Il Giappone post-Fukushima nel teatro musicale di Toshiki Okada

Ground and floor

Ground and floor (photo: Kamel Moussa)

Con “Ground and floor” di Toshiki Okada si è chiusa la 37^ edizione de La Bâtie, un festival in continua crescita. Nei sedici giorni di programmazione sono state infatti 32mila le presenze per 50 lavori e 132 rappresentazioni. Sale piene insomma per un festival che, come già abbiamo sottolineato in altre occasioni, si caratterizza per le tante presenze straniere: la Svizzera diventa così un piccolo ‘cuore’ dell’Europa per ospitare artisti da Svezia, Islanda, Belgio, Austria ma anche da più lontano: Iran, Giappone, Canada e Sud-Africa sono solo alcuni dei paesi presenti nell’edizione appena conclusasi.

Certo, quest’anno non c’è stata nessuna presenza italiana, ma la vocazione al multiculturalismo (tanti gli spettacoli in lingua originale) è stata mantenuta e le performance proposte, soprattutto di teatro-danza, sono state voci tra loro assai differenti; ogni artista ha raccontato il suo mondo con originalità, prendendo spunto dalla cronaca o dal proprio vissuto, utilizzando linguaggi diversi e mischiando tradizioni culturali e ricerca artistica.

“Ground and floor” non fa eccezione: lo spettacolo, in giapponese con sottotitoli in francese, racconta le mille sfaccettature del Giappone di questi ultimi anni, dopo il terremoto e tsunami del 2011 ma anche alle prese con la catastrofe nucleare di Fukushima e l’attuale crisi economica.

Un viaggio poetico e delicato, ma anche un racconto crudo e visionario che, con i suoi sei atti, incanta lo spettatore.

Toshiki Okada, classe 1973, è considerato, non a caso, uno dei più importanti esponenti del teatro contemporaneo giapponese; ha fondato la compagnia Chelfitsch con l’intento di raccontare il linguaggio familiare della cultura contemporanea dei giovani del suo Paese attraverso gli occhi di un attore e regista che vuole svelare sentimenti e angosce di un popolo che si confronta con la modernità.

Eccola allora questa modernità: in “Ground and floor” una famiglia giapponese deve affrontare le difficoltà della vita; la crisi economica ha tolto la speranza ad uno dei due fratelli, il ragazzo senza lavoro si sente privo di dignità, alienato senza quel minimo di denaro per vivere; mentre l’altro fratello, in attesa di un figlio, si interroga assieme alla giovane compagna sul futuro, ma le speranze sembrano così evanescenti che la ragazza, dentro di sé, sogna di far crescere il figlio anche da sola, lontano dal Giappone.
Ma questi giovani sono incerti anche perché preoccupati da una possibile guerra, temono che un nemico dall’altra parte del mare improvvisamente possa attaccarli. Per un occidentale è sorprendente, eppure si capisce come nelle nuove generazioni l’invasione subita durante la Seconda Guerra mondiale sia ancora uno spettro difficile da dimenticare.

Okada trova anche lo spazio per alcune considerazioni molto ironiche sulla lingua giapponese, soprattutto sulla impossibilità di comunicare all’estero con una lingua che nessuno conosce, per poi tornare al tema scomodo del lavoro e ai tanti sogni infranti dei giovani di oggi, costretti ad accettare di fare qualsiasi cosa pur di vivere.

Il racconto della storia di questa famiglia, in cui la figura paterna è assente e la madre compare come fantasma a guidare le difficili scelte dei figli, è affidato alla sensibilità degli attori che, ognuno con un linguaggio diverso, danno vita ad un teatro musicale, secondo il desiderio di Okada, in cui la musica ha un ruolo fondamentale: accompagna i corpi, li fa oscillare ad un ritmo eterogeneo mentre brancolano nel vuoto alla ricerca di risposte o solo di suoni consolatori.

In una scena scarna, i personaggi si alternano su un palco di legno dal quale raccontano le loro storie, mentre le luci amplificano il dolore.
Lo spettatore assiste così alle lente ed intense conversazioni tra madre e figlio, tra i due fratelli o la giovane coppia, scoprendo che in questa famiglia qualsiasi, in uno dei Paesi più ricchi al mondo ma oggi sempre più alle prese con una crescente povertà, si devono affrontare anche apatia, sconforto e voglia di fuggire.

Lo spettacolo mostra pure il difficile rapporto che i vivi hanno con i defunti, e come questi fantasmi infelici compaiano ai vivi, riprendendo la tradizione del Teatro Nô, e manifestino ai loro cari tutta la delusione per essere stati dimenticati. Anche i defunti hanno i loro diritti, soprattutto quello ad essere ricordati, sottolinea Okada.

In sei atti febbrili queste storie familiari, alcune delle quali potrebbero essere anche le nostre, sono narrate con una recitazione che è a tratti moderna e ‘occidentale’, a tratti legata alle tradizioni orientali.
Così pure è per musiche e costumi, in cui ancora una volta tradizione e modernità si mescolano. Il risultato è una pièce ben costruita nel ritmo come nella forma; le voci degli attori – stridule o rauche – esprimono l’impossibilità, l’ansia; mentre i corpi in movimento seguono una partitura sempre diversa.
Lo spettatore, immerso in questo universo di suoni ed espressioni orientali drammaticamente reali, ha così la sensazione di intraprendere una intensa esperienza conoscitiva.

Ground and floor
scrittura e messa in scena: Toshiki Okada
con: Taichi Yamagata, Makoto Yazawa, Yukiko Sasaki, Mari Ando, Izumi Aoyagi
musiche: Sangatsu
scenografie: Shusaku Futamura
drammaturgia: Sebastian Breu
costumi: Yuko Ikeda (Luna Luz)
lettura «anatomica»: Nao Kusumi
regia generale: Koro Suzuki
suono: Norimasa Ushikawa
luci: Tomomi Ohira
realizzazione video: Shimpei Yamada
produzione: Kunstenfestivaldesarts (Bruxelles), chelfitsch (Tokyo, production exécutive)
precog (Tokyo, production associée)
co-produzione: Festival d’Automne à Paris, Les Spectacles vivants-Centre Pompidou (Paris)
HAU Hebbel am Ufer (Berlin) La Bâtie-Festival de Genève, KAAT, Kyoto experiment, De Internationale Keuze van de Rotterdamse Schouwburg, Dublin Theatre Festival, Théâtre Garonne, Onassis Cultural Center (Athènes)

durata: 1h 30′
applausi del pubblico: 2′

Visto a Ginevra, Théâtre du Grütli, il 14 settembre 2013


 

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