Il teatro è di destra o di sinistra? Voci politiche dalla scena contemporanea

Il teatro è un lusso?
Passione e Ideologia

Gli occhi di Pasolini sulla copertina di Passione e ideologia. Il teatro (è) politico

Parte tutto da un convegno. Era l’ottobre dello scorso anno e a Bologna, a Teatri di Vita, Stefano Casi ed Elena Di Gioia organizzavano una due giorni ricca di dibattiti e interventi (che anche Klp seguì) intorno a “Passione e ideologia. Il teatro (è) politico”. Un titolo che rimandava inevitabilmente al saggio di critica letteraria di Pasolini e alle esperienze di teatro politico del passato, in tutte le loro dimensioni.

Partendo da ciò che storicamente è stato, il convegno intendeva sottolineare il potente ancorarsi al presente di una dimensione politica del teatro, ancora e soprattutto oggi necessaria, mostrandola nelle sue metamorfosi e nei suoi legami più attuali. Si riaffermava insomma una concezione del termine “politico” che va oltre la natura ideologica o propagandistica di un certo teatro del passato, per abbracciare un insieme di relazioni – potenzialmente infinite – che lo legano alla società civile, all’attualità, allo spettatore, alla nostra realtà, con tutti i rischi di un’eccessiva ampiezza del tema.

Da quelle riflessioni è nato un volume, che verrà presentato domani, sabato 10 novembre alle 15,30 a Perugia, nell’ambito di Umbrialibri, che raccoglie proprio le voci e le riflessioni di quelle giornate.

Particolarità del libro è stata quella di uscire in prima battuta come e-book e solo ora anche in edizione cartacea, edito da Editoria & Spettacolo. L’e-book è stata una scelta fondamentale per i curatori, Casi e Di Gioia: una modalità per renderlo acquistabile facilmente, contenendo il prezzo a 4,94 euro per favorirne la diffusione fra teatranti e studenti.
Anche questa una scelta inevitabilmente politica.


Stefano Casi

Stefano Casi

Nella ricchezza di argomenti coinvolti nelle trecento pagine (impossibile accennarli tutti in questa sede), il volume si apre con una ricognizione di Marco De Marinis sulle principali modalità di teatro politico nel Novecento. De Marinis ne cita almeno tre: il teatro dai contenuti politici (da Brecht a Piscator allo Strehler post-’68 fino ai tanti spettacoli politicamente impegnati soprattutto degli anni ’70); l’uso politico del teatro, che più che trasmettere messaggi ideologici mirava a cambiare il rapporto tra attore e spettatore, cercando di attivare il pubblico stesso e dilatando il fatto teatrale oltre i suoi materiali confini (quel ‘teatro a partecipazione’ di Giuliano Scabia ma anche di autori come Grotowski, Eugenio Barba, Peter Brook o del Terzo Teatro). E infine un teatro che ha lavorato al rinnovamento del linguaggio scenico-espressivo, e quindi dei suoi segni: a partire da Artaud per arrivare a Carmelo Bene, Socìetas Raffaello Sanzio, Teatro Valdoca
C’è poi chi ha agito contemporaneamente su tutti e tre questi aspetti: De Marinis ricorda il Living Theatre o, per guardare all’Italia, Leo De Berardinis, Alfonso Santagata e Claudio Morganti, Carlo Cecchi

Ma come agisce, oggi (dai famigerati Anni Zero in poi), il teatro “politico”? La definizione non è certo peculiarità solo del teatro civile o di quelle forme di denuncia alternative all’informazione più canonica, che portano oggi sui palcoscenici di città e province perfino volti noti della tv.
La maggiorparte della scena contemporanea, nella diversità delle sue forme, è politica. Perché esprime un punto di vista sul presente, perché sperimenta linguaggi e rapporti col suo pubblico, perché si presta ad essere veicolo da ricognizione civile… nonostante talvolta si dimentichi perfino di essere destinata ad un pubblico (e in certa misura minando, allora, la sua vocazione politica).

Se, potenzialmente, ogni azione (teatrale) è politica, tanti e diversissimi fra loro sono, nel volume, i riferimenti al presente più prossimo: dall’azione degli occupanti del Teatro Valle a Roma (cui Franco Ricordi auspica di elevarsi sempre al di sopra dell’ideologia, senza schierarsi a Destra o a Sinistra, ma mantenendo chiare le proprie rivendicazioni in quanto questioni etico-estetiche), all’ironico riferimento di Rossella Battisti alla morte del Bagaglino: simbolo della caduta perfino della satira, in un Paese in cui il Parlamento si avvicina ad esserne una forma tragicamente reale (e, tra l’altro, quasi l’unica a non avere problemi di censura).

Fra gli esempi di impegno teatrale “attivo” Sandro Avanzo ricorda l’esperienza del Teatro della Cooperativa di Milano, fondato da Renato Sarti in un quartiere periferico e popolare (storicamente di Sinistra fino a quindici anni fa, per poi deviare verso gli ideali “incalzanti” della Lega), che sceglie – attraverso la sua programmazione – di rapportarsi ogni anno in maniera importante con il passato, così da farsi strumento di informazione (o controinformazione) ma anche di pensiero critico sul presente: l’intenzione è recuperare in pieno la capacità del teatro di proporsi come occasione di riflessione politica, anche attraverso linguaggi leggeri, modalità non da sottovalutare né da guardare con snobismo, se a una comunità – non di soli addetti ai lavori! – dobbiamo/vogliamo rivolgerci. E senza dimenticare (aspetto spesso trascurato dal nostro teatro contemporaneo) come il teatro sia anche, come direbbero Oltremanica, ‘entertainment’.

Impossibile, per la natura professionale di chi scrive, tralasciare il contributo un po’ a latere di Antonella Agnoli, una riflessione che si sposta dal teatro in senso stretto ad un altro luogo della Polis destinato alla cultura e alla comunità: la biblioteca, tracciando un trait d’union fra questi due spazi che, in azione sinergica, potrebbero lavorare per obiettivi o strategie comuni. Primo fra tutti l’attirare pubblici nuovi e diversi, andando oltre quella naturale barriera che li vede come “antri per persone acculturate”. Cercare insomma di incuriosire anche chi non è abituato a varcarne la soglia, affinché si crei “l’abitudine a considerare i servizi culturali parte della nostra vita quotidiana – conclude Agnoli – così come lo sono il caffè, il supermercato, la lavanderia”. Un concetto che in Italia pare ancora assai lontano.
Da questo punto di vista, è però evidente come molto sia stato fatto in questi ultimi anni in Italia dalle biblioteche (ad esempio diversificando il materiale disponibile: dai libri ai dvd, dalla musica a giornali, e-book, audiolibri… per non parlare delle diverse attività proposte, o all’attenzione nello studio di architetture ed interni, senza dimenticare orari di apertura sempre più ampi – nonostante i tagli che anche qui si abbattono -, e una sempre maggiore specializzazione del personale…). Ancora troppo poco, invece, vengono aperte le porte dei teatri, che pur nella limitata disponibilità di mezzi economici, dovrebbero davvero lottare per tornare ad essere antiche agorà, punto di incontro e scambio: culturale, politico, emozionale…

Il teatro è un lusso?

Il teatro è un lusso? E’ la domanda posta da Roberto Latini

A concludere il volume, come in un “secondo atto”, la parola passa ad una lunga lista di artisti (da Daniela Nicolò dei Motus a Babilonia Teatri passando per Mario Perrotta, Emma Dante, Romeo Castellucci, Daniele Timpano, Sandro Lombardi, Andrea Adriatico, Ascanio Celestini, Chiara Lagani e molti altri), cui i curatori hanno chiesto un pensiero sul teatro politico che frequentano/mettono in scena quotidianamente.
Ne emergono una trentina di esperienze che, in alcuni casi in particolare, sono anche perfetta testimonianza dello stile e del linguaggio teatrale dell’artista.
E mentre Saverio La Ruina ci narra come il suo teatro rispecchi in fondo la sua Calabria fatta di contraddizioni e ospitalità, o Antonio Rezza ribadisca come l’artista non debba essere coinvolto nella gestione del potere, è con il pensiero di Francesca Ballico, che immette una nuova fondamentale declinazione all’interno del ragionamento, che vogliamo terminare.

“Sento fortemente il bisogno di una parola diversa, oltre a politico. Una parola che avverto necessaria accanto alla parola teatro. Questa parola è poetico. E’ per scavare un po’ più a fondo all’evidenza. […] Il bisogno che il discorso politico, o l’intrattenimento, o il semplice trucco del mestiere, vada a sfiorare quel punto di poesia. A volte ne basta anche uno solo per rendere necessario lo spettacolo. […] E’ questo bisogno di poesia una necessità politica? Sì, lo credo fermamente. Ci sono troppe chiacchiere inoffensive, troppi discorsi svuotati, troppi movimenti che riconducono al solito punto. Troppi inganni, «in questi tempi di disumana umanità» (Brecht)”.

Passione e ideologia. Il teatro (è) politico
€ 18
2012
304 p.
Curatori: Casi S.; Di Gioia E.
Editore: Editoria & Spettacolo 

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