Il tempo a colpi di Inequilibrio XX

“Quanto tempo abbiamo?”. Si conclude così, con questa domanda, un film come “The Jacket” dell’inglese John Maybury, che cercava di fare i conti con il tempo e con le sue possibili deformazioni, variazioni, tentazioni.
E di questo tempo, il festival Inequilibrio, che in questa edizione ha raggiunto i vent’anni, ha cercato di tracciare una linea sottile, che sbattesse le ali in volo per dischiudersi in un pentagramma dove potessero risuonare note con ambizione di eternità.
Basi armoniche rappresentate dagli oltre 30 artisti ospitati, per quasi 40 spettacoli che si sono succeduti nelle due settimane di rassegna, dal 21 al 25 di giugno e dal 28 al 2 luglio, mentre nei giorni di ‘pausa’ tutto scorreva in preparativi e laboratori; l’eco di un’attività organizzata da Armunia fatta di convegni, residenze, stage, che dura l’intero anno, si faceva ben sentire.
Del resto uno degli eventi che ha caratterizzato Inequilibrio, oltre l’aver ricevuto il Premio Pavlova, era quello di presentare il primo dei volumi dei Quaderni di Armunia, protagonista proprio il Tempo, con le sue 10 variazioni sul tema…

L’edizione XX, dopo essersi sparsa gli anni passati per il territorio (quello di Castiglioncello non è stato solo scenario di un capolavoro come “Il Sorpasso” di Dino Risi, ma di molto altro ancora, come ha potuto illustrare quel geniale vulcano di Luca Scarlini con il suo “Paesaggio di mare con palcoscenico”), si è concentrata nei luoghi del Castello Pasquini e del suo parco, nel cuore di Castiglioncello, sopra quella stazione ferroviaria voluta proprio dal Conte Pasquini.

Qui i co-direttori Angela Fumarola e Fabio Masi hanno annunciato che si svolgerà anche l’edizione 2018, che parte sotto buoni auspici, visto il sold-out di spettacoli che, tra danza e teatro, hanno camminato “in equilibrio”, spesso concedendosi il lusso di perderlo per cadere e poi risalire.

Angela Fumarola e Fabio Masi

Angela Fumarola e Fabio Masi

Avendo il permesso di far cavalcare il mio “guardonaggio”, ho corso da uno spazio all’altro del festival, da un piano all’altro, architettonico, dimensionale, spaziale, entrando e uscendo dalle sue tensostrutture che quest’anno hanno preso il nome di Cara e Pace, che fondendosi in Carapace, il guscio corazza di crostacei e testuggini, ha indicato le basi su cui si muovono Armunia e Inequilbrio: un proteggere l’atto creativo e tutti i suoi ospiti, oltre agli spettatori accolti.

Sono stati tanti gli spettacoli, i momenti indimenticabili, che si ritaglieranno uno spazio indelebile nella corteccia emozionale delle memorie mie e di tutti coloro che hanno risposto all’invito di Inequilibrio. Eccone alcuni in ordine sparso.

Silvia Gribaudi che, sulla terrazza sopra la Limonaia – dove ha condotto il suo laboratorio “Dov’è Adamo?” (poi declinato in un’altra domanda: “Dov’è l’uomo?”) – urla incitando e caricando il suo gruppo, al suono di “Gli occhi della Luna” degli Ex-Otago. In attesa di danzare con Domenico Santonicola in “What age are you acting?”, il tempo si ferma, lei in piedi, lui gattoni, procedono nudi in frame al rallenti, mentre nuvole di fumo si alzano da una montagnola bianca; in attesa di dirigere la esaltante Claudia Marsicano in “R.OSA – 10 esercizi per nuovi virtuosismi”, che ha conquistato la platea.

Ma Claudia Marsicano è stata anche tra i protagonisti di “Heretico – dopo questo apparente nulla” de Leviedelfool di Isabella Rotolo e Simone Perinelli, in scena anche Elisa Capecchi e Daniele Turconi: ma avremo modo di parlarne meglio.
Così come dell’altro spettacolo di inquietudine esistenziale in tinte sacre che non ha lasciato indifferenti gli spettatori: il “Lucifer” incarnato e vibrato da PierGiuseppe Di Tanno, la presenza della Lilith Ledi Maru ad aprire e lanciare le danze dal suo dj-set dal vivo, il tutto racchiuso sotto il marchio di qualità che si sta ritagliando l’attenzione di pubblico e critica, che prende il nome di Industria indipendente di Erika Z. Galli e Martina Ruggeri.

Ancora, in questa carrellata di eventi dal festival, ricordiamo i laboratori condotti da Maurizio Lupinelli ed Elisa Pol, Nerval Teatro, che con i loro attori diversamente abili si sono preparati tutti i giorni per dare vita al Flash Mob che ha affrontato anche gli umori del tempo, sposandosi con la Gribaudi e il suo gruppo “A corpo libero” il 30 giugno, mentre il loro “Winnie” da Beckett, con Federica Rinaldi e Cesare Tedesco, toccava le corde dello spirito nell’Anfiteatro del parco.

Il Focus – itinerante per l’Italia – degli Young Arab Coreographers ha visto protagonisti il libanese Jadd Tank con “Liberté Toujours”, Mounir Saeed (Egitto) con “What About Dante”, Sharaf Dar Zaid (Palestina) con “To Be…”, Bassam Abou Diab e Samah Tarabay (Libano) con “Under the Flesh”, tutti capaci di catturare l’attenzione degli spettatori, tracciando nuove forme per sopravvivere, resistere e dialogare con l’altro grazie all’arte; in qualche modo legandosi anche ad “Occhio per Occhio”, laboratorio sull’integrazione condotto da Maria Teresa Bellini.

Dopo il passaggio a Torino, Sharaf Dar Zaid è arrivato a Inequilibrio nell'ambito del Focus sui giovani coreografi arabi.

Dopo il passaggio a Torino, Sharaf Dar Zaid è arrivato a Inequilibrio nell’ambito del Focus sui giovani coreografi arabi.

La verità condotta dal corpo di Alberto Astorri e Luca Zacchini e dalla parola di Armando Pirozzi da loro incarnata in “Un quaderno per l’inverno”, l’acuta intelligenza e ironia sensibile di Massimiliano Civica e della sua regia a offrircela.

La poesia cantata e vissuta da “In terra in cielo” di Silvia Garbuggino e Gaetano Ventriglia, che finalmente mettono in scena il loro “Don Chisciotte”, a cui ha creduto fermamente Fabio Masi: atmosfera rarefatta, trasognata, il surreale dell’esistere oltre le nuvole macchiato da sorridente malinconia dà forma al Cavaliere di Cervantes, pronto a capitolare di fronte ai mulini a vento, alla fedeltà di Sancho Panza, e a un cavallo di sorprendente e animosa arguzia; le musiche eseguite dal vivo da Gabrio Baldacci a condensare il tutto.

Il capolavoro – a detta di molti – “La morte e la fanciulla”, nuovo lavoro di Michele Abbondanza e Antonella Bertoni ispirato all’opera omonima del musicista austriaco Franz Schubert, si è stagliato in una dimensione liminale, tra vita e morte, tra percezione e azione, immerso nella bellezza di danza e gesto che le videoproiezioni di Jump Cut hanno scolpito tra le nebbie che salivano tra palco e il dietro le quinte ultraterreno, dove le tre danzatrici (Eleonora Chiocchini, Valentina Dal Mas e Claudia Rossi Valli) agivano, alitando sulla scena la loro anima a corpo e cuore nudi.

Bellezza, grazia, sorriso, amore hanno animato anche “A Set of Timings” di Claudia Catarzi, coreografa e danzatrice di grande talento; in scena lei e Michal Mualem danzano, s’impossessano dello spazio, lo attraversano in un’esattezza di gesto e respiro impagabili, facendolo trattenere agli spettatori. Immerse in un tappeto sonoro che si alterna tra il silenzio che non lo è mai del tutto, il rumore dell’esistere che scorre in quel non luogo, o nel suo essere l’ovunque, l’incedere della pioggia, e di musica, tra cui si è distinto il contemporaneo John Adams. La scena spoglia, se non per la presenza di una parete laterale dalla superficie nera, proprio da lì hanno dialogato, sormontandola; fluttuando, apparendo e sparendo dietro di essa; assenti, l’una o entrambe, hanno altresì fatto avvertire come l’azione persistesse, come loro e quell’altrove comunque continuassero a esistere, in un’assenza d’impalpabile densità. Da non perdere.

Silvia Gribaudi a Inequilibrio 17

Silvia Gribaudi a Inequilibrio 17

Da ricordare anche Il Servo Muto e la sua “Polvere”; la compagnia Lanza/De Carolis e la “Contemplazione di Ismene”; Danio Manfredini e i suoi Studi verso Luciano, ecografie di un corpo; Virginie Brunelle, che con la sua compagnia ha dato forma ai palpiti di Foutrement; il Teatro Koreja che ha appoggiato GUL – uno sparo nel buio, idea e lavoro di Gemma Carbone (in scena, alla regia e parole), come aiuto Riccardo Festa, entrambi al festival, quest’ultimo tra i responsabili dei testi in compagnia di Giancarlo Di Cataldo; i Gogmagog e gli scenari rurali di Jean Roland Fichet; le “Rzeczy/Cose” di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini; il “Farsi Silenzio” di Marco Cacciola; le “Geografie dell’Istante” di Manfredi Perego; lo “(S)MASH” a passo di danza di Annamaria Ajmone e Marcela Santander Corvalán; “And It Burns Burns Burns” di Simona Bertozzi a caccia di Prometeo; l’Euforia di Silvia Rampelli e di Habillé d’Eau; Alessandra Cristiani; Roberto Abbiati e l’urgenza di non dimenticare di Debra Libanos; Barbara Berti e il suo ricercare forme; “Le Jardin” di Ginevra Panzetti ed Enrico Ticconi; Elena Guerrini con le sue “Vie delle donne” e la sua 500; “Dove tutto è stato preso” della compagnia Bartolini/Baronio, che partendo dalla loro esperienza autobiografica di famiglia parlano di presente in rotta di collisione con il futuro che potranno lasciare in eredità ai propri/nostri figli.

E ancora il “Cantico dei Cantici” di Fortebraccio Teatro: il corpo e la voce di Roberto Latini a rendere unica quella che si può e si deve considerare un’esperienza che va al di là del teatro per affondare netta e decisa le sue radici nell’abisso dell’uomo e della nostra epoca.
A conclusione di un incontro con Latini, al mio domandare, tra il serio e il faceto, lui solo in scena, se fosse da considerarsi “uno, bino, trino”, mi ha risposto “nessuno”. Risposta folgorante nella sua semplice complessità pirandelliana, perché in quella luce, in quell’aura che lo investiva in quell’istante, e che avrebbe continuato sul palco, si è avvertita l’urgenza di riscoprire la possibilità di essere Nessuno, e dopo di questo continuare ad esistere ed essere, ridonando leggerezza al respiro. Del resto, Nessuno era anche il viaggiatore Odisseo…

Ma quanto tempo abbiamo?

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