Il vecchio e il mare: Campanale porta in scena anche Hemingway

Il vecchio e il mare
Il vecchio e il mare

Il vecchio e il mare, vincitore quest’anno di un Eolo Award

A Ruvo di Puglia, in un luogo apparentemente desolato, vicino alla meravigliosa cattedrale, gioiello romanico del XII secolo, esiste un altro gioiello, ma del 21° secolo, non meno abbagliante: un salone polivalente che è diventato sede di una comunità partecipata, dove tre compagnie teatrali progettano il loro futuro interrogando il nostro immaginario. L’anno scorso abbiamo visto “Senza Piume”, poetico e intenso omaggio alla follia cosciente; quest’anno abbiamo assistito, con la gioia anche qui partecipata di tutti i sensi, all’ultima fatica di Michelangelo Campanale e di tutta la sua tribù (La luna nel letto): “Il vecchio e il mare”.

Il romanzo del 1954 di Hemingway, trasposto magnificamente anche al cinema nel ’58 da John Sturges con protagonista un portentoso Spencer Tracy, narra la lotta solitaria di un vecchio marinaio, dedito alle sconfitte, che alla fine della sua vita riesce nell’impresa di catturare un pescespada enorme che, sulla via del ritorno, inesorabilmente, verrà poco a poco sbranato dai pescecani.
L’unico amico che condivide i suoi sogni è un ragazzo del luogo. I pescecani forse l’avranno vinto, ma il vecchio potrà morire appagato sognando i leoni.

In scena tre personaggi, tre vissuti, tre età: Santiago, il vecchio pescatore; Manolin, il ragazzo; e, con un magnifico azzardo drammaturgico, lo stesso Hemingway, lo “scrittore avventuriero” con i suoi vizi e i suoi miti, l’alcool e il baseball.
Sulla scena tutti e tre vivono nel gioco sapiente degli spazi su piani diversi: sul retro il vecchio, al centro il ragazzo, fuori scena lo scrittore, che si esprime anche con la sua lingua d’origine.
In primo piano il ragazzo che deve crescere e diventare uomo, mentre gli altri due lo sono già, nonostante anche loro debbano superare prove ardimentose per crescere ulteriormente. Hemingway è l’adulto nel pieno del suo vigore (uno splendido Robert McNeer), alle prese con l’invenzione della scrittura, essere umano che mescola sempre l’arte con la vita, partecipando intensamente con i suoi personaggi. E poi Santiago che, ostinatamente, anche sul finire della sua vita, lotta contro il destino avverso, da buon pescatore nel mare, tra le corde, il sudore, la fatica, il dolore delle mani e della sconfitta.
La cattura del pesce, con cui ha dialogato, perchè tutto nella natura è degno di pietà e di rispetto, nonostante gli squali (ci sono sempre purtoppo degli squali e pure loro fanno parte della vita) sancirà la vittoria di tutti e tre.

“Il vecchio e il mare” risulta dunque una specie di epopea del quotidiano rapporto tra il mondo umano e la natura, grande rito sacro che si rinnova ogni giorno e nel quale ogni giorno l’uomo diventa sempre più forte, pur consapevole di essere trascinato dal suo inevitabile destino.
Campanale imbastisce tutto lo spettacolo sui tre piani della costruzione scenica, e lo fa come una grande sinfonia visiva ed emozionale, usando tutti i mezzi in suo possesso: la musica (Verdi, Puccini, Dvorak), la luce, che reinventa il mare in tutta la sua complessità, gli elementi scenici, con quell’intersecarsi di corde, di fili abbaglianti e di vele, la pittura che costruisce il grande pesce, e le immagini in movimento, che danno spessore ai sogni sulla tolda. Tutti insieme questi elementi si abbracciano nella cattura dell’agognata preda, momento topico dello spettacolo.

Creazione corale di assoluto rilievo, in cui tutti hanno messo le rispettive competenze in un luogo finalmente abitato, “Il vecchio e il mare” conferma il talento di Michelangelo Campanale che, insieme ai suoi compagni di avventura, ha costruito uno spettacolo denso di emozioni e di rimandi all’arte e alla vita.

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