Il ragazzo dell’ultimo banco: Mayorga, Gassmann e la fatica di scrivere

Photo: Masiar Pasquali
Photo: Masiar Pasquali

Intrufolarsi nelle vite degli altri: spiarle, annusarle, confondersi con esse. Trasferirle poi su carta provando a vivificarle, a dotarle di spessore.

Questo è “Il ragazzo dell’ultimo banco”, soggetto del drammaturgo spagnolo Juan Mayorga, andato in scena con la regia di Jacopo Gassmann al Piccolo di Milano: un testo sulla fatica di scrivere; una riflessione sui meccanismi a volte perversi che portano a superare ogni riserbo pur di cercare l’ispirazione e trovare gli ingredienti per un soggetto narrativo.

Nello spazio ellittico del Teatro Studio, una lunga pedana a pannelli paralleli solcati da binari, un corridoio centrale che collega in profondità l’entrata con quella sorta di catino che è il dietro le quinte. Uno spazio neutro, un lungo tavolo grigio nella direzione della profondità. Intorno, sedie dal design lineare. All’esterno, nella semioscurità, dei pouf, a favorire un normale raccoglimento solitario.


Al centro dello spettacolo c’è il legame tra un docente di lettere e un suo alunno diciassettenne. Siamo in una scuola superiore qualunque di una città qualunque: professori normalmente abulici, alunni normalmente apatici. Germán (interpretato da Danilo Nigrelli) è un brizzolato e semibarbuto professore di lettere normalmente in camicia, cardigan e pantaloni di velluto. Davanti a lui Claudio (Fabrizio Falco), alunno riottoso normalmente genio incompreso, normalmente seduto all’ultimo banco e camuffato nella sua normalissima felpa con cappuccio. Il prof assegna un compito di quelli che fanno imprecare gli allievi e indisporre i luminari della didattica: «Descrivete il vostro ultimo weekend». Uno di quei temi che gli infiniti Lucignoli della scuola liquidano normalmente con due righe dissacranti.

Claudio fa eccezione. Ha trascorso l’ultimo weekend a casa del compagno Rafa (Alfonso De Vreese) per aiutarlo in matematica. Nel proprio tema narra dettagliatamente i fatti, le dinamiche, le atmosfere, perfino i profumi di casa Rafa.

Nel resoconto di Claudio, le due figure maschili di questa famiglia rimangono nella penombra. Il papà, interpretato da Pierluigi Corallo, è addirittura indicato con un anonimo “Rafa Padre”. È invece più rifinita la figura della madre. Ester (Pia Lanciotti) risalta nel grigiore per la sua pelle candida, il rosso dei capelli e dei Martini che si ostina a bere, il verde pistacchio dell’abito attillato che ne evidenzia le forme e ne lascia scoperti il collo e le gambe. Ester incarna l’immaginario erotico e il bisogno materno di Claudio, abbandonato dalla propria madre. La famiglia di Rafa esorcizza inquietudini e fragilità di Claudio. Ne riempie in qualche modo il vuoto interiore.

Il tema di Claudio si chiude con un continua enigmatico e inquietante. La pièce procede pertanto come un romanzo a puntate, con punte di suspense tra Hitchcock (“La finestra sul cortile”) e “Le mille e una notte”. Ogni nuovo foglio riempito genera attese e scrupoli non solo nel prof, ma anche nella di lui moglie Juana (Mariángeles Torres), gallerista d’arte in disarmo, che un po’ ipocritamente stigmatizza l’audacia di Claudio e il voyeurismo di Germán.

Sono tanti i piani prospettici di questo lavoro. Fin dove è lecito spingersi pur di trovare l’ispirazione? Quanto di reale o d’immaginifico c’è nella narrazione di Claudio? Quali tormenti esistenziali attraversano i personaggi narrati e quelli reali? Che rapporto c’è tra docente e allievo? Claudio rappresenta ciò che Germán non è stato in grado di diventare? Germán è di stimolo al suo alunno o ne tarpa le ali? Le sue provocazioni sanno di sfida o di sfiducia?

Di là dai semi gettati dal testo come dadi sul tavolo verde, resta la brillantezza delle trovate sceniche. Il set di pannelli mobili su binari crea dal niente la casa dei Rafa. Nella semioscurità imperante, ecco affiorare pareti colorate, dipinti su tela, una serie di video che vanno dalle immagini di una partita di basket ai caratteri dell’alfabeto cinese, a geometrie architettoniche. Fino a un cielo trapunto di formule matematiche. Tutto scorre: la casa che s’illumina di colori, la vita della famiglia Rafa che a un certo punto deraglia in primo piano, estromettendo Claudio, Germán e Juana. E fa pure capolino uno specchio, che confonde persone e personaggi fagocitando il pubblico. Ci si domanda se sia l’arte riflesso della vita, o sia piuttosto la vita una riproduzione sbiadita dell’arte.

Qualche avvitamento nel testo, che non trasmette empatia. Qualche didascalia nei video. Qualche cliché nei personaggi e nel modo di rappresentarli. Ma due certezze: le capacità interpretative degli attori, e il talento registico di Gassmann, in costante evoluzione.

IL RAGAZZO DELL’ULTIMO BANCO
di Juan Mayorga
traduzione Antonella Caron
regia Jacopo Gassmann
scene Guido Buganza, costumi Giada Masi
luci Gianni Staropoli, movimenti Alessio Maria Romano
sound designer Lorenzo Danesin, video a cura di Stefano Teodori
con (in ordine alfabetico) Pierluigi Corallo, Alfonso De Vreese, Fabrizio Falco, Pia Lanciotti, Danilo Nigrelli, Mariángeles Torres
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

durata: 2h
applausi del pubblico: 3’

Visto a Milano, Piccolo Teatro, il 12 aprile 2019
Prima nazionale

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