra vengono retribuiti secondo un contratto nazionale, quindi tutto è obbligatoriamente trasparente.

Vuol dire che le attività musicali vengono messe da parte perché è difficile specularci?
Dico solo una delle possibili ragioni. Ognuno poi può credere quello che vuole.

In sostanza cosa chiedete?
Quello che si chiede è una normale gestione del teatro. Perché l’attuale consiglio di amministrazione si è sempre dimostrato totalmente inetto in ogni aspetto. Non ha mai fornito una formazione al personale e non ha mai messo a concorso dei ruoli che avrebbero potuto dare al teatro delle figure professionali competenti. E infine non ha mai creato degli eventi, quando invece il turismo intensissimo a Taormina potrebbe offrire, per esempio, occasioni straordinarie. Si potrebbero fare moltissime cose, eppure non si fa mai nulla. Per questo a metà settembre avvieremo una serie di iniziative per chiedere le definitive dimissioni del consiglio.

In definitiva, il taglio dei fondi regionali, per quanto destabilizzante per un ente pubblico, non sarebbe stato che un piccolo granello andato ad aggiungersi ad una struttura in realtà già fortemente problematica, zavorrata da un Consiglio di amministrazione ingombrante e allo stesso tempo inefficiente, e da una quantità di assunzioni avvenute secondo criteri sembrerebbe quantomeno discutibili.

Concludiamo questo viaggio labirintico nella realtà teatrale siciliana con la sensazione di aver attraversato un percorso intricato e poco chiaro. Tuttavia, seppure in molti traggano vantaggio da questa atmosfera nebulosa, appare evidente la verità sempre uguale di un Paese schiacciato, sgretolato, frantumato da una categoria protetta, spudoratamente adagiata in una inerzia deleteria per chi la subisce, ma a lungo andare anche autodistruttiva.
E se la situazione attuale è ormai di assoluta emergenza, in questo panorama di povertà etica ed umana, l’unica ricchezza cui possiamo ancora anelare è forse un risveglio della coscienza.
 

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