Il Sogno dell’arrostito: AstorriTintinelli e le utopie sulla graticola

AstorriTintinelli fotografati da Gabriele Lopez
AstorriTintinelli fotografati da Gabriele Lopez

Rivoltiamoci ora, non nella tomba. Questo l’ambizioso e velleitario AstorriTintinelli-pensiero nello spettacolo “Il sogno dell’arrostito”, in prima milanese al Teatro della Contraddizione di Milano dopo il debutto nazionale all’Officina Teatro di San Leucio (Caserta).

In scena, surreale più che mai, la strana e consolidata coppia formata da Alberto Astorri e Paola Tintinelli, autori del testo con Rita Frongia. E il sogno di chi s’illudeva di trasformare il mondo e non riesce a cambiare neppure se stesso.

L’utopia rivoluzionaria aleggia come un gas inerte, all’interno della fabbrica o nella bottega di un artigiano. Naufragi personali e collettivi. “Il sogno dell’arrostito” è il folle dialogo tra un sindacalista e un operaio. Il sindacalista è ammorbato da parole che son formule vuote. All’operaio laborioso e inconcludente, devastato da miseria e tendenze suicide, manca giusto una corda per impiccarsi.

L’azione (si fa per dire) scenica si svolge tra luci alienanti e arnesi da ferramenta assembrati in modo bizzarro. I brani musicali che intervallano il duetto sono complemento drammaturgico che spazia da Donizetti a Claudio Lolli, da Fabrizio De André a Gianfranco Manfredi. È l’armonia ingannatrice di uno spazio mortificante. È routine sorniona, contaminata da rumori nevrotici prodotti con martello, pialla, rulli e manopole.
Si gira come un motore senza cinghia di distribuzione. Si abbaia alla luna. Si enunciano ideologie temerarie. Un istante dopo si disserta su quanto siano piccanti le acciughe che si biascicano svogliatamente in un toast.

“Il sogno dell’arrostito” è una sequenza di pause e attese, vacuità e malintesi. È l’apoteosi del “vorrei ma non posso”. È un po’ il capovolgimento della morale di “E dimmi che non vuoi morire” di Patty Pravo: qui è la vita che cambia noi, giacché noi non riusciamo a cambiare la vita.

Quei personaggi sulla graticola siamo anche noi. Vi cuociamo sopra, senza neppure accorgercene. Ci scopriamo deformi, gli occhi allucinati, gli sguardi allampanati. Ci ritroviamo agli antipodi di quello che doveva essere il nostro punto d’approdo. Alcuni di noi non sono mai neppure partiti.

Ad animare lo spettacolo è un mix pacioccone di freddure demenziali. È una vena creativa popolaresca: poche e stupite parole, movenze da bradipo, acrobazie a mezz’asta.
Testo e ritmo (volutamente) non decollano e tendono ad avvitarsi. Ci appisoliamo sotto luci tiepide di abat-jour. Ci stordiamo al suono di rumori reboanti, o al fruscio di un vecchio vinile. È teatro dell’assurdo e dell’alienazione. Mancano acuti geniali, ma tant’è.

Affascina la prova attoriale rigorosa e surreale, sigillata da una triplice nota onirica: un ballo solitario da cigno ferito; immagini registrate su un vecchio nastro; voci di varia umanità sognante.
All’epilogo, una candela non vuol saperne di spegnersi. Gli applausi restano sospesi per momenti interminabili. Prima di sciogliersi, in uno scroscio liberatorio.

IL SOGNO DELL’ARROSTITO
di e con Alberto Astorri e Paola Tintinelli
testi di Astorri, Tintinelli, Frongia
ideazione, suoni e spazio scenico: ASTORRITINTINELLI
in coproduzione con Armunia Castiglioncello e Officina Teatro (CE)
col sostegno di ERT (emilia romagna teatro fondazione)
un ringraziamento a Quotidiana.com, Marina Rippa, Stefano De Ponti

durata: 1h
applausi del pubblico: 3’ 30”

Visto a Milano, Teatro della Contraddizione, il 12 dicembre 2015

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