L’epopea del giovane Strehler, da Novara al Piccolo, in mostra a Milano

«Racconterei anche muto. Racconterei anche immobile, ad occhi chiusi, voltato di spalle, dietro una tenda, chiuso in un ripostiglio o in fondo al mare. In qualsiasi modo io racconterei, perché l’importante per me è raccontare … raccontare le storie di altri, ad altri … ad altri che ascoltano».

Ad animare il teatro di Giorgio Strehler era la parola che si faceva carne, ed esprimeva l’urgenza di un contatto viscerale con il pubblico.
Strehler è un riferimento con cui il teatro contemporaneo italiano deve fare incessantemente i conti, tanto più dopo la scomparsa recente di altre due pietre miliari della scena e della regia come Luca Ronconi e Dario Fo.

Tra le iniziative che ricordano il regista triestino all’indomani del ventennale della morte, avvenuta il 25 dicembre del 1997, c’è la mostra fotografica “Il giovane Strehler da Novara al Piccolo Teatro di Milano”, curata da Clarissa Egle Mambrini, fino al 17 marzo nel foyer del Teatro Carcano di Milano (ingresso libero, da martedì a sabato dalle 10.30 alle 18.30, domenica dalle 14 alle 18.30, lunedì chiuso).


Mambrini, autrice anche del saggio omonimo pubblicato da Lampi di stampa nel 2013, affronta lo Strehler sconosciuto delle origini, quello che a vent’anni pubblicava articoli di un’attualità e una complessità sorprendenti sulle riviste dei GUF (Gruppi universitari fascisti).
In una sorta di compensazione, come atto rivoluzionario, Strehler andava ramingo per l’Italia a cercare spettacoli e testi teatrali di qualità. L’esposizione del Carcano, composta di foto, documenti d’epoca concessi da varie istituzioni, pagine di giornali grandi come lenzuoli, è un tassello utile non solo a tracciare il profilo giovanile del regista destinato a fondare il Piccolo, ma anche a ricostruire, senza schematismi o filtri ideologici, il contesto culturale del Ventennio.

Proprio al tramonto del fascismo Strehler fece la sua prima regia a Novara, alla Casa Littoria. Nato a Barcola, frazione di Trieste, nel 1921, un anno prima che Mussolini prendesse il potere, Strehler era appena diventato maggiorenne quel 24 gennaio del ’43, quando mise in scena “Sogno (ma forse no)”, “All’uscita” e “L’uomo dal fiore in bocca”.
I tre atti unici di Pirandello furono un successo. Appena quattro anni dopo Strehler fondò con Paolo Grassi e Nina Vinchi il Piccolo. Fu l’inizio di un’epopea che ancora riecheggia non solo a Milano, ma tra tutti gli artisti, gli appassionati e i cultori del teatro contemporaneo.

Le fotografie della mostra organizzata da Clarissa Egle Mambrini, sono un tuffo in un’epoca non così remota, quando anche la quieta provincia piemontese manifestava una vitalità che in anni recenti è sembrata smorzarsi.
Era forte l’idealismo di Strehler e dei giovani sodali (tra cui Egidio Bonfante e Vittorio Orsini, fratello dell’attore Umberto) che riuscivano a trovare stimoli e fermenti creativi anche nell’Italia grigia della dittatura.

Il bianco e nero della mostra si mantiene vivido. Gli interventi e le recensioni di Strehler sulla rivista novarese «Posizione» e su altri fogli dell’epoca esprimono lucidità e brillantezza rare. Vale la pena prendersi un po’ di tempo per spulciare alcuni di questi articoli dall’inizio alla fine. Del resto quei giornali, se in apertura parevano celebrare in pompa magna i fasti del Regime, all’interno sprigionavano autenticità di pensieri, ricchezza d’interessi, complessità di contenuti. E una vivacità culturale che l’Italia rattrappita dei nostri anni può forse solo rimpiangere.

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