Il nullafacente di Bacci/Santeramo. Dell’attesa di morte e del (re)suscitare vita

Photo: Guido Mencari
Photo: Guido Mencari

E’ grande colui che usa vasi d’argilla come fossero d’argento”
(“L’Arte di Vivere”, Lucio Anneo Seneca)

È questa una delle frasi, dei flash di saggezza che accompagnano “Il nullafacente”, nuovo spettacolo che vede Roberto Bacci e Michele Santeramo insieme, dopo “Alla luce”, nato dall’idea folgorante che aveva lanciato Bacci a Santeramo di far ritrovare quattro ciechi a giocare a carte intorno a un tavolo, in palio per chi vinceva: la luce.

Lì Santeramo era solo responsabile dei testi. Qui, alla regia ancora Bacci, in quest’opera così ambiziosa e contundente per i sentimenti che smuove – dentro – e per gli alti ideali (definiti “utopici” da qualcuno, post visione), Santeramo oltre che autore è anche interprete, incarnando proprio lui, il nullafacente: “Il nullafacente non è che non faccia niente, fa invece tantissimo” dichiara con convinzione, rimarcando la propulsione vitale di un sano egoismo, per un personaggio concentrato su se stesso, che dedica tempo a sé.

Dentro: è una delle parole chiave citate da Augusto Timperanza (filosofo, pedagogo e psicologo) tra le voci, oltre quella di Bacci e Santeramo, presenti nella presentazione dello spettacolo, a tracciare le linee guida per entrare in questo quadro umano a tinte così vive, le intense foto di scena di Guido Mencari come biglietto da visita (cui rimandiamo alla fine con una ricca fotogallery).

“È uno spettacolo per 60 spettatori, per creare con loro quella necessaria vicinanza e connessione, un ponte relazionale” ha ribadito Bacci negli incontri che hanno accompagnato il debutto.
Se non si partisse dalla disponibilità a lasciarsi avvicinare, “(re)suscitare” da ciò che avviene in quell’ora in cui tutto si ferma e tutto succede, non si capirebbe il tutto esaurito che ha caratterizzato le repliche che, dal 3 al 12 marzo, hanno animato la sala più intima del Teatro Era; e che siamo certi caratterizzerà quelle al Teatro Studio di Scandicci, dal 30 marzo al 2 aprile.

Si varca la soglia, e ciò che si trova, nella penombra in cui tutto prenderà luce, sono gli spalti dove sistemarsi e sedie vuote posizionate in prima fila. Sul palcoscenico, così vicino, pochi e scarni oggetti di scena: un tavolo con sopra un bonsai, alcune sedie, a un lato un divano e niente più.

Entra in scena Santeramo, guarda gli spettatori, accenna un sorriso benevolo, in una mano un sacchetto che pende. Si gira, si avvicina al tavolo, lascia a terra quel sacchetto, si dedica per un attimo al bonsai e si accomoda sul divano. Alla sedia una donna, che si scoprirà malata, sua moglie.

Sulle sedie in prima fila si alterneranno gli attori, ingranaggi esatti di questo meccanismo perfetto nel suo procedere; prenderanno posto “con noi” nei momenti di pausa dalle loro azioni, mentre osservano insieme al pubblico l’azione, e a noi, spettatori, rivolgono sguardi obliqui; perché saranno con noi, saranno noi, nel loro essere maschere, simulacri di necessità trascurabili, rescindibili dal patto di colpa e di debito pubblico che, appena nati, cala addosso all’uomo nella cosiddetta società civile, che risponde a regole di mercato e di causa/effetto già scritte, innestate; innescate da desideri che non ci appartengono, non necessari ma fondamentali per il mercato dell’effimero, come ci ricorda Guy Debord nella “Società dello spettacolo”.

La moglie (Silvia Pasello), il fratello (Francesco Puleo), il padrone di casa (Michele Cipriani), il dottore, ipotetico/potenziale amante (Tazio Torrini) sono tutti spettri esatti di questi meccanismi, di queste tentazioni dell’esistere.
Anche Bacci è seduto a un lato, sugli spalti, a osservare e sentire, emozionarsi a ogni replica; le musiche profonde, avvolgenti, incalzanti nella loro intimità, sono di Ares Tavolazzi; le luci determinano luoghi e circostanze, assente un sipario, un’epidermide scenica a separare, delimitare lo spazio antistante agli spettatori – dove si svolge l’azione della strada – da quella interna, nella casa, che si anima subito dietro.
Lo stesso bonsai: tutti pezzi, protagonisti di questo puzzle che, grazie allo sguardo dei 60 spettatori, rendono ogni replica un’esperienza unica.

Perché dobbiamo ammetterlo: “Il nullafacente” ci appare quasi come un capolavoro. A partire dal testo, che ha richiesto un lavoro attento, certosino, a limare, a contenere parole, opere, omissioni, per quasi tre anni, in un dialogo serrato tra Santeramo e Bacci.
“La struttura dello spettacolo si è definita da subito” ha ammesso Bacci, come in tutte quelle opere che nascono naturalmente, il fine ultimo della sua creazione a condurre in porto tutto.

Nell’incontro aperto al pubblico e condotto da Anna Barsotti, docente universitaria di Storia del Teatro, viene evocato Eduardo. E se possiamo unirci in questo parallelismo illustre, viene in mente la scena finale di “Natale in casa Cupiello”: De Filippo a letto, il fantasma della morte che aleggia nella stanza, come quello della festa. Iniziano a udirsi gli scoppi, gli attori di spalle si rivolgono, sembrano avvicinarsi alla finestra che si tinge di rosso. Per guardare fuori, di loro. Anzi dentro. “Se guardi dentro l’abisso, l’abisso guarda dentro di te” affermava Nietzsche, in questa frase stra-citata, dalle mille versioni, ma che ancora una volta è esemplare.

Idealmente da quella camera si passa dentro, agli ambienti interiori de “Il nullafacente”. Dentro all’essere umano, all’umanità, alle regole a cui la società si è sottoposta, reclinando il capo, piegandolo.

Il nullafacente attende con la moglie malata la morte, e non fa niente: non spreca il tempo che gli rimane. “Se ti rimangono 10 secondi di vita, che fai, vai a pagare le bollette?” pronuncia quel nullafacente che Santeramo tratta in tutti gli incontri pubblici come un personaggio, una maschera. Sottolineandone così la sua funzione paradigmatica. Anche se, puntualizza il suo autore, “il nullafacente non vuole insegnare niente”.
Sembra attaccare il mondo del lavoro, in questo periodo così caldo e doloroso, non ultimo per il recente suicidio di Michele, il ragazzo friulano “stanco di passare il tempo a cercare di sopravvivere”. E quello che lancia è proprio un j’accuse profondo nei confronti dello stato d’essere della società contemporanea, ma lo fa grazie all’arte della poesia; raccontando di come l’essere umano abbia dimenticato se stesso, l’essenza sua e del suo esistere, del suo essere al mondo.
Solo, il nullafacente dialoga con il bonsai, con se stesso e con la moglie, che apparentemente dorme sul tavolo.

I 60 spettatori tributano a questo “Non fare niente” un lungo applauso. Gli attori li guardano, nella speranza d’essere divenuti loro stessi spettatori. Perché stanno osservando a loro volta attori divenuti forse più consapevoli della propria vita, complice l’incanto che solo il teatro che sposa l’esistenza, il tarlo del dubbio ben insinuato, è ancora capace di suscitare.

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Il nullafacente
di Michele Santeramo
regia, scene e costumi Roberto Bacci
con Michele Cipriani, Silvia Pasello, Francesco Puleo, Michele Santeramo, Tazio Torrini
assistente alla regia Silvia Tufano
luci Valeria Foti, Stefano Franzoni
musiche Ares Tavolazzi
allestimento Sergio Zagaglia, Leonardo Bonechi
immagine Cristina Gardumi
foto di scena Guido Mencari
produzione Fondazione Teatro della Toscana

durata: 1’ 11’’
applausi del pubblico: 3’

Visto a Pontedera, Teatro Era, il 9 marzo 2017
Prima nazionale

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