Il dramma della solitudine di un intenso Cirillo

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Arturo Cirillo

Jennifer, un trans che vive in un ghetto napoletano, passa il suo tempo nella lunga attesa della telefonata e dell’arrivo del fidanzato Franco. Tuttavia, a causa di disguidi sulle linee telefoniche, si perderà in chiacchiere con diversi personaggi che, in realtà, cercano altre persone.
Tra una telefonata e l’altra e nelle molte pause di questa lunga attesa, Jennifer sparecchia e riapparecchia la tavola, riceve Anna, si cambia nella speranza che giunga Franco e accende la radio che, come la colonna sonora di un film, accompagna i suoi stati d’animo sulle note di Patty Pravo, Milva, Mina, Vanoni e Romina Power. Ma la radio trasmette anche una terribile notizia: un maniaco si aggira nel quartiere uccidendo un numero imprecisato ma in continua crescita di travestiti.

È un dramma della solitudine, quello di Jennifer proposto da Arturo Cirillo.
Sola, unico suo motivo di vita è l’attesa di qualcuno che, però, non arriverà mai. Anche Anna, a cui Jennifer negherà asilo, è un travestito ubriaco di solitudine. Anche lei prova a comunicare con qualcuno senza riuscirci, tanto che – quando trova la sua gatta uccisa – impazzirà, poiché privata dell’unico appiglio per esprimere il proprio affetto e venirne ricambiata.
Notevole l’apporto che la musica rende allo spettacolo. I testi delle canzoni riescono a rappresentare perfettamente ciò che in quel momento la protagonista sta provando, in una tristissima parabola che la conduce prima all’esaltazione, poi allo sconforto, sempre più giù, fino alla rabbia e alla disperazione finale.
Arturo Cirillo dà vita ad un personaggio in bilico tra l’apparente vacuità di una vita trascorsa quasi per caso e la tragicità di un’anima che ha sete di un affetto che nessuno le concede. Monica Piseddu, nel ruolo di Anna, dona una maschera scomposta da un volto contratto e perennemente sofferto, immobile nella sua evidente convinzione che nulla possa cambiare.

Lo spettacolo, scritto dal drammaturgo napoletano Annibale Ruccello prematuramente scomparso 22 anni fa, ha il dono di presentarsi con grande leggerezza e, allo stesso tempo, con palpabile tragicità. Se, a tratti, le sagaci battute del protagonista invitano alla risata, il sorriso non riesce a farsi largo perché contrastato perennemente dall’enorme tristezza.
Fiori dappertutto: in scena, nella carta da parati, nella biancheria, quasi ad indicare l’eccesso di dolcezza di un’anima che, però, non ha i mezzi per sostenere le asperità della vita, fosse anche solo a causa della povertà o dell’incapacità di reagire che la attanaglia e che, poco alla volta, la farà scivolare verso il tragico epilogo.

LE CINQUE ROSE DI JENNIFER
di Annibale Ruccello
regia: Arturo Cirillo
assistente alla regia: Roberto Capasso
con: Arturo Cirillo e Monica Piseddu
scene: Massimo Bellando Randone
costumi: Gianluca Falaschi
luci: Pasquale Mari
musiche: Francesco De Melis
produzione: Nuovo Teatro Nuovo di Napoli in collaborazione con AMAT
durata: 1 h 15′
applausi del pubblico: 1′ 50”

Visto a Rubiera (RE), Teatro Herberia, il 19 aprile 2008

1 Comment

  • contenebbia ha detto:

    Ruccello è un grande. il suo “Ferdinando, uomo d’amore” mi incantò.

  • pioggiadimarzo ha detto:

    Ci sono persone che nella propria vita patiscono o hanno patito tanto, troppo. E’ incredibile la capacità di sopportazione e di tenuta del dolore che alcuni riescono ad avere. Vorrei vedere questa rappresentazione.

  • annalisaeffe ha detto:

    @Contenebbia: io non lo conoscevo ma da sabato lo apprezzo. Un vero peccato che la sua vita sia stata così breve!

  • annalisaeffe ha detto:

    @Pioggiadimarzo: ti assicuro che la sofferenza é palpabile dall’inizio alla fine della pièce!

  • anonimo ha detto:

    grandissimo cirillo:il fascino dell’ambiguita’,la sofferenza autentica,le lacrime vere.Successo meritatissimo

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