Alessandro Serra e un Giardino dei ciliegi in chiaroscuro

Il giardino dei ciliegi (photo: Alessandro Serra)
Il giardino dei ciliegi (photo: Alessandro Serra)

Chi, dopo aver visto in sequenza la versione arcaica e barbaricina del “Macbeth” e ora “Il Giardino dei Ciliegi” portati in scena da Alessandro Serra, si domandasse se appartengano allo stesso regista, farebbe una domanda assolutamente retorica. Pur navigando in due contesti e mondi assolutamente diversi, l’impronta di questo artista, che seguiamo da ben prima del successo di “Macbettu”, è assolutamente presente e tangibile anche nel capolavoro di Čechov, di cui il regista sardo, come è suo solito, cura anche la drammaturgia, le scene, i costumi e le luci, qui con un cast di 12 attori.

“Il Giardino dei Ciliegi” rappresenta l’ultimo capolavoro del drammaturgo russo, rappresentato per la prima volta il 17 gennaio 1904 al Teatro d’Arte di Mosca, solo sei mesi prima della morte del suo autore. Tra il regista dello spettacolo, Stanislawskij, e Čechov nacque una famosa diatriba: il primo intuì nel testo una tragedia, mentre il secondo lo scrisse come commedia, e forse è anche per questa ambiguità che Serra ha deciso di misurarsi con l’opera.

“Il Giardino dei Ciliegi” si svolge nell’antica proprietà della famiglia aristocratica Ranevskaja. Qui torna, dopo aver vissuto cinque anni a Parigi, la padrona Ljuba Andreevna, insieme alla figlia diciassettenne Anja, con la governante tedesca Šarlotta Ivanovna e il servo Jaša. Ad attenderli c’è il fratello, Leonid Andreevič Gaiev, la figlia adottiva Varja, che in assenza della madre ha governato la proprietà, il contabile Epichodov e i servitori della casa: Dunjaša e il vecchio Firs, che, nonostante l’emancipazione dei servi del 1861, è rimasto a servizio presso la famiglia. Altri personaggi che compaiono sono lo studente utopico Griša Petr Trofimov, un tempo anche tutore del figlio di Liubov, annegato cinque anni prima, e il proprietario terriero Boris Siemenov-Piseik .


Al centro dell’opera vi è la messa all’asta della proprietà, compreso un bellissimo giardino di ciliegi (o più correttamente di amarene, come suggerisce l’esatta traduzione del testo), a causa dei debiti accumulati dalla famiglia. Nonostante il mercante Ermolaj Alekseevič Lopachin, amico di famiglia, spinga insistentemente Ljuba e Leonid a dividere la loro proprietà in tanti lotti da edificare e poi affittare ai villeggianti d’estate, i due fratelli non sono favorevoli alla vendita, per non sacrificare il giardino a loro tanto caro.

Sarà durante una festa a casa di Ljuba che arriverà la notizia della vendita all’asta del giardino dei ciliegi. Lopachin rivela così di essere stato lui a comprarlo e, con un misto di gioia e rivalsa, esprime la fierezza di essere finalmente il padrone di una proprietà in cui suo padre era stato servo.
Tutto, dunque, sta per finire: Gaiev e Ljuba stanno per prendere il treno, Gaiev andrà a lavorare in banca, Ljuba tornerà a Parigi dal suo vecchio amante, mentre Varja verrà rifiutata da Lopachin.
L’ultima scena vede protagonista il vecchio Firs che, abbandonato da tutti, resta chiuso dentro l’antica proprietà dei suoi padroni, rimanendone come intrappolato.

Molte volte abbiamo visto in scena questo testo, sin dalla famosa regia bambinesca di Strehler (la vicenda si apre e si chiude per l’appunto nella stanza dei bambini), amandolo visceralmente. Così tante sono le suggestioni che si riverberano sullo spettatore, che ne possiamo suggerire solamente qualche accenno fugace; tante sono le sfumature presenti nei vari personaggi, tante le preveggenze su un mondo che, come i ciliegi, di lì a poco avrebbero subito inesorabili cambiamenti. Tante, infine, fra commedia e tragedia, sono le atmosfere messe in campo, tra cui la melanconia, figlia della nostalgia di un tempo che non potrà più tornare, ne è per noi la più precisa.

Alessandro Serra sceglie di non porre la parola cechoviana come regina indiscussa della propria messa in scena, ma la offre, come è sua abitudine, in assoluta convergenza con il chiaroscuro delle luci, i costumi, i corpi degli attori, le frequenti coreografie, perfino con gli stimoli sonori (chiacchiericci, pianti, canti, risolini, russamenti, borbottii, colpi…) che sono parimenti, anche loro, parte precipua della drammaturgia messa in campo. Anch’essi formano una vera partitura emozionale, “una partitura per anime, in cui i dialoghi sono monologhi interiori che si intrecciano e si attraversano” come ci suggerisce il regista, di un gruppo di esseri, inconsapevoli che il mondo che li racchiude verrà presto travolto.

Non vi sono scenografie importanti (e quando ci sono vengono portate in scena con fatica), se non qualche tavolo e soprattutto semplici sedie che, alla fine, accatastate, sanciranno – insieme alla morte di Firs – il vuoto silenzioso della Ranevskaja. Non ci sono mobili, oggetti o altri elementi concreti a rappresentare i luoghi, solo ombre che si riflettono sulle tre altissime pareti dal colore cangiante che racchiudono la scena e attraverso cui si percepiscono la stanza dei bambini, il giardino dei ciliegi, gli ospiti della festa.

E’ in questo popoloso deserto che all’inizio i personaggi prendono vita, ora da soli, ora muovendosi in gruppo, ora attraversando la scena fugacemente, a volte anche in curiose processioni, per poi raggrupparsi in posa, quasi fossero capitati in una vecchia fotografia, o – solo per un momento – gioiosamente felici, accondiscendendo ai giochi di prestigio di Šarlotta Ivanovna, in una specie di danza di morte, per citare Strindberg.
E se nella prima parte la parola sembra essere in qualche modo troppo sacrificata, per lasciare spazio al gioco delle simbologie, nella seconda parte dello spettacolo ogni cosa si muove in perfetta sincronia verso il finale, con ogni personaggio desideroso di cambiare la propria esistenza per una vita migliore, che però si dimostrerà inevitabilmente perdente. Tutti vestiti di nero, a differenza della prima parte, in cui spiccava il rosso dell’abito di Šarlotta e il bianco di Lopachin.
Nel gioco di luci e ombre che domina visivamente la scena, ognuno recita la propria parte, attraverso un utilizzo equilibrato e significante di parole e gesti; ogni personaggio viene spesso caratterizzato in modo preciso: la danza di Šarlotta, i bicchieri d’acqua e di vino sprecati da Boris Piseik, Firs (un Bruno Stori che esce benissimo dal suo solito meritevole repertorio) che barcollando va e viene con i suoi bicchieri sinistramente tintinnanti, Lopachin (un bravissimo Leonardo Capuano), che sembra vincitore, ma che alla fine, scavando la terra finalmente sua non vi troverà nessun appagamento.
Al contempo le immagini supportano o addirittura cancellano le parole: l’ombra di Ljuba che vorrebbe pervicacemente salvare il suo giardino, con la voce fuori campo di Anja che incoraggia la madre, dicendole di non disperarsi, perché quello che le sta succedendo non sarà che l’inizio di una nuova vita; i due fratelli che invece di nominare tra loro il dolore della partenza, in silenzio escono di scena. Tanto che anche noi, alla fine, rimaniamo soli, nostalgicamente intrappolati – come Firs – davanti a dodici ombre che finalmente prendono luce piena per afferrare gli applausi finali.

Segnaliamo alcune date della tournée dopo il periodo festivo: il 12 gennaio a Pontedera (PI), dal 23 al 26 a Forlì, e dal 31 al 2 febbraio a Reggio Emilia. Arriverà a Torino dal 13 al 16 febbraio, dal 18 al 23 sarà a Catania e a Roma dal 25 febbraio all’8 marzo, per poi proseguire ancora in giro per l’Italia.

IL GIARDINO DEI CILIEGI
Di: Anton Čechov
Regia: Alessandro Serra
Con: Arianna Aloi, Andrea Bartolomeo, Leonardo Capuano, Marta Cortellazzo Wiel, Massimiliano Donato, Chiara Michelini, Felice Montervino, Fabio Monti, Massimiliano Poli, Valentina Sperlì, Bruno Stori, Petra Valentini
Drammaturgia, scene, suoni, luci, costumi: Alessandro Serra
Consulenza linguistica: Valeria Bonazza e Donata Feroldi
Realizzazione scene: Laboratorio Scenotecnico Pesaro
Direzione tecnica e tecnico della scena: Giuliana Rienzi
Tecnico della luce: Stefano Bardelli
Tecnico del suono: Giorgia Mascia
Collaborazione ai costumi: Bàste
Attrezzista: Serena Trevisi Marceddu
Organizzazione, distribuzione: Danilo Soddu
Produzione: Sardegna Teatro, Accademia Perduta Romagna Teatri, Teatro Stabile del Veneto, TPE – Teatro Piemonte Europa, Printemps des Comediéns
Coproduzione: Compagnia Teatropersona, Triennale Milano Teatro

durata: 2 h 15′ (compreso intervallo)

Visto a Milano, Triennale, il 18 dicembre 2019

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