Il nuovo Stabile di Alessandria apre con Macbeth

Jurij Ferrini

Jurij Ferrini (photo: teatrodialessandria.it)

Prosegue con ValenzAlchemica la serie di iniziative che sanciscono, in questi giorni, la nascita del Teatro Regionale Alessandrino, il nuovo Stabile piemontese diretto artisticamente da Gabriele Vacis.
Il Macbeth, in particolare, porta con sé una grande responsabilità, come annunciato dallo stesso regista: far arrivare Shakespeare a tutti, giovani e profani di teatro compresi. Una sfida difficile e dubbiosa, ma in parte riuscita. “Il teatro di Jurij Ferrini ha questa caratteristica: riesce a coniugare l’antico con il presente” racconta la presentazione dello spettacolo.
Ma allora, riadattamento o semplificazione? Essere o non essere? Il dubbio, quando si guardano i grandi classici oggi, è sempre lo stesso.

Una cosa è vera: il testo, la trama, le azioni sceniche sono così quotidiane e fresche da risultare comprensibilissime. Merito della traduzione di Vittorio Gassman, lontana dal suo modo di declamare e più vicina alla lingua parlata, che ben s’incastra con una recitazione a cavallo tra comicità e tragicità. Uno stile che la giovane compagnia ha colto dalla “scuola Ferrini”, che è poi la scuola dello Stabile genovese.

Certo c’è Vacis, e non solo in platea. Il profumo che si respira è molto simile ad alcune  produzioni come “Romeo and Juliet”, in cui la classicità del testo lascia ampi margini all’ironia rispetto ad una modalità di presentare Skaspeare ormai abusata e obsoleta.
Ecco allora che, come la Giulietta del regista di Teatro di Settimo entrava a declamare il suo amore coperta di lampadine accese, allo stesso modo Banquo, compagno di Macbeth e da quest’ultimo ucciso, riappare negli incubi del re simile al John Travolta di Grease, con tanto di abito da star e sfera rotante da discoteca, improvvisando un pezzo da musical dove le tre streghe veggenti diventano coriste sexy.
Interessante l’ambientazione circolare di Tarasco, che vede il re in una posizione rialzata e centrale: rimando ad intermittenza al luogo di massimo potere e di massima sofferenza. Intorno pezzi di compensato grezzo creano cubi e rettangoli che diventavano ora troni per gli ospiti del re, ora trampolini verso il pubblico su cui Macbeth sale prima di tuffarsi nel sangue.
Sul fondo un grande drappo stropicciato acquista molteplici valori, a seconda del colore che riflette: dall’iniziale blu di un cielo minaccioso al rosso sangue del finale.
Gli attori, quasi sempre tutti in scena in posizioni d’ascolto abbastanza scontate, sono vestiti di nero, con scarpe e tute da lavoro per gli uomini, e semplici abiti scollati per le donne. Spicca soltanto il fazzoletto rosso dalla tasca, simbolico coltello per i molteplici delitti. Il drappo, il fazzoletto, il tessuto acquisiscono importanza con il procedere dell’azione, diventando alla fine fiumi di sangue sgorganti dal trono circolare di Macbeth, che gli attori srotolano in una minacciosa danza della morte agli ordini del regista Macduff.
Un Macbeth che non manca di sottolineare l’importanza di Lady Macbeth, vero motore dei fatti ancor prima che essi avvenissero. Nelle sue mani Cawdor diventa un burattino impotente, frutto di un rapporto di dipendenza fantozziana tremendamente antica quanto moderna.
Ciò che non si coglie, se non a tratti, è la molteplicità di luoghi in cui Shakespeare intende portare lo spettatore. Tutto sembra avvenire nello stesso luogo.

E qui torniamo alla domanda iniziale: innovazione e sperimentazione o legna già bruciata? Il verdetto può dipendere in parte, per lo spettatore, da quante volte si è già stati a teatro.
Una speranza più generale è invece che, in questo clima da debutto, una nuova istituzione teatrale – ancora in fase di atterraggio nell’alessandrino – riesca a farsi davvero promotrice delle molteplici realtà teatrali, sconosciute ma presenti in zona, coordinandole e non regnando su di esse. Anche perché, in quel caso, la storia di Macbeth riemergerebbe in tutta la sua straordinaria modernità.

Macbeth

di William Shakespeare
regia: Jurij Ferrini
traduzione: Vittorio Gassman
con: Matteo Alì, Massimo Boncompagni, Roberta Calia, Andrea Cappadona, Jurij Ferrini, Pablo Gaston Franchini, Francesca Muoio,Woody Neri, Wilma Sciutto, Angelo Tronca
con la collaborazione di: Roberto Tarasco e Ruber Esposito
produzione: Teatro Regionale Alessandrino e progetto URT
durata: 1h 38’
applausi del pubblico: 3’ 05’’

Visto a Valenza (AL), Teatro Sociale, il 17 ottobre 2008
prima nazionale

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