Il ritorno (a metà) dell’Otello di Rossini alla Scala

Otello, atto III, Olga Peretyatko è Desdemona (photo: Matthias Baus)
Otello, atto III, Olga Peretyatko è Desdemona (photo: Matthias Baus)

Otello, atto III, Olga Peretyatko è Desdemona (photo: Matthias Baus)

Confessiamo che non stavamo più nella pelle all’idea di assistere all’Otello di Gioachino Rossini, sia per poter ascoltare un’opera così desueta ed impervia nel canto, che mancava dal Teatro alla Scala da 145 anni, sia per l’eccezionalità del cast proposto per l’occasione.
Tuttavia la nostra attesa è stata per molti versi, lo anticipiamo subito, delusa.

“Otello ossia Il Moro di Venezia”, visto nel tempio milanese del bel canto, secondo di una serie di nove opere composte da Rossini per Napoli, andò in scena per la prima volta nel dicembre 1816 al Teatro del Fondo di Napoli su libretto di Francesco Berio di Salsa, letterato napoletano di origine spagnola che per il grande musicista pesarese scrisse anche il libretto di “Ricciardo e Zoraide”.

L’opera ebbe subito grande successo in tutto il mondo, spesso con la sostituzione, come avviene del resto anche in “Tancredi” (qua al contrario), della conclusione tragica con un lieto fine, e venne replicata per molto tempo sino all’avvento dell’Otello verdiano, di gran lunga più eseguito e (detto da noi Rossiniani) certo ben più rappresentativo.

Non staremo qui a narrare per filo e per segno il plot della storia, universalmente conosciuta, che tra l’altro il librettista non trasse da Shakespeare ma da fonti a lui contemporanee (l’“Otello ou le More de Venise”, tragedia in cinque atti di Jean Francois Ducis del 1792). Ma per curiosità e diletto ne riportiamo l’argomento come risulta dalla presentazione delle rappresentazioni milanesi del 1818:

«Otello, africano al servizio dell’Adria (Venezia), vincitor, ritorna da una battaglia contro i Turchi. Un segreto matrimonio lo lega a Desdemona figlia di Elmiro, Patrizio Veneto, nemico di Otello, destinata in isposa a Rodrigo figlio del Doge. Jago, altro amante sprezzato da Desdemona, ed occulto nemico di Otello, per vendicarsi de’ ricevuti torti, finge di favorir gli amori di Rodrigo; un foglio poscia da esso intercettato, e col quale fa supporre ad Otello rea d’infedeltà la consorte, forma l’intreccio dell’Azione, la quale termina colla morte di Desdemona, trafitta da Otello, indi con quella di se medesimo, dopo avere scoperto l’inganno di Jago, e l’innocenza della moglie».

Del resto meglio di così non si può narrare la storia del Moro di Venezia musicata da Rossini che, come si vede, differisce spesso dall’originale. Il libretto di Berio di Salsa infatti, oltre a modificare per il presunto tradimento di Desdemona l’importanza del famoso fazzoletto con una lettera, dà molta più rilevanza a Rodrigo che a Jago, non immette nessun duetto d’amore tra i protagonisti, e l’azione si svolge sempre a Venezia, rendendo, quel che più conta, tutto assai schematizzato.

L’opera rossiniana, dal punto di vista musicale, nei primi due atti è assai convenzionale: vi cogliamo molti degli stilemi che abbiamo imparato ad amare nelle opere di Rossini, con un uso assai emozionale degli strumenti a fiato, ma dobbiamo dire con sincerità che non abbiamo trovato nulla che ci abbia veramente colpito.
Su tutt’altro registro invece il terzo atto, veramente molto bello, con il canto lamentoso del gondoliere, forgiato sulle parole dantesche dell’episodio di Paolo e Francesca, con la canzone accompagnata dall’arpa di Desdemona “Assisa a pie’ d’un salice”, più armoniosa di quella corrispondente di Verdi, e soprattutto con il temporale che partecipa all’uccisione della donna, prefigurante in modo geniale la morte di Gilda nel Rigoletto verdiano.
Insomma, l’Otello rossiniano si manifesta come un’opera che affonda le radici nell’opera seria tradizionale, ma allo stesso tempo anticipa elementi che ritroveremo nel melodramma romantico.

Come detto, siamo rimasti assai delusi dalla versione vista al Teatro alla Scala, e sotto diversi aspetti.
La palma del demerito spetta alla regia di Jürgen Flimm, che costruisce anche le scene su un’idea di Anselm Kiefer, il quale poco o nulla fa per vivificare il libretto dell’opera.
L’impianto scenico di tutti e tre gli atti è costituito da un grande salone con enormi tendaggi grigiastri, coperto forse e non si sa perchè da polvere. Qui nel primo atto è imbandita una tavolata per i festeggiamenti della vittoria di Otello; nel secondo diventa teatro del matrimonio tra Rodrigo e Desdemona e nel terzo, disseminato da sedie tipiche dei nostri picnic, lo ritroviamo immerso in una nebbiolina, con l’arrivo della gondola che diventa un vero e proprio catafalco, dove Desdemona dorme e viene uccisa.

Jago sembra un capo cameriere che oltre ad amoreggiare con tutte le donne che gli capitano a tiro, anche davanti alla moglie, viene chiamato ad arbitrare il duello tra Otello e Rodrigo, in un vero e proprio ring delimitato da corde trattenute da parte del coro, non prima che alcune ragazze, non si capisce bene per quale ragione, abbiano innaffiato e disinfettato il perimetro dello scontro.

L’unico momento degno di nota è il finale, durante il quale le tende crollano a terra per mostrarci il retro palco e i personaggi si mostrano in abiti contemporanei, con un coup de théatre – già peraltro visto – comunque qui ben costruito.

I costumi di Ursula Kudrna sono sì eleganti, pur spaziando in epoche diverse, ma quello di Desdemona, con piume svolazzanti, ci è parso davvero inutile e fuorviante.
Insomma nulla che ci abbia particolarmente emozionato o abbia approfondito in modo veramente originale i dettami in cui si muove il melodramma rossiniano.

Otello / Act II / Olga Peretyatko (Desdemona), Juan Diego Flórez (Rodrigo) (photo: Matthias Baus)

Otello / Act II / Olga Peretyatko (Desdemona), Juan Diego Flórez (Rodrigo) (photo: Matthias Baus)

Veniamo ai cantanti, in un’opera che ha bisogno di tre tenori veramente di grande maestria.
Gregory Kunde, Otello, fa molta fatica nel canto spiegato, come accade nella cavatina iniziale e nei duetti, dove cerca sempre le varianti acute con esiti non sempre felici. Quando non deve sforzare la voce, l’età e la pratica gli consentono invece di dipingere in modo molto autorevole il personaggio in tutti i sentimenti che man mano lo caratterizzano.
Juan Diego Flórez, Rodrigo, è come al solito perfetto e nell’aria “Ah! Come mai non sento” è veramente stupefacente; in ogni altro momento dell’opera in cui interviene è sempre supportato da una voce di chiara limpidezza formale, accompagnata da una dizione scandita che ci dona legati e colorature di squisita ineccepibilità.
Anche lo Jago di Edgardo Rocha ci è parso ben costruito e la voce consona alle varie sfaccettatute che il personaggio possiede, anche se il regista gli fa fare cose assai improbabili.
Olga Peretyatko, che peraltro ci era molto piaciuta ne I Puritani torinesi, pur dotata di una bella voce, è qui una Desdemona purtroppo monocorde e, spiace dirlo, alla fine inadeguata per una parte così importante.
Efficaci ci sono sembrati invece Annalisa Stroppa come Emilia e Roberto Tagliavini come Elmiro, mentre Sehoon Moon come gondoliere, nella sua celebre e struggente canzone, avrebbe forse dovuto avere accenti più melanconici.

Veniamo infine alla non esaltante direzione d’orchestra del direttore cinese Muhai Tang, che tra l’altro si era già cimentato, ci dicono con successo, nella direzione dell’Otello a Zurigo nel 2012. Qui a nostro giudizio dà dell’opera nel suo complesso una lettura ripetitiva e noiosa, senza quella verve che avrebbe offerto un valido contributo per far uscire dall’oblio quest’opera così particolare, assente da Milano da troppo tempo.
In scena fino al 24 luglio.

Otello
Gioachino Rossini
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Nuova produzione Teatro alla Scala

Direttore Muhai Tang
Regia Jürgen Flimm
Scene  Jürgen Flimm
da un’idea di Anselm Kiefer

Costumi Ursula Kudrna
Luci Sebastian Alphons

Cast:
Otello Gregory Kunde
Desdemona Olga Peretyatko
Elmiro Barberico Roberto Tagliavini
Rodrigo Juan Diego Flórez
Jago Edgardo Rocha
Emilia Annalisa Stroppa
Doge Nicola Pamio
Un gondoliere Sehoon Moon (Solista dell’Accademia Teatro alla Scala)

Durata spettacolo: 3h 30′ inclusi intervalli

Visto a Milano, Teatro alla Scala, il 10 luglio 2015

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