Il teatro politico di Milo Rau, occasione di riflessioni interculturali

Milo Rau (photo: Afp / Leta)
Milo Rau (photo: Afp / Leta)
Milo Rau (photo: Afp / Leta)

Milo Rau (photo: Afp / Leta)

Che uno dei paesi più ricchi al mondo come la Svizzera, a vocazione capitalista, con una massiccia presenza di immigrati provenienti da tutte le parti del mondo sul suo territorio, si sia preso il tempo di riflettere a proposito di razzismo, Islam o idee totalitaristiche sembra scontato, ma di fatto non lo è.

È successo a Ginevra grazie al teatro dell’artista svizzero Milo Rau, ospite d’onore della 38^ edizione del Festival La Bâtie, e la scelta di Alya Stürenburg Rossi, direttrice del festival, non poteva essere più felice.

Rau ha dato una scossa al pubblico ginevrino raccontando, con la sua arte, il genocidio in Ruanda, ma anche la fragile identità dell’Europa e il travagliato (o mancato) multiculturalismo europeo.

Se la politica, e quella elvetica non fa eccezione, tende a nascondere le verità scomode e si sottrae ai dibattiti (due domeniche fa, dopo lo spettacolo “Breivik’s statement”, ne abbiamo avuto un’eccellente dimostrazione con il consigliere dell’UDC svizzero Yves Nidegger che, con un’arroganza fuori dal comune, ha parlato al pubblico solo per spot pubblicitari), sembra essere compito degli artisti accendere la miccia, perché – e Rau ne è perfettamente consapevole – non possono essere solo banali idee e sentimenti quelli condivisi, in Europa, da migliaia di persone; forse alla loro base non c’è solo il razzismo.

Rau in questi anni ha fatto della politica il suo teatro e il suo cinema e ha provato a raccontare, con sensibilità e intelligenza, l’irraccontabile ma anche il taciuto.

È il caso di “Hate radio”, una creazione del 2011.
Il 6 aprile 1994 l’aereo in cui sta viaggiando il presidente ruandese Habyarimana viene abbattuto da due missili: è l’inizio del genocidio più cruento avvenuto dopo la fine della guerra fredda. In tre mesi verranno barbaramente uccise quasi un milione di persone.
“Hate radio” inizia e finisce con le parole e le riflessioni di alcuni testimoni, la parte più toccante ed intensa dello spettacolo, che raccontano la loro esperienza attraverso un video; sulla scena invece è ricostruito lo studio della radio del Ruanda, la voce del genocidio.
«Perché – si chiede un testimone – se genocidio è ammazzare più persone nel più breve tempo possibile, si sono presi il tempo di infierire sui corpi, di violentare le donne, di torturare i neonati fino alla morte?».

La ricostruzione di quello che fu il ruolo della radio è meticolosa: mentre fuori si ammonticchiavano i cadaveri, dentro lo studio, con le parole, si uccideva. Tra una birra, una sigaretta e un balletto (bella e intensa l’interpretazione di Diogène Ntarindwa), con le chiacchiere, con la propaganda, si fomentava l’indicibile, si instillava una crudele follia collettiva, una violenza senza precedenti.

Hate Radio (photo: Daniel Seiffert)

Hate Radio (photo: Daniel Seiffert)

“Hate radio” ha il pregio di mostrare con lentezza e distacco il peso tragico avuto dalla propaganda, come si sia istigato l’odio con parole apparentemente semplici, con giochi radiofonici o telefonate ricevute in diretta.
Se le lunghe ore di trasmissione a tratti stancano, in alcuni momenti la voce della radio mostra tutta la sua agghiacciante crudeltà e ci consegna una testimonianza dolorosissima in cui le ragioni della violenza, della barbarie, della tortura restano comunque indecifrabili e disumane.

“Breivik’s statement”, creazione del 2012, è una lettura del discorso che fece in tribunale Anders Breivik, il norvegese che uccise 77 giovani e ne ferì 151 nell’attentato del 22 luglio 2011 a Utoya, Oslo.
Sascha Ö. Soydan legge per più di un’ora in maniera impeccabile un discorso che tutti si sarebbero aspettati delirante dall’inizio alla fine. E invece non è così.
Il discorso di Breivik è ben strutturato e argomentato, certamente assai discutibile dal punto di vista storico e politico. Secondo l’estremista di destra, per difendere l’identità dei norvegesi e dell’Europa in generale, messe a repentaglio dai tantissimi musulmani residenti in Occidente, adepti di un Islam violento, oscurantista, per nulla laico, che vuole instaurare anche in Occidente la charia, è necessaria la violenza.
Breivik sostiene nel suo lungo discorso che è colpa della politica se oggi il popolo norvegese non ha più una identità, è colpa del marxismo e delle politiche liberali, della stampa che non racconta la verità e degli insegnanti che plasmano le menti dei giovani inculcandogli valori di sinistra, se oggi non esiste più in Europa una vera democrazia.

L’immigrazione di massa, rigettata da Giappone e Corea del sud, secondo Breivik paesi modello, ha creato un falso multiculturalismo che in Norvegia causerà fra pochi anni, in termini di presenze, il sorpasso degli immigrati sugli autoctoni. Per tutte queste ragioni Breivik si chiede se deve essere considerato un terrorista o piuttosto un eroe nazionale. Un terrorista o un rivoluzionario?

Milo Rau in “Breivik’s statement” punta il dito sulla“normalità” del discorso di Breivik, una normalità però pericolosissima. Il regista è conscio di come sia facile banalizzare queste idee totalitaristiche, con il rischio che l’indifferenza crei un lasciapassare alla violenza sconsiderata.
Il discorso ideologico di Breivik non è il discorso di un folle o di un singolo individuo, e Rau sembra indicare chiaramente come migliore la strada del dialogo, della conoscenza e della divulgazione di questi pensieri.
L’asciuttezza della lettura ha poi il pregio di far comprendere bene tutti i punti del discorso, vero obiettivo della performance, senza aggiungere nulla di più alla figura del Breivik-uomo, che resta al pubblico, giustamente, solo un volto neutro.

Ma è con “The civil wars”, a nostro avviso, che Rau tenta di andare con più incisività dentro il problema, utilizzando un’altra poetica.
L’intento iniziale del regista svizzero era di mescolare storia maggiore con storia minore, i grandi eventi storici e sociali alle storie del singolo individuo. Una risposta a Breivik? «Sì, ma sia chiaro non c’è alcun intento di solidarietà o comprensione per il suo gesto», precisa Rau alla fine dello spettacolo.

Di fatto le storie individuali sono il racconto principale in “The civil wars”: quattro protagonisti raccontano la loro infanzia, l’adolescenza e soprattutto il rapporto dolorosissimo avuto con il padre (proprio come Breivik che, ad un certo punto, non rivedrà più il suo).

Il regista inizia a pensare a questo progetto dopo la diffusione di un video nel 2013 di alcuni giovani jihadisti che decapitano un funzionario di Bachar el-Assad. Nel video si sente gridare chiaramente in fiammingo «Giralo!». Il video pone interrogativi inquietanti che Rau raccoglie: cosa può spingere dei giovani europei ad andare in Siria per fare una guerra che non è la loro?

Lo spettacolo inizia così con la storia di Joris, un giovane europeo che parte per la Siria; suo padre, pur di salvarlo, tenta in tutti i modi di farlo tornare a casa. Un padre, stavolta, pronto a fare di tutto pur di riabbracciare il figlio tanto amato.
Dopo questa breve cornice, le scenografie prendono vita: in un salottino con divano e quadretti alla parete, Karim, Sara, Sébastien e Johan, raccontano le loro storie, e non occorre sapere quanto siano verità e quanto finzione. Le testimonianze sono così serrati e incalzanti che la politica ad un certo punto non trova più posto.
Le fragilità umane, la follia, i ricordi, le vite familiari, le foto di un tempo lontano si appropriano della scena, ed è commovente, a tratti anche comico, ascoltare queste storie che scorrono pacatamente.

E’ come se Rau volesse indicarci una strada, inevitabile, nel cammino della comprensione: è nelle stanzette anonime e normali che dobbiamo rintracciare le ragioni dei gesti eclatanti, delle idee più violente, dei crimini efferati.
I racconti sono ricchi, intensi e diversissimi tra loro per contenuti e modi, tuttavia, senza volerlo, Rau perde di vista la“storia maggiore”per rimanere incantato dalla vita e dalla dignità delle storie semplici.

Protagonista dello spettacolo è la telecamera: all’inizio si ha la sensazione che non sia necessaria e che in fondo disturbi la comunicazione tra attore e pubblico, gli attori infatti recitano sempre girati di fianco. Solo sul finire però si apprezza l’importanza di questo mezzo, il più familiare in fin dei conti per l’artista svizzero: solo attraverso la telecamera gli attori riescono a trovare il giusto distacco per la finzione, che per una volta tutta finzione non è.

Da vedere anche i film di Milo Rau: “Hate radio”, “Les derniers jours de Ceausescu”, “Les procès de Moscou” e “City of change”.

Hate radio
testo e regia: Milo Rau
con: Afazali Dewaele, Sébastien Foucault, Estelle Marion, Nancy Nkusi, Diogène Ntarindwa (Atome), Bwanga Pilipili
drammaturgia e produzione: Jens Dietrich
scenografie e costumi: Anton Lukas
video Marcel Bächtiger
suono: Jens Baudisch
assistente alla regia Mascha Euchner-Martinez
produzione Milo Rau / IIPM- International Institute of Political Murder
spettacolo in francese e in ruandese con sottotitoli in francese

durata: 1h 50′
applausi del pubblico: 2′ 20”

stars-3

 

Breivik’s statement
concezione e direzione: Milo Rau
con: Sascha Ö. Soydan
ricerche: Tobias Rentzsch
scenografie: Anton Lukas
video: Markus Tomsche
suono: Jens Baudisch
produzione: Milo Rau / IIPM- International Institute of Political Murder
sostegno: Pro Helvetia
lettura in inglese con sottotitoli in francese

durata: 1h 20′
applausi del pubblico: 1′

stars 3.5

 

The civil wars
testo concezione e regia: Milo Rau
testo e interpretazione: Karim Bel Kacem, Sara De Bosschere, Sébastien Foucault, Johan Leysen
ricerche e drammaturgia: Eva-Maria Bertschy
scenografie e costumi: Anton Lukas
video: Marc Stephan
suono: Jens Baudisch
luci: Abdeltife Mouhssin, Bruno Gilbert
produzione: Milo Rau / IIPM- International Institute of Political Murder
coproduzione: Kunstenfestivaldesarts, Beursschouwburg Brussels, Zürcher Theater Spektakel,
Kaserne Basel, Schlachthaus Theater Bern, La Bâtie Festival de Genève, Schaubühne am Lehniner Platz Berlin, Théâtre Nanterre-Amandiers Paris
spettacolo in fiammingo e francese con sottotitoli in francese

durata: 2h
applausi del pubblico: 2′ 30”

stars 3.5

 

Visti a Ginevra, Festival La Bâtie, il 6, 7 e 8 settembre 2014

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