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Emma Dante, tra Pulle e vita: "Il mio non è un teatro d'intonazione"

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Emma DanteAppena mi sono accordato con lei per quest'incontro, in molti hanno iniziato a raccomandarmi attenzione, perchè leggende metropolitane vogliono si diverta a mettere in particolare difficoltà i suoi interlocutori giornalisti. Così, quando nel pomeriggio del primo marzo, giorno dell’ultima replica italiana di "Le Pulle", Emma Dante mi si è parata davanti nella platea del Mercadante di Napoli, ho subito cercato d'intuire dall’incedere, deciso e di femminilità così particolare, di che umore fosse e come affrontarla. Di una cosa ero certo: tenermi lontano dagli argomenti consueti, tipici delle interviste che la riguardano (a’ famigghia, a’ S’cilja, e tutto il resto del baule che fa parte dell’iconografia del personaggio). L’obiettivo era, semmai, raccontare un po’ più di lei, non del personaggio ma della persona, sfidandola sul suo terreno, quello del pasto crudo, dello "sbraniamoci e lasciamoci". E mentre pensavo a quale incipit avrebbe potuto stendere l'avversario al primo colpo, proprio scendendo la scaletta che porta dal palco in platea, a poche file dall'inizio del primo round, ecco la reciproca tragicomica confessione: da quella mattina nessuno dei due riusciva a togliersi dalla testa l'assillante motivetto che aveva vinto Sanremo pochi giorni prima... Inizio disarmante, crollato ogni incipit possibile. A quel punto ho affrontato l'intervista all'arma bianca, partendo dal nucleo concettuale della sua ultima creazione, un'operetta scassata più che un musical: questo è "Le Pulle" per Emma Dante.

A dieci anni dalla fondazione della compagnia Sud Costa Occidentale, la regista palermitana ha spiazzato tutti, tirando fuori dal cilindro una messa in scena di silenzi e canzoni, di scricchiolii d’ossa e di assordanti e caotici angoli di strada frequentati da ragazzi di vita: il racconto di cinque ragazzi finiti per strada, nella trasfigurazione fra vita sognata e vita reale, binario immaginifico dello spettacolo.
"Le pulle" è una co-produzione internazionale fra Mercadante Teatro Stabile di Napoli, Théâtre du Rond-Point Paris (dove è stato in replica fino all’11 aprile) e Théâtre National de la Communauté Française di Bruxelles (dove sarà dal 9 all’11 maggio). Emma Dante ci tiene a sottolineare l’importanza di questa co-produzione, per diverse ragioni: innanzitutto lo spettacolo, dopo la prima assoluta a Napoli, rimarrà in tournée due mesi fra Belgio e Francia (Rouen, Strasburgo, Toulouse...), fino a metà giugno, tra festival e ospitalità. Altro motivo è che, anche lei, è costretta ad affidarsi a co-produzioni internazionali per sviluppare il suo percorso creativo, come moltissimi registi della sua generazione, ossia quella definita - usando un’espressione coniata durante l'intervista - degli “emersi in apnea”. Perchè non si riescono a consolidare produzioni tutte italiane per promuovere la scuola dei registi nazionali? “Semplicemente perché se ne fottono” risponde lei lapidaria: per disattenzione, perchè non c'è interesse.

Nella video-intervista che proponiamo oggi, registrata nella platea del Mercadante di Napoli prima che si riempisse di pubblico, Emma Dante non ha lesinato le parole, raccontandoci come è nato questo lavoro, come si è evoluta la sua poetica, parlando del teatro e della critica di casa nostra, fino a proporre i nomi di qualche giovane e interessante talento che sta emergendo. Sbranandoci per bene, s’intende, e giocando di provocazione fino al finale dantesco. Nel senso di Emma, ovviamente. 

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