Il reincanto del mondo attraverso gli artigiani del teatro di figura

Dekru
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Il 10 maggio 1821 Giacomo Leopardi appuntava sul suo Zibaldone: “La cosa piú durevolmente e veramente piacevole è la varietà delle cose, non per altro se non perché nessuna cosa è durevolmente e veramente piacevole”.
La 24^ edizione del festival Incanti ha superbamente colto la virtù edonistica dell’eterogeneità decantata dal poeta di Recanati, puntando anche quest’anno sulla varietas estetica di una satura lanx (o “cartellone”) riccamente assortita delle più diverse primizie artistiche.

Chiudiamo oggi il nostro excursus all’interno del festival con la serata del 7 ottobre, in cui la platea torinese ha avuto l’opportunità di confrontarsi con i diversi linguaggi del teatro fisico proprio del mimo e con quelli del più classico teatro di figura, rivisitato in maniera innovativa attraverso l’utilizzo di marionette anticonvenzionali.

I Dekru Quartet dall’Ucraina portano in scena lo spettacolo “Anime Leggere”, una pantomima sul modello di Marcel Marceau, scandita in quadri che traggono ispirazione dalle situazioni più comuni della vita quotidiana o domestica.
Con umorismo e una naiveté infantile e dirompente, la formazione di longilinee silhouette nerovestite realizza una serie di coreografie – come quella dei corridori (basata sulla mimesi di svariati sport, dal ciclismo al pattinaggio allo sci) – caratterizzate da una strabiliante grazia e sincronia dei movimenti, e da una notevole abilità di figurazione plastica.
Le gag sono delle più classiche: dallo sketch del disturbatore al cinema alla routine giornaliera del lavoratore medio, immerso nell’overdose tecnologica di telefoni cellulari e computer (bellissimo il tentacolare sole umano che scandisce il trascorrere delle ore), o la forza di quell’amor che move il sole e le altre stelle, orchestrando serafici duetti fra coppie di uccellini, farfalle e ragni.

Particolarmente indovinato risulta il numero del crash test, ovvero una serie di prove d’impatto automobilistico, in cui i manichini prendono vita alla guida e infine si ribellano al simulatore che li sottopone alle stressanti sevizie; o ancora la riproduzione della brulicante vita sottomarina, dove meravigliosi giochi di mani plasmano pesci, meduse, granchi e altre creature.

Sorprendente è il ruolo complementare riservato alla ricezione: l’immaginazione dello spettatore, aiutato solo da qualche effetto sonoro di contesto, è chiamata ad una fatica ermeneutica non indifferente, a un lavoro di “riempimento” che ricorda quei giochi enigmistici in cui partendo da un mosaico di tasselli apparentemente indifferenziati, si devono colorare alcune specifiche sezioni numerate per ottenere – con grande stupore – una figura inizialmente non visibile eppure da sempre nascosta nel quadro.
Allo spettatore è infatti richiesta un’interpretazione immediata che, partendo dalle stilizzate evocazioni motorie degli artisti, decifri e visualizzi simultaneamente l’azione mimata nel suo complesso. E ad emergere è inevitabilmente quella espressiva gestualità spesso oscurata dall’inflazione verbale del nostro quotidiano: nel mimo è infatti la grammatica del corpo a dominare incontrastata e a ricordarci che ci esprimiamo anche quando siamo in silenzio, “parlando” un linguaggio fisico che è in larga parte istintivo, un alfabeto involontario e al contempo socialmente codificato e condiviso, iscritto nel nostro codice comportamentale.

“Anime Leggere” ci regala dunque un utile esercizio di rifocalizzazione sul versante più ignorato – perché affidato ad automatismi spesso inconsci – della nostra comunicazione. Un esercizio di sottolineatura che si compie mediante l’iperbole euforica del gesto e la accentuazione della teatralità delle nostre recite sociali.

Accostamento insolito ma originale è poi quello della compagnia Il Dottor Bostik, veterana del teatro degli oggetti, che con il suo spettacolo “Aida è servita”, punta sullo straniamento e la decontestualizzazione del melodramma, e su un letterale addomesticamento dell’elemento esotico e meraviglioso, che non rinuncia tuttavia all’afflato epico.

Nella regia di Alfonso Cipolla, l’opera di Verdi elegge come proprio scenario la tavola apparecchiata di una sala da pranzo, simile al muto banchetto che fa da cornice al romanzo “Il castello dei destini incrociati” di Italo Calvino.
A costituire l’ordito della narrazione non sono questa volta le carte dei tarocchi bensì curiose sculture antropomorfe di posate, scodelle, imbuti, caraffe, calici e cavatappi che, plasmati e manovrati dai tre commensali, prendono vita sulle note dell’Aida di Verdi.

Due ispirati melomani – i pregevoli cantanti lirici Oliviero Pari e Laura Scotti – intonano alcune delle arie più famose dell’opera verdiana con l’accompagnamento al pianoforte del bravo Gabriele Marzella e sotto gli occhi di uno sgomento terzo convitato, l’artista Dino Arru.
Sono proprio le mani esperte di questo impassibile burattinaio a reggere i fili metaforici della rappresentazione, attraverso la demiurgica animazione delle sue marionette – come l’elefantino ricavato da un bidone di latta o il coccodrillo-grattugia – e a rievocare, fra una portata e l’altra, la tragica storia della triste principessa etiope e del capitano dell’esercito egizio, che coraggiosamente sfidano divisioni etniche e lotte di potere per affermare un amore destinato alla sconfitta.

Il Dottor Bostik, Aida è servita

Il Dottor Bostik, Aida è servita

Piccolo difetto dell’architettura drammaturgica è la lentezza di alcune sequenze, che i protagonisti avrebbero facilmente potuto saturare assemblando in scena gli utensili o lasciando interpretare agli inorganici “attori” delle azioni più complesse e con maggior copia di comparse. Ma è presumibile che sia stata una scelta quella di scarnificare l’opulenza scenica e i barocchismi tipici del più magniloquente genere operistico, privilegiando un’estetica “povera” fondata sull’essenzialità e la semplicità, sfruttando l’impronta artigianale e il tono di favola simposiale che prende prodigiosamente vita dal canto e dalle bollicine di champagne.
Dunque un teatro intimo, da camera, dal sapore rétro, che occhieggia segretamente a Wagner, riuscendo incredibilmente a ricreare, su piccola scala e in un caldo microcosmo di gozzoviglie casalinghe, la sua idea di opera d’arte totale.

E da una bottega d’artigiano all’altra, sempre nello spirito dell’interdisciplinarità e dell’ibridazione di linguaggi, la rassegna Incanti ci porta infine a curiosare nell’atelier del geniale allievo del marionettista Josef Škupa.
La collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema di Torino ha regalato quest’anno al pubblico del festival una vera e propria prelibatezza, la delicata poesia visiva del celebre “Walt Disney dell’Est”, noto soprattutto per il suo ultimo cortometraggio “Ruka” (La mano, 1965) sulle costrizioni che il potere e l’ideologia impongono all’arte. Si tratta del cineasta, scenografo e burattinaio ceco Jiří Trnka, regista, a partire dal secondo dopoguerra, di film di animazione in tecnica stop-motion, nonché illustratore di libri per l’infanzia.

Il suo “Sogno di una notte d’estate” del 1959 è la trasposizione in cinemascope e puppet animation del capolavoro teatrale shakespeariano, di cui Benedetto Croce diceva: “Sembra nato da un sorriso, tanto è delicato, sottile, aereo”.
Ebbene Trnka restituisce magistralmente questa qualità impalpabile, offrendo una delle migliori prove della propria arte cinematografica del ricamo, che si distingue per una cura modellistica e una cesellatura del dettaglio quasi maniacali. Esemplare è, a questo proposito, la resa del mantello della regina delle fate Titania, la cui filigrana è impreziosita da un’infinità di minuscole e floreali creature alate.
Quella di Trnka è infatti un’opera di ricercata oreficeria visuale, di maestria pittorica e di lirismo, capace di calare l’intricata trama del dramma shakespeariano – con la sua pluralità e simultaneità di piani narrativi – in un universo fiabesco ed onirico su scala miniaturizzata.

I piccoli pupazzi si muovono come se danzassero o levitassero, con una leggiadria quasi soprannaturale e una fluidità dei movimenti eccezionale, soprattutto se si considera la tecnica di ripresa a passo uno che tende per sua natura a frammentare, seppur tramite scarti quasi impercettibili, la successione dei fotogrammi.
Il risultato è un’atmosfera di arcana e sospesa magia, complici non solo i volti d’opale dei burattini – con i loro occhi ombreggiati che ne rendono enigmatico e contemplativo lo sguardo – ma anche la voce narrante del cantastorie, che virgilianamente scorta lo spettatore fra queste coppie di amanti, intenti a respingersi ed attrarsi come magneti impazziti sulla tela di questo romantico sogno di inizio autunno.

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