Il Gabbiano di Oskaras Korsunovas. I classici come opere contemporanee

Il gabbiano (photo: D. Matvejevas)
Il gabbiano (photo: D. Matvejevas)

Onore al talento di Oskaras Korsunovas. Onore ad un “Gabbiano” intenso, coinvolgente, forte e vivo come raramente accade di vedere su un palco. Il testo di Čechov, nelle mani del regista lituano – e del bel gruppo di attori -, risuona quanto mai attuale, e questo certo non perché la scenografia, ridotta ai minimi termini, i costumi, l’apparire di un cellulare od un portatile, che all’inizio rimanda le note di “Heart and Soul” dei Joy Division, ci portino dritti ai nostri giorni; bensì perché ciò che riguarda la complessità dell’essere umano – nei suoi fallimenti, insoddisfazioni, amori, sogni, ambizioni, frustrazioni e ineluttabili destini – è la stessa di sempre, sia che viviamo al tempo degli smartphone, sia che si percorrano verste su verste, con cavalli a noleggio, per raggiungere un treno che ci conduca a Mosca, oppure si sogni la carriera d’attrice o di scrittore.

Ed è vero, molti sono i riferimenti teatrali e letterari e soprattutto le riflessioni/affermazioni sull’arte che lo scrittore russo affida ai protagonisti, ma ad ogni nuova messinscena de “Il gabbiano” a cui assisto, mi sembrano queste sempre più casse di risonanza per amplificare il fallimento dei protagonisti e sottolineare, più in generale, le frustrazioni e le sconfitte dell’essere umano di fronte alle proprie ambizioni, quasi a parlare fosse Thomas Bernhard.

Particolare attenzione, oltre ai due personaggi di Nina e Treplev, Korsunovas sembra riservare alla figura del dottore, Dorn, scanzonato, ironico, atletico, biondo tombeur de femmes di mezza età, appassionato di yoga, uno che ha girato il mondo e che è il primo ad intuire il talento di Kostja (Treplev). È a lui, infatti, che nella penombra che segue il colpo di pistola, il regista lascia un’ultima ed unica brevissima battuta, “Deve essere scoppiata una boccetta d’etere”, in un finale tutto incentrato sull’ultimo incontro tra Nina e Kostantin, grande momento di teatro caratterizzato da una partitura gestuale che rimanda intatta la potenza di sentimenti a lungo sopiti.
Straordinaria la scena dell’abbraccio tra i due, i talentuosi Martynas Nedzinskas, nella parte di Treplev e Agneska Ravdo, che interpreta una giovane ed ambiziosa Nina. E sempre parlando di talento merita una menzione anche Rasa Samuolytė che veste i panni di Masha.

Assenza di musiche e, nel terzo e quarto atto, rari suoni e rintocchi di campane, che sembrano preparare la tragedia finale. Quinte nere, un grande schermo sullo sfondo che, come un quadro, rimanda a tratti i mutevoli riflessi increspati del lago, sedie pieghevoli nere, un tavolo e un divanetto dello stesso colore, illuminati da un incombente rettangolo inclinato di luci fredde, si contendono la centralità della spazio, elementi minimi. Mentre gli attori abitano la scena per l’intera durata dello spettacolo, seduti a lato, testimoni di ciò che accade negli scambi dei protagonisti di turno.

Ma non stanno lì in semplice ed assente attesa. In realtà vengono spesso chiamati in causa dagli sguardi degli interpreti in azione, quando vengono da questi menzionati. E questa sorta di dialogo nel dialogo, questo “colloquio di sguardi”, che ci rimanda alle sculture di Giovanni Pisano, dona una dimensione corale, tiene vivi e presenti in scena tutti i personaggi, anche quando, secondo il testo, dovrebbero essere “fuori”, assenti.

Ed in mezzo alla tragedia di vite che non sembrano trovare la loro compiutezza, amori inappagati e un’infelicità che sembra pervadere tutti coloro che si ritrovano ad essere accarezzati dalla brezza del lago, c’è spazio per piccoli sprazzi di ironia rivolti al pubblico, che non sono – si faccia attenzione – una strizzata d’occhio, piuttosto una ricerca di contatto tra spettatore e attore, quasi a dilatare i sentimenti potenti che animano i protagonisti in scena. Stessa funzione vengono ad avere le poche parole in italiano recitate dagli attori all’interno del testo, che creano un legame diretto con gli spettatori. È lo stesso Treplev a comunicare al pubblico l’intervallo della durata di quindici minuti. E “chi ritarda è un gabbiano” ammonisce.

“Il gabbiano” chiude la trilogia di indagine sul teatro, l’attore e lo spettatore contemporanei, aperta con “Amleto” – a cui avevamo assistito nel lontano 2011 – e continuata con “I Bassifondi”. Con questo lavoro Korsunovas afferma la volontà di “mettere in scena i classici come opere contemporanee, rendendoli un’esperienza interpersonale anziché una digressione storica”; un proposito che pare pienamente riuscito, così come l’intento dichiarato di “recuperare la passione, l’amore, la gelosia e l’odio presente nelle opere di Čechov con l’obiettivo di cogliere il cuore dell’opera, che spesso è nascosto sotto costumi, decori, scenografie sontuose e intonazioni trascinanti”.

IL GABBIANO
di Anton Čechov
regia, scenografia Oskaras Korsunovas
con Nele Savicenko, Martynas Nedzinskas, Darius Meskauskas, Agneska Ravdo, Vytautas Anuzis, Kirilas Glusajevas, Airida Gintautaite, Rasa Samuolyte, Darius Gumauskas, Dainius Gavenonis
musiche Gintaras Sodeika
video Aurelija Maknyte
luci Eugenijus Sabaliauskas
costumi Dovile Gudaciauskaite
Produzione OKT, Vilnius City Theatre

durata: 2h 50’ con intervallo
applausi del pubblico: 5’

Visto a Pontedera, Teatro Era, il 3 novembre 2018

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