Il Don Giovanni di Oliva e Manni: incontro “creepy” tra Eros e Thanatos

Il Don Giovanni (photo: Clara Marchesi)
Il Don Giovanni (photo: Clara Marchesi)

Si chiamano I Démoni, ma non sembrano più di tanto pervasi da pathos e inquietudine. Di là dalle apparenze, sembra più giocosa che bohémien, più apollinea che dionisiaca la compagnia guidata da Alberto Oliva e Mino Manni, ritornata a fine 2015 al Teatro Out Off di Milano con lo spettacolo “Don Giovanni – Festino ai tempi della peste”, tratto da Aleksandr Puškin.

Le fonti originali (“Festino in tempo di peste” e “Convitato di pietra”) qui sono citate in maniera quasi integrale. L’ambientazione è dark: pandemie, morti e cimiteri. La scenografia di forte impatto visivo, dall’inequivocabile surrealismo pop, è grottesca e truculenta: resti di corpi umani sparpagliati qua e là, con cui si gioca come fossero biglie, bocce o birilli. Sembra la “Macelleria” di Annibale Carracci.

Quasi alla maniera di Boccaccio, un gruppo di giovani si relega in un luogo amenamente cruento. Ad animarlo, nel piacere di esorcizzare la morte, festini a base d’alcol e ammiccamenti.

Don Giovanni impersona il mito del grande seduttore. Si compiace di sfatare limiti e tabù. Osa fino all’empietà. Sperimenta i tocchi del proprio carisma. Sfida il passato, proprio e altrui. Compare travestito da frate cappuccino. Si palesa intimidendo i sodali: “Mi diverto a spaventare i bigotti che vogliono fare i trasgressivi”, e sembra l’Oliva-pensiero.

In questa versione meno nota, Don Giovanni ubriaco di tedio casca nei lacci d’amore che egli stesso ha teso: s’innamora di colei che tempo prima, con fremito omicida, aveva reso vedova. È quasi una provocazione blasfema, sangue e lussuria. Finirà per rimetterci le penne.

Il lavoro registico di Oliva, che coinvolge nel cast oltre a Mino Manni (nel ruolo di un Don Giovanni allegro e carismatico), Marta Ossoli, Guenda Goria, Giancarlo Latina e Giuseppe Nitti, si carica di toni strambi e qualche eccesso kitsch: luci stroboscopiche, balli languidi, baci saffici, duelli a colpi di pistola, teste come fantocci di coiffeur.
Mani grondanti sangue fuoriescono da casse come celle d’animali. Queste casse diventano piedistalli per statue dalla buffa prosopopea, mense su cui si brinda, alcove su cui si giace, carri per le sfilate di monatti.

Tra chitarre sonanti e soavi apparizioni femminili, prendono consistenza le musiche originali e i canti creati da Bruno Coli, che spaziano dall’hard rock alla musica medioevale, con qualche digressione barocca. Quasi un musical, enfatizzato dalle discrete capacità vocali delle protagoniste femminili.

Sembra che Oliva, più passa il tempo, meno tenda a prendersi sul serio. Come se avesse in uggia il teatro impegnato che trasuda passione. Come se alla voglia di curare il mal di vivere attraverso l’arte, preferisse un gusto ludico e fanciullesco, fumettistico e surreale.
Uno stile vagamente alla Tim Burton che si potrebbe definire “creepy”, ossia “raccapricciante”. Descrive la parte difficile del vivere, personaggi sempre in conflitto con qualcosa, qualcuno o se stessi. A volte la facciata è idilliaca, ma sotto si nasconde il marcio. E si ridicolizza la morte.
Un teatro catartico proprio perché giocoso e senza velleità artistiche, con note sardoniche e rari lampi di genialità. Un approccio un po’ “cazzaro”, quello di Oliva: quasi un monito ai coetanei che si presentano animati da astratti furori, con quell’aria assorta e impegnata. Lontano da psicologismi esistenziali o dall’ermetismo di posa e di maniera, Oliva pare rivolgere un invito a certo sedicente establishment culturale “a tirarsela un po’ di meno, che non facciamo teatro per salvare il mondo”.

Forse qui sta il trucco. In quello che suscita non c’è molto di piacevole, eppure risulta divertente, soprattutto per i giovani che hanno in idiosincrasia il teatro d’autore. Gli attori sono scelti in base a questo presupposto. E anche la scenografia punta a ricostruire un ambiente spettrale, con architetture surrealiste. In fondo, il teatro di ricerca, impegnato ed ermetico, va di moda. Ma anche il gotico non scherza.

DON GIOVANNI. Festino ai tempi della peste
drammaturgia Alberto Oliva e Mino Manni (Associazione I DEMONI)
da Aleksandr Puškin
regia Alberto Oliva
con Mino Manni e Marta Ossoli, Guenda Goria, Giancarlo Latina e Giuseppe Nitti
musiche originali Bruno Coli
costumi Lalory Costumi Teatrali
disegno Luci Alessandro Tinelli
Assistente alla regia Anna Carollo
Un ringraziamento particolare a Laura Gerosa
Spettacolo sostenuto nell’ambito del Progetto NEXT 2015 e da Teatro In Folio
con la Residenza Carte Vive

durata: 1h 20’
applausi del pubblico: 2’ 50”

Visto a Milano, Teatro Out Off, il 17 dicembre 2015

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