“Il nostro teatro fatto con la gente”. La scommessa (vinta) di Schegge

Arianna Scommegna al Cubo (photo: Bruno Garetto)
Arianna Scommegna al Cubo (photo: Bruno Garetto)

Sta quasi per volgere al termine (ma l’ultimo spettacolo ci aspetta nel fine settimana!) la V edizione di Schegge, l’edizione “AA” che si è “aperta e appartata” sulle parole di Antonio Neiwiller (“Per un teatro clandestino”) con un ciclo di sette appuntamenti negli spazi torinesi del Cubo Teatro.

Partita a dicembre con “Confessione di un ex presidente che ha portato il suo paese sull’orlo della crisi” di Davide Carnevali, con Michele di Mauro e suoni di G.U.P. Alcaro, si chiuderà il 7 e l’8 maggio con “Tomato Soap – Teatronovela sulla violenza di genere in un’unica puntata” della compagnia Manimotò.

A popolare di storie e narrazioni gli spazi scenici ed extrascenici del piccolo teatro torinese di via Pallavicino si sono susseguiti la compagnia Big Action Money con “Illusioni”, Marta Cuscunà con “La semplicità ingannata”, Beppe Casales con “L’albero storto. Una storia di trincea”, Ludwig/TeatroMa/Compagnia delle Furie con “Harvest. Quanto costa un uomo al chilo?” e il Premio Ubu 2014 Arianna Scommegna con “Mater Strangoscias”.

Se dei primi appuntamenti vi avevamo già parlato a febbraio, mentre di Marta Cuscunà e delle sue Clarisse avevamo scritto fin dal 2012, quando “la satira per attrice e pupazze sul lusso di essere donna” era stata presentata a Drodesera ancora sotto forma di studio, oggi ripartiamo proprio da lì: da quel tutto esaurito che l’attrice friulana ha registrato a Torino.

E sebbene il ritmo delle parti recitative ceda qua e là su qualche ammiccamento un po’ scontato, alla Cuscunà va riconosciuto tutto il merito di una finissima ricerca storico-bibliografica ridando vita a una vicenda sconosciuta del Cinquecento.
La monaca Arcangela Tarabotti ed un gruppo di clarisse decisero di ribellarsi alla clausura imposta trasformando il monastero di Udine in un centro di cultura, sfidando apertamente l’Inquisizione.
Le “pupazze” velate, le Clarisse rivoltose, artigianalmente realizzate e finemente vivificate dai giochi vocali della Cuscunà, si colorano di personalità “fumettate” azzeccatissime per la ricostruzione di una rivolta giocata d’astuzia e pazienza.

Alla Storia si rivolge anche “L’albero Storto” di Beppe Casales, per la regia di Mirko Cusano e l’accompagnamento chitarristico di Isaac de Martin.
Intenso il ritmo e serrata la narrazione, così come serrati sono i denti degli uomini di cui canta la vita di trincea. Gli echi di Rigoni Stern, di Emilio Lussu, quelli (eccessivi) de “Il sergente” di Marco Paolini, ma anche dell’inseguimento del partigiano Milton nel finale di “Una questione privata” di Fenoglio (gli “alberi storti” contro i quali si abbatte).

Il forte accento veneto di Tonon e Romeo, soldati della Grande Guerra, uomini semplici e radicati, gonfia la scena spoglia di scenografie. Solo alcune luci verticali creano un bosco o uno sfondo cittadino notturno (la terra natìa lontana) e si spengono a una a una come candele cimiteriali: “Gli dirò che fra gli morti, cioè i nostri fratelli, passeggiamo come passeggiare sopra gli sassi di un fiume, questa è la civiltà che a la nostra Italia”.
Un monologo davvero ben sostenuto, dove tuttavia emerge a tratti la sensazione un po’ dubbiosa del “già visto”.

Le sfumature semantiche che i dialetti concedono s’intensificano in “Mater Strangosciàs” e la lingua diventa suono, elemento scenico per eccellenza, partitura narrativa e lirica.
Arianna Scommegna, accompagnata dalla fisarmonicista-Angelo Giulia Bertasi, guidata dalla regia di Gigi dall’Aglio (produzione Atir Teatro Ringhiera), mette in scena l’omonimo testo di Giovanni Testori.

Una donna semplice piange la perdita del figlio e si chiede le ragioni di tanta sofferenza. Una “madre” ancestrale, una Maria laica o una Madonna fatta di carne e materia: è la tensione tra sacro e profano che Testori percorre nel corso della sua attività letteraria e che nel romanzo “In Exitu” scrive del “divino” e “salvivico” collocandolo nei bassifondi di un bagno della stazione, tra vomiti e overdosi.

Arianna Scommegna al Cubo (photo: Bruno Garetto)

Arianna Scommegna al Cubo (photo: Bruno Garetto)

In “Mater Strangosciàs” un cerchio di segatura delimita lo spazio e Arianna Scommegna, frontale, inizia la propria testimonianza di donna, impastando farina su un tavolo da cucina spartano.
Mettere al mondo creature e lievitare il pane: due dei saperi più antichi del mondo.

Il monologo prende forma come confessione, si trasforma in recitato rosario, poi in accusa, sfogo di rabbia, lamentela impotente, bisbigliata bestemmia. L’attrice inchioda lo spettatore, lo trafigge parola dopo parola, con quel brianzolo talora difficile da cogliere in tutte le sue cadenzate declinazioni gergali. La durezza del dialetto, il policromatismo di espressioni perdute, incastonate nella cultura materiale di un tempo, scorre nelle fessure di una gestualità scultorea, forte, nervosa. Un lamento funebre che, con una chiusura da commedia dell’arte, pagliaccesca e commovente al tempo stesso, urla il proprio attaccamento alla vita da dietro un siparietto rosso, sventolando quella pasta dura diventata una focaccia con occhi e bocca.

Un finale di speranza appare anche in “Harvest. Quanto costa un uomo al chilo”, testo di Manjula Padmanabhan, traduzione di Alice Spisa, drammaturgia e regia di Matteo Salimbeni e Fulvio Vanacore, con Cecilia Campani, Giacomo Marettelli Priorelli, Michele Mariniello, Beppe Salmetti e Carla Stara.
La produzione Ludwig, TeatroMa e Compagnia delle Furie mette in scena la realtà distopica descritta dall’autrice indiana nel 1997. Il tema, per nulla futuristico, è il traffico d’organi.

“Harvest” (“il raccolto”), esempio di letteratura postcoloniale dalla forte valenza antimperialistica, è un testo avanguardistico che anticipa di un decennio le insidie di ciò che oggi viene chiamato “biolavoro globale” (termine che, in un bellissimo saggio dal sottotitolo “Corpi e nuova manodopera” di M. Cooper e C. Waldby, viene inoltre usato per parafrasare il mercato illegale dell’utero in affitto, altra piaga della penisola indiana).

La storia è quella della famiglia Prakash: Om (Michele Mariniello) perde il lavoro e crede di trovare soluzione alla propria miseria economica firmando un contratto per la vendita dei propri organi ad una società straniera, l’InterPlanta Services. Vive con la madre, Ma (Beppe Salmetti), consumata dal tempo e con la moglie Jaya (Carla Stara), a sua volta consumata dalla freddezza del marito, in un palazzone di quaranta famiglie con un solo bagno comune.
Il fratello di Om, Jeetu (Giacomo Marettelli Priorelli) ha scelto l’“overdose della libertà” e vive ai margini della strada, prostituendosi: “Almeno io che vendo il mio corpo, decido dammé quale parte di me entra dove e con chi!”. Il lusso che viene loro concesso in cambio, la tv da salotto che alienerà la vita di Ma, ha il ruolo di sterilizzarne le condizioni di vita ed assicurarsi che Om, con il supporto della famiglia Prakash, cresca organi sani e “sorridenti”. Solo Jaya resta fedele a se stessa e trova nel suo essere donna, in quel poter dare la vita, la forza di una resistenza finale alla sottomissione.

Precede la messa in scena di “Harvest” un lungo lavoro di riadattamento linguistico e di studio sui personaggi: nel testo originale Padhmahaban utilizza un doppio registro in lingua inglese che crea un’immediata cesura tra le condizioni sociali degli sfruttati e degli sfruttatori. Agli sfruttati resta una lingua tronca e mozzata, resa da Fulvio Navacore e Matteo Salimbeni con l’uso di un esperanto dialettale all’interno dei cui suoni ogni senso di appartenenza è perduto.

L’identità è lacerata e le radici culturali profanate attraverso la lingua: è la denuncia di Manjula verso il “primo” mondo. Il senso di estraniamento ed alienazione è riprodotto anche dalla scenografia scarna, a ritrarre un appartamento-bunker dalle tonalità grigie.
Dal banco regia posto in scena provengono i “paesaggi sonori” (gli effetti speciali del teatro che si confronta con il fantascientifico) e la presenza di un narratore esterno (Cecilia Campani) fa in modo che l’ azione si componga di quadri e diventi parabola dei giorni nostri. Un lavoro di intelligente e curata traduzione del contesto narrativo all’interno del quale si collola la versione indiana di “Harvest”, riadattato con incisività ai riferimenti socio-culturali che possono farcene comprendere la portata, grazie anche ad un cast di bravissimi attori.

Quale clandestinità, ritornando allora a Neiwiller, “ode d’apertura” per i buoni auspici della stagione, risiede in queste scelte programmatiche?
Come ci racconta in una chiacchierata sotto il primo sole di primavera, Silvia Limone, direttrice artistica di Schegge in coppia con Girolamo Lucania, la clandestinità è una condizione a cui è lo stesso luogo a portare.
Per dimensioni e struttura il Cubo Teatro, che non può permettersi né le comodità né la dotazioni tecniche da “poltroncina rossa”, lima con cura l’ accoglienza verso pubblici e compagnie. Compensa così (ma è un’aggiunta più che una compensazione) ed accoglie teatro di qualità, nonostante il piccolo budget a disposizione. Accoglie quel teatro e quel “fare teatro” con cui una direzione artistica a quattro mani sa di poter creare sodalizi e complicità.

Girolamo Lucania, Marta Cuscunà, Silvia Limone e le Clarisse (photo: Vittoria Lombardi)

Girolamo Lucania, Marta Cuscunà, Silvia Limone e le Clarisse (photo: Vittoria Lombardi)

“E’ necessario che gli organizzatori sostengano gli artisti e le compagnie in cui credono anche al di là dei propri spazi” ci ricorda Silvia. “E’ ciò che rende bello un lavoro come questo. Avere tra gli appuntamenti della stagione uno spettacolo come “Mater Strangosciàs” (meritatissimo Ubu) e assistere ad entrambe le repliche, ma anche tornare a vedere Arianna Scommegna qualche giorno dopo in “Potevo essere io” al Teatro Civico Garibaldi di Settimo Torinese, e segnalarlo a chi non ha potuto apprezzarla a Schegge”.

D’altra parte il teatro, aggiunge Girolamo Lucania, “non è il luogo fisico dove si va” per vedere una scena: “Il teatro si fa con la gente e se la gente non c’è, prima ancora di pensare al teatro bisogna andarsela a cercare, e poi condividere i propri spazi, uscirne attraverso progetti altri. Anche pensare ad una stagione in un luogo che, sei anni fa, e di fatto anche oggi, non è del tutto convenzionale, è stato un primo tentativo per smuovere un sottobosco artistico cittadino erroneamente definito off. Il lusso che permette una stagione piccola come la nostra, composta quest’anno di sette titoli, è di fare scelte mirate, volute con sincerità artistica. Allora la composizione di un cartellone diventa anche un atto di composizione creativa”.

Del resto è parte integrante di questo pensiero anche un’altra iniziativa collaterale a Schegge che ha appena esordito: la “Corte Aperta” è una sorta di piccolo festival di teatro (o di narrazioni) all’aperto che si svolge a due passi dal Cubo, nei cortili delle case ATC di corso Farini, abitate da circa 650 cittadini di estrazioni culturali, sociali ed etniche molto diverse fra loro. Persone che probabilmente non si avvicinerebbero alla stagione “al chiuso” di Schegge.

Così, a partire dal 23 aprile (e fino al 25 giugno), ogni sabato alle 17.30, si racconta una storia in quel cortile condiviso. Fiabe della tradizione orale delle culture rappresentate dai condomini: nord e centro Africa, Balcani, regioni slave, Sud America e Italia.
Al termine della storia gli spettatori sono invitati a stare ancora insieme attorno ad un tavolo imbandito con cibo etnico preparato dagli stessi abitanti delle case ATC: “Recuperare il rito del racconto per costruire insieme una comunità”.

Lo scambio, il compenetrarsi tra chi osserva ed è osservato, il senso del teatro come rito collettivo, come “farsi comunità” – spesso chimeriche espressioni -, devono restare un fermo obiettivo da coltivare con perseveranza, perché talvolta anche una singola reazione accalorata è sufficiente a spezzare il silenzio dei più. L’importante è saperla accogliere.

Così è accaduto durante “Mater Strangoscias”, quando una signora si è alzata rumorosamente, uscendo dal teatro sbattendo la porta.
Qualcuno tra il pubblico aveva riso (chè il dramma testoriano trasuda un’amara ironia di resilienza contadina, quell’aggrapparsi alla vita stravolgendone sensi ed immaginario che è l’eredità più bella della sapienza popolare): un atto irrispettoso, secondo la signora, verso il dramma di quella madre “strangosciàs” che impasta, spezza, lievita, addenta il suo dolore.
E’ uscita in difesa dell’attrice, ha poi sostenuto. A fine spettacolo un’Arianna Scommegna “in borghese” l’ha cercata per raccontarle del Testori dei “Tre lai” e del fatto che non ci fosse nulla di male se qualcuno del pubblico si fosse fatto sfuggire un sorriso: il “materiale” in cui Testori fa scendere il sacro può essere anche beffardo.
Un bel lascito, se quella signora tornerà a teatro per ridere o piangere anche lei, senza il peso della morale o dell’imbarazzo.

Se vorrà potrà farlo nel fine settimana, affrontando “Tomato soap”. La sfida sarà allora su un testo con quattro protagonisti, due attori e due pupazzi, per una storia che dall’amore degenera in violenza. E che, nelle intenzioni di Manimotò, vuole “oltrepassare il reale attraverso il grottesco, costringendoci a misurarci con gli stereotipi e i pregiudizi di genere, imponendo una posizione scomoda attraverso un’immedesimazione immediata e primitiva”.
Noi, a quella sfida, ovviamente non mancheremo.

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