Il Minotauro di Roberto Anglisani ribalta i pregiudizi dei ragazzi

Il Minotauro (photo: Luca A. D'Agostino)
Foto Luca A. d'Agostino/Phocus Agency © 2020

Seguiamo il percorso artistico di Roberto Anglisani da più di trent’anni, fin dai suoi esordi come attore a fianco di Marco Baliani nella compagnia romana Ruotalibera, per vederlo poi pian pian diventare narratore di gran classe. Pur sapendo di restare un poco nell’ombra, pervicacemente ha scelto come suo campo d’azione il teatro ragazzi che, come purtroppo sappiamo, riluce poco nel panorama ristretto della scena italiana, capace però di poter essere annoverato tra i grandi, al pari di Curino, Baliani, Paolini, Celestini, Giagnoni, ma con in più forse il merito di aver messo a servizio la sua arte per altri autori e compagnie.
Il suo percorso artistico è puntellato da spettacoli diventati ormai memorabili nel campo della narrazione: “Il sognatore” dalle suggestioni de “L’inventore di sogni” di Ian McEwan,“Giungla” tratto dal “Libro della Giungla” di Kipling ma ambientato nella contemporanea bolgia della stazione centrale di una grande città, “Giovanni Livigno” ispirato al “Gabbiano Jonahtan Livingston”, “Topo Federico racconta” tratto dalle storie di “Federico” di Leo Lionni, sino alla sua prova forse più impegnativa, “Giobbe”, dall’omonimo capolavoro di Joseph Roth.

In una delle ultime possibilità di vedere spettacoli dal vivo, al festival Colpi di scena abbiamo assistito alla sua ultima fatica, prodotta meritoriamente dal CSS di Udine, “Il Minotauro”, testo di Gaetano Colella (di cui abbiamo già parlato in altra occasione, anche lì per una sua bella rivisitazione del mito di Icaro), che lo ha imbastito partendo dall’opera letteraria omonima di Durenmatt con alcuni riferimenti a Borges (“La casa di Asterione”), accompagnato dalle immagini realizzate in video proiezione e dalle sobrie musiche curate da Mirto Baliani, con la regia di Maria Maglietta.
Tutta la narrazione ha il pregio di immedesimarsi subito nello stupore dell’infanzia attraverso gli occhi di un ragazzino del tutto particolare, il cretese Icaro che, straziato per la morte di un amico del tutto particolare, racconta alla madre Naucrate le sue più lancinanti emozioni. E come si addice ad un ragazzo della sua età, il racconto inizia da un gioco. Su un improvvisato campetto di calcio, per sbaglio, Icaro, incalzato dai compagni, lancia il suo pallone nei meandri del misterioso labirinto costruito dal padre Dedalo, che coraggiosamente andrà a riprendere, pur sapendo di andare incontro a un pericolo rischiosissimo: la minacciosa presenza del Minotauro, l’essere immondo e spaventevole, metà uomo e metà toro, che lì è rinchiuso.

Ed è proprio lì che farà l’incontro che lo porterà fuori dall’infanzia, quello con “Il Mostro” di cui tutti favoleggiano e hanno terrore e orrore, pur non avendolo mai visto. Ma il ragazzo vedendolo non trema davanti a lui, anzi, come un coraggioso adolescente non fugge, attratto da un essere che gli pare perfino meraviglioso nelle sue incognite fattezze.
Asterione, così si chiama il mostro, capisce subito di avere davanti qualcuno che finalmente non ha paura di lui e così gli indica il percorso di uscita dal Labirinto, altrimenti difficile, invitandolo ancora a tornare.
Icaro capisce subito che qualcosa non quadra e così, una visita dopo l’altra, ne prende confidenza, ascoltandone i racconti, diventandone amico. Lo chiama Aster, gioca a pallone con lui, gli porta delle torte, ma soprattutto ascolta la sua versione dei fatti: lui, i quattordici ragazzi che si racconta gli vengano dati in pasto, proprio non li ha mai toccati, è tutta una manovra per nascondere una rivalsa politica. Gli narra poi della fugace uscita dalla sua prigione verso un mondo respingente, della sua origine reale e divina, di essere figlio di Pasife, fratello di Arianna e Fedra.

Icaro ovviamente sarà dalla sua parte, contro l’eroe che è stato chiamato per uccidere il suo amico, ma niente potrà fare contro una violenza che tutta la città ha già deciso di perpetrare. Icaro tenterà affannosamente ma invano, di impedirne la morte, cercando Arianna per comunicarle che suo fratello è in pericolo: Asterione cadrà trafitto da Teseo.

Tutta la città tira un sospiro di sollievo: il mostro è finalmente morto, e anche da morto verrà rinchiuso nel Labirinto, il luogo che gli compete, lontano dalla vista e dalla pietà di tutti. Ma ormai Icaro è diventato grande, e contro tutti e tutte griderà la sua verità davanti ai concittadini: lo avete mandato al massacro senza conoscerlo, lui figlio di re, era un figlio della nostra terra; il Minotauro deve essere seppellito con tutti gli onori nel recinto della città. E così avverrà!
La narrazione di Anglisani, che si concede di proporsi poeticamente attraverso degli endecasillabi, esce dal racconto in terza persona per riverberarsi non solo nelle parole dei protagonisti, ma anche di personaggi minori, come la nutrice che con la sua ironia stempera il triste affanno delle circostanze. Di ognuno di loro seguiamo le intenzioni, intuiamo i pensieri più nascosti e le motivazioni in un incalzare continuo degli avvenimenti.
Asterione così, senza enfasi didascalica alcuna, si innesta ancora una volta nel mito, ribaltandone i luoghi comuni e diventando anche, nella sofferta resa mimica e vocale del narratore, sinonimo del diverso, dello straniero, visto da un occhio scevro da pregiudizi come quello di un ragazzo, e in questo modo la sua figura si innesta nello sguardo dei giovani spettatori che ne percepiscono tutta l’efficace e stupefacente valenza simbolica.

IL MINOTAURO
ideazione, attore e performer: Roberto Anglisani
ideazione, regia: Maria Maglietta
musica: Mirto Baliani
drammaturgo: Gaetano Colella
produzione: CSS Teatro stabile di innovazione del FVG

Visto a Forlì, Festival Colpi di Scena, il 25 settembre 2020

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