Il Gabbiano di Carmelo Rifici. Volo nuovo sul lago di Lugano

Il Gabbiano di Rifici (photo: piccoloteatro.org)
Il Gabbiano di Rifici (photo: piccoloteatro.org)

La nuova grande struttura polifunzionale di Lugano, il LAC, ha ospitato, all’interno del suo capace spazio teatrale, il debutto de “Il Gabbiano” di Anton Čechov, con la regia di Carmelo Rifici, da poco nominato direttore di Lugano in scena.

Il dramma in quattro atti, uno dei capolavori del grande autore russo, dopo l’esito disastroso della prima avvenuta nel 1896, fu ripreso nel 1898 da Stanislavskij con grande successo, un successo che dura ancora. Infatti i temi e le considerazioni che quest’opera offre al pubblico e ai registi che spesso lo vogliono mettere in scena rimangono ancora oggi inalterati nella loro suggestione.

Tutta la vicenda si svolge nella tenuta, situata sulle sponde di un lago, di Piotr Nikolaevic Sorin.
E’ qui che troviamo raggruppate in un sol momento un grumo di persone che si interrogano costantemente sul loro presente e sul loro incerto futuro, come accade, seppur in diversi contesti, in altri lavori di Cechov: la sorella di Sorin, Arkadina, famosa attrice, ormai in declino, che vi è giunta col suo amante, il romanziere Trigorin, Kostja, il figlio della donna, che nel suo impeto giovanile vuole dare vita a un’innovativa forma teatrale, Nina, l’amata musa di Kostja, che darebbe la vita per fare l’attrice, il maldestro maestro elementare Medvedenko, innamorato di Masa, figlia dell’amministratore della tenuta, il tenente in congedo Samraev, la quale ama, non corrisposta, Kostja, e il medico Eugenij Sergeevic Dorn.


Rifici, nella sua messa in scena, sceglie, con alcuni artifici, di porre in risalto i due temi che percorrono l’opera cecoviana: la vera essenza, portatrice di senso, dell’arte teatrale e l’ineluttabilità dei destini degli esseri umani.

I personaggi che si muovono in scena infatti, pur consci delle loro fragilità, si proiettano sempre verso aspirazioni che risulteranno poi fallimentari o ben al di sotto delle loro aspettative (la carriera incerta di Kostja e il suo conflitto con la madre che irride il suo teatro, la sostanziale aridità intellettuale del romanziere di grido, Trigorin, il rapporto di Arkadina con il figlio e l’amante che ritornerà all’ovile dopo essere fuggito con Nina, la melanconia della stessa per una fortuna artistica irrisolta, l’infelicità di Masa).

Rifici fa esprimere la disillusione di tutti questi protagonisti direttamente in proscenio, confessando le ragioni del loro fallimento direttamente al pubblico, ed evidenziando anche la problematica dei veterani, ormai consapevoli del loro fugace successo ma che non concedono neppure ai giovani la possibilità di una prima sconfitta. E mentre la scena si popola di gabbiani di carta e dei loro caratteristici gridi, ben comprendiamo che non è solo Nina ad essere un fragile gabbiano, ma anche tutte le persone che le stanno vicine.

Il teatro e la sua essenza vengono invece declinate soprattutto nel rapporto tra i due intellettuali Kostia e Trigorin, i cui ragionamenti vengono riverberati, ad un certo punto, su tutti gli altri componenti della scena.
Kostja, maturando, rinnega le affermazioni da lui fatte all’inizio della commedia sulla necessità di cercare nuove forme teatrali, pensando ora invece che sia necessario scrivere ciò che nasce dentro, cosa che Trigorin forse non comprende, tutto preso solamente da una catalogazione delle forme della vita.

Ma anche Arkadina e Sorin ragionano su un teatro che non esiste più.
E così, fin dall’inizio, il gioco del teatro nel teatro è assolutamente scoperto, con gli attori/ personaggi che enunciano direttamente al pubblico le didascalie di scena, mentre rossi velari si alzano e scendono in continuazione, con la macchina del vento che prorompe con la sua furia sugli interpreti e con la musica dal vivo che, attraverso la presenza di Zeno Gabaglio (Jakov, il garzone), sottolinea i vari sentimenti che le azioni suggeriscono. E alla fine, per testimoniare come un teatro che non entri direttamente nei gangli della società è destinato a perire coi suoi interpreti, con un azzardo significativo il regista fa in modo che il suicidio di Kostja venga solo annunciato, dopo che il ragazzo ha fatto tacere Nina, simbolo inequivocabile della poesia.

C’è poi il lago che incombe, sia con la sua leggerezza sia con la sua mestizia la scena, in verità assai scarna e poco appagante di Margherita Palli (anche i costumi di Margherita Boldoni si muovono nella medesima direzione).
Ben impostati ci sono parsi soprattutto i personaggi principali, da Fausto Russo Alesi (Trigorin) a Emiliano Masala (Kostja), Giorgia Senesi (Arkadina), Anahi Traversi (Nina), Giovanni Crippa (Dorn) e Mariangela Granelli (Masa), in uno spettacolo che in modo coerente e senza eccessive forzature (Masa che sniffa cocaina, la recita psichedelica di Kostja) cerca con intelligenza e misura di trasmettere i molteplici significati del tutto contemporanei che il testo cecoviano suggerisce.

Per approfondire i temi del Gabbiano e della sua messa in scena abbiamo intervistato Carmelo Rifici, che ci ha parlato anche dei suoi nuovi ruoli come direttore di Lugano in Scena e della Scuola di Teatro del Piccolo Teatro di Milano.

Carmelo Rifici (photo: C. Aviello)

Carmelo Rifici (photo: C. Aviello)

Perché hai scelto di mettere in scena proprio il Gabbiano?
E’ un testo fondamentale, quasi un enigma. Lo uso in accademia con i giovani attori perché dentro c’è tutto, per l’allenamento è ottimo. E’ un testo che apre molto domande, non dà risposte, e soprattutto avvicina in maniera pericolosa l’arte della rappresentazione teatrale alla sinistra rappresentazione che di noi facciamo nella vita di ogni giorno.
Poi parla di artisti in crisi e alla ricerca di un’anima. Lavoro a Lugano da quasi due anni in un teatro costruito sul lago, dopo un po’ mi è parso inevitabile leggerli entrambi come specchio della società. Mi è sembrato il testo giusto per iniziare un lavoro sul territorio del Ticino.

Perché questo testo, secondo te, pur parlando apparentemente soprattutto di problematiche legate alla messa in scena teatrale, è così visitato ancora dal teatro contemporaneo?
Perché è un testo che pone domande fondamentali: dove finisce la vita e inizia la rappresentazione? Può esistere un’unica verità? Facciamo tutti parte di un’unica voce universale o siamo solo uomini incapaci di ascoltare altri uomini? Queste sono domande universali, ma poi il capolavoro di Cechov porta a chiederti anche cose molto personali: il rapporto con il fallimento, con le relazioni mancate, con l’incapacità di amare davvero…

Nella tua regia sono fondamentali da una parte la presenza del lago, dall’altra quella dei sipari rossi che si alzano e si abbassano.
Il lago e il sipario sono fondamentali anche nel testo. Rappresentano entrambi un occhio, uno specchio. Con Margherita Palli abbiamo deciso di epurare un certo naturalismo a favore di un’asciuttezza che però tenesse presente gli elementi scenografici dell’autore. Il lago è il pavimento su cui si muovono gli attori, la casa, il teatro, gli interni sono costruiti con questi sipari che delimitano gli spazi. Tutto però è essenziale, anche un po’ freddo. La materie utilizzate sono molto fragili, come la carta per fare i gabbiani. Fragili e inconsistenti, precari, come i personaggi del testo. Lo spazio diventa un’assenza di spazio, un non luogo dove incontrarsi è impossibile.

Molto importanti sono la musica e i suoni, con un musicista in scena, le arie cantate da Dorn, i gridi dei gabbiani che tutti gli attori ad un certo punto riversano sul palco. Perché questa scelta?
Non lo so, è venuta d’istinto. E’ un testo che si rifà molto al melodramma: Sorin, Dorn, Sciamraev, tutti cantano o ricordano di aver cantato. Masha assomiglia molto ad un personaggio da melò di fine Ottocento. Si muovono bene quando l’amore lo rappresentano, meno bene quando devono provarlo. Il canto, i suoni hanno aiutato gli attori proprio ad evitare di immedesimarsi troppo in un disegno di sentimenti, sono personaggi che provano molti dolori, ma la tragedia vera è che li rappresentano, non li assumono. Poi Kostja si perde in un caos di visioni e incubi, il grido del gabbiano mi restituiva molto quel suono terribile che ho immaginato potesse sentire il giovane scrittore dai nervi distrutti. Un caos di immagini e suoni in cui smarrirsi.

Cechov rimprovera Stanislavskij di non aver colto l’umorismo dei suoi testi. Tu come ti sei posto in questo senso in un testo che parla del teatro e della sua funzione alla presenza di destini, in qualche modo senza futuro e con un presente certo non esaltante?
Lo spettacolo a tratti fa ridere perché mostra anche momenti ridicoli, si pensi alla sceneggiata che Arkadina fa quando non le danno i cavalli. Parla di personaggi al limite del ridicolo: questo aspetto penso non sia molto colto ancora oggi. Tutti guardano a Cechov come all’autore di personaggi tragici e profondi, in realtà sono fragili, inconsistenti, drammatici in quanto non raggiungono mai niente e proprio per questo involontariamente comici. Questa cosa non si riesce ancora oggi a farla digerire. Ricordo un “Tre sorelle” di Ronconi molto criticato perché vedeva nelle tre ragazze quasi tre stupide, eppure…

Parliamo infine di te. Direttore di Lugano in Scena e nuovo direttore della Scuola di Teatro del Piccolo di Milano. Quali sono le tue prime impressioni?
Fare il direttore a Lugano non è molto diverso che essere regista, devi avere uno sguardo aperto e fare scelte per il pubblico a cui vuoi arrivare o che vuoi costruire. L’impresa è ardua e bella e ci vuole un grande senso di responsabilità e di presa di coscienza. Per ora qualche cosa di bello sta succedendo, il Lac sta creando pubblico, la città è incuriosita e speranzosa.
La Scuola del Piccolo è una bellissima opportunità. E’ la scuola più importante in Italia, a mio avviso, in quanto ha una tradizione solida, ottima e una squadra di insegnanti e di collaboratori al servizio dei giovani attori. E’ fucina di talenti, e sono contento di essere lì e poter dare una mano. Amo insegnare e pensare di lasciare qualcosa ai ragazzi, come è successo a me prima di loro, grazie ad attori come Marisa Fabbri, Franca Nuti, Claudia Giannotti e Mauro Avogadro, quest’ultimo poi l’ho voluto con me, al Piccolo, fondamentale il suo sapere per un teatro che porti consapevolezza e voglia di scoperta.

GABBIANO
di Anton Čechov
adattamento e regia di Carmelo Rifici
con, in ordine alfabetico, Giovanni Crippa, Ruggero Dondi, Mariangela Granelli, Igor Horvat, Emiliano Masala, Maria Pilar Pérez Aspa, Fausto Russo Alesi, Giorgia Senesi, Anahi Traversi
e con l’amorevole partecipazione di Antonio Ballerio
scene Margherita Palli
costumi Margherita Baldoni
musiche Zeno Gabaglio
luci Jean-Luc Channonat
produzione LuganoInScena
in collaborazione con LAC Lugano Arte e Cultura, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa e Teatro Sociale di Bellinzona

Visto a Lugano, LAC, il 6 novembre 2015

1 Comment

  • Raffaella Porreca Salerno ha detto:

    Gent.mo Carmelo,
    8 tra poeti e scrittori siamo gli autori di una bella opera dal titolo ” Fuori Tutto”
    8 quinte e 8 momenti intimi di “distacco da 8 oggetti” che la protagonista compie su prescrizione dello psicoanalista al fine di “guarire” dall’abbandono della persona amata
    Vorremmo produrlo
    Spero che voglia saperne di più
    Ps: nella vita sono medico anestesista rianimatore ma sono “devota” alla divulgazione della qualità in cultura
    Grazie
    Raffaella Salerno

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