Il corpo utopico di Foucault secondo il collettivo F71

Notre corps utopique

Notre corps utopique (photo: Huma Rosentalski)

In scena due attrici elegantemente vestite. Ne sopraggiunge una terza. Volti stupiti, quasi, che qualcuno sia lì in platea, a disturbare nel bel mezzo di una bevuta tra amiche.

Sul banco ai lati del palco tre bicchierini semi-vuoti confermano che, molto probabilmente, le porte si sono aperte in medias res.
Tra le file, un folto gruppo di alunni accompagnati dagli insegnanti, qualche spettatore solitario e gli habitué del Théâtre de la Bastille, scena all’avanguardia nella chiassosa rue de la Roquette, tutti in attesa dello spettacolo “Notre corps utopique” (in scena sino al 22 gennaio), messo in scena dal collettivo F71 e tratto dallo scritto “Le corps utopique” di Michel Foucalt, tra i più importanti pensatori e saggisti francesi dell’epoca contemporanea, trascrizione di una conferenza radiofonica omonima andata in onda nel 1966.

La performance parte dall’assunto chiave del testo di Foucault: non c’è niente di meno utopico del corpo umano, brutto, pesante, onnipresente, armatura involontaria alla cui presenza siamo condannati per tutta la vita. Tuttavia, niente è più utopico del corpo stesso, perché è proprio dall’organismo umano dissimulato, dalla pelle tatuata, dal viso truccato, che prendono vita nuove forme possibili, condizioni esistenziali inedite e inimmaginate.

Michel Foucault pensa al corpo come a un territorio da scoprire. Cosa farne? Come circoscriverlo, appropriarsene, trasformarlo? Investite da una sconvolgente “rabbia utopica”, le sei attrici s’accompagnano non solo al loro filosofo prediletto, oggetto di altri precedenti spettacoli, ma anche a Deleuze, Michaux, Guattari, Kafka, Proust, sperimentando filosofie di vita, possibilità multiple e contrarie, da uno diventano sei e poi ritornano unità, sfaccettata e frammentata, qui e altrove.

Incentrata sul ruolo del corpo nel processo di liberazione e indipendenza dell’uomo, la performance gioca sin dall’inizio con braccia, gambe, movimenti del ventre, teste rotanti e gesti inconsulti. Lo spettacolo si apre su sei corpi femminili in preda a una danza scatenata, su una musica che aumenta di volume. Un frastuono inatteso, che si vuole ridicolo ma, a tratti, quasi disturba.

La performance alterna momenti di pura fisicità, come il nudo integrale di due attrici che si rotolano nella pittura blu e imprimono le loro forme su un grande foglio di carta bianca, a momenti di elevata dissertazione filosofica, con un contrasto che rischia di abbassare troppo la tensione e, alla fine, di annoiare.

L’adattamento del collettivo ha infatti le sembianze di un lavoro in divenire, quasi uno spettacolo in progress, nonostante le numerose intuizioni felici, come un divertente incastro di parole tra le attrici e un’altra decina di personaggi invitati in scena, i cui corpi, scritti, tentano ripetutamente di combinarsi per trovare la giusta formula e comporre finalmente una frase.

A turno le attrici esprimono la difficoltà della convivenza quotidiana con il proprio corpo: “Tutte le mattine la stessa presenza, le stesse ferite – esclama una voce – non riesco a sbarazzarmene”.
I cinque minuti di delirio di una delle teatranti sono un riassunto efficace del rapporto difficoltoso con la propria fisicità: “Voglio dormire, no telefonare, devo telefonare – ripete – Anzi no, devo uscire, ma non da un’uscita semplice, una via d’uscita multipla, un ventaglio, un’uscita senza fine”.
La maschera, la danza, stato in cui il corpo è, secondo Foucault, “dilatato attraverso uno spazio allo stesso tempo esterno e interno”, sono tutti viatici per raggiungere quella particolare condizione utopica, lontana da ogni coordinata spazio-temporale, in cui è possibile godere di un corpo incorporeo. Tuttavia è solo l’erotismo, la fisicità allo stato puro, sì, ma condiviso, il momento in cui, pur con le palpebre chiuse, i propri occhi sono guardati da quelli di un altro, e il corpo è, esiste, “qui e ora”, e raggiunge la sua completezza. Solo fondendosi con un secondo organismo, il corpo umano placa l’istinto atavico di superare i propri limiti e le proprie frontiere.

Il collettivo F71, nato nel 2004, sin dai primi passi si è legato all’opera di Foucault, adattandone pensieri e opere attraverso un processo creativo che coinvolge, in ogni tappa della sua realizzazione, tutti gli elementi del gruppo.
Le sei artiste hanno trovato nelle riflessioni di Foucault un’eco affine, una risposta, o meglio nuove domande ai loro interrogativi comuni. “Il pensiero di Foucault mette in evidenza tutto ciò che è fin troppo immediato e scontato per poter essere percepito a occhio nudo” si legge infatti nella presentazione del collettivo. E, nonostante gli sbalzi di ritmo, la performance risveglia le coscienze e aiuta a percepire, quasi in maniera didattica (alla fine gli spettatori sono invitati a partecipare a un dibattito aperto sul corpo umano) la vitalità del cambiamento, quello fine a sé stesso. “Ognuno di noi concepisce il proprio essere come immutabile, assoluto, definitivo, inattaccabile. È una tradizione che proviene soprattutto dalle culture occidentali – scriveva Edouard Glissant – Ma l’utopia è accettare il pensiero e la fecondità del cambiamento”.

Notre corps utopique

tratto da Le corps utopique di Michel Foucault
di e con: Sabrina Baldassarra, Stéphanie Farison, Emmanuelle Lafon, Sara Louis, Lucie Nicolas, Lucie Valon
scenografia: Jane Joyet
luci: Léandre Garcia-Lamolla
collaborazione coreografica: Stéphanie Fratti
collaborazione musicale: Jean-Cristophe Marti

durata: 1h 15’
applausi del pubblico: 1’ 30’’

Visto a Parigi,  Théâtre de la Bastille, il 10 gennaio 2014


 

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