Industria Indipendente: madri senza àncore di salvezza

E' tutta colpa delle madri

Il Valle pieno per E’ tutta colpa delle madri (photo: Valeria Tomasuolo)

Il Teatro Valle è gremito. Quasi sorprendente per uno spazio considerato “alternativo”.
Siamo alla seconda rappresentazione di “È tutta colpa delle madri” di Industria Indipendente. La prima ha registrato un altrettanto significativo pieno di platea e di ordini di palchi in questo storico tempio del teatro romano.

A Roma il Valle Occupato è riuscito a darsi un calendario che cerca di rispettare la sua natura di contenitore accogliente per ciò che spesso avrebbe poche possibilità di esprimere contenuti: ecco allora la rassegna Altresistenze.

Al Valle insomma le cose procedono, tra sostenitori e critici, nella ricchezza di laboratori, dibattiti, incontri, prime di spettacoli di cui il teatro è anche produttore. Com’è il caso di Industria Indipendente, che solo per come si chiama meriterebbe una possibilità, un ingresso in quel luogo segreto e intimo che col tempo hanno intessuto le giovani Erika Z. Galli e Martina Ruggeri.

Vengono da altrove, come potete leggere in questa intervista già uscita su Klp. Forse proprio per questo ci mettono entusiasmo e un rischio non indifferenti. Una generosità che, per chi ha visto i loro spettacoli precedenti come il lancinante “Mush”, non può lasciare indifferenti.

“Mia madre diceva sempre: Marì impara il cuore e mettilo da parte, non si sa mai che un giorno ti serve veramente”, si confidava la protagonista del loro “Crepacuore”, vincitore di vari premi.
Negli ultimi anni sembrano aver focalizzato la loro attenzione su una donna, figlia, madre, martire e peccatrice, profondamente umana, la Galli e la Ruggeri. Nel loro fare teatro che viene dalle arti performative, dalla video-arte.

Il pubblico si è finito di sistemare. È una bella sensazione questa moltitudine che circonda. Sul palco iniziano a muoversi figure femminili, ombre che prendono forma e verità mano a mano che il buio si trasforma in penombra.
Una voce di donna registrata, una guida ideale, che titolerà e lancerà frasi di senso a introdurre/avvalorare i capitoli/scene in cui si dipanerà tutto lo spettacolo per la sua ora scarsa di durata, ci coinvolge nel senso di abbandono che può produrre il seppellire la propria madre.

Introduce il prologo. Le figure, ammantate di nero, scendono dal palcoscenico in platea, e iniziano ad accompagnare una teca, che fino ad allora non era pervenuta allo sguardo. Dentro, sdraiata, una donna vestita di rosso, Regina Orioli, dorme la sua morte.
Ne rimangono solo tre lassù, a spiegarci “le conseguenze del parto naturale”, come la voce ci informa che si intitola l’Atto primo.

Anna Basti, Sara Pantaleo, Aurora Peres le attrici che saranno da qui fino all’epilogo protagoniste. Due parlano di dolore in italiano, una in tedesco, sopratitolata. La frase “ci sono parole che nascono mute” galleggia nell’aria.

Amore, inadeguatezza, incomprensione, odio, desiderio di accoglienza, ascolto, si mischiano, per arrivare con l’Atto Secondo, “Adesso o mai più”, ad imprimersi nelle parole che scorrono, videoproiettate, sul fondale nero, mentre c’è chi suona il piano dal vivo, il viso della Orioli che si materializza.

Atto terzo: “È tutta colpa delle madri”. Tre abiti in stampella scendono dal cielo/graticcia del teatro nella penombra del palco, le note di Jeff Buckley che arriva al cuore con la sua indimenticabile “We are fall in love sometimes” salgono mentre le tre interpreti si vestono, danzando, abbracciando se stesse con affetto, passione, rabbia. Diventano uomini/padri.
Una di loro, con la voce amplificata e modificata per scimmiottarne una maschile, delinea grottescamente una vita esangue ed esanime.

Ci raggiunge l’epilogo. Il tributo dei String quartet a “Motion picture soundtrack” dei Radiohead accoglie l’arrivo in scena della Orioli, scalza, una regina vestita di rosso. In un crescendo emotivo, costretta fisicamente, una donna in nero che la avvinghia da dietro, costringendola nei movimenti, bloccandole le braccia che alla fine prendono del tutto libertà e parola, racconta la sua storia/favola/dramma di donna, figlia, madre, martire e peccatrice, profondamente umana.
Circondata dalle “figlie”, le affronta, cercando un abbraccio, lottando con esse, provando a rimettersele nel grembo. Sarà sconfitta, e uscirà di scena.

Con il patrocinio di Amnesty International, che si giustifica soprattutto per l’elenco, a un certo punto, dei nomi delle martiri femminili che hanno sacrificato la propria vita all’emancipazione, “È tutta colpa delle madri” ha i pregi e i difetti di ogni debutto, avendo il sapore di un’opera da comprendere, affinare, introiettare, fare davvero propria, non solo per le interpreti ma anche per le sue stesse ideatrici.

Tante idee interessanti, tanto cuore che deve trovare una via preferenziale col cervello e viceversa, tanti registri che devono avere un loro centro e una loro priorità, dando l’impressione di passare dal grottesco al drammatico, con colpi d’ala da rendere più incisivi.
Una centratura e un’essenzialità che arriverà forse col tempo. Entrando a patti anche con le loro ambizioni, negli anni cresciute.

Del resto sono partite da una performance con una sola interprete, come ammettono nell’incontro che segue allo spettacolo, per realizzare questo studio così carico di senso, che si deve sciogliere e liberare per far arrivare del tutto la propria sincerità. Così facendo diverranno ancora di più padrone di uno strumento, il teatro, che costantemente si trasforma, dimostrandosi ben vivo, nell’Italia dei burocrati e degli arrivisti che cercano continuamente di decretarne la fine.
Così che vien da domandarsi se, in quella madre di cui si denuncia il funerale e si evoca la lotta finale, non si possa vedere proprio la nostra cultura…

È TUTTA COLPA DELLE MADRI
di Erika Z.Galli e Martina Ruggeri
con Anna Basti, Sara Pantaleo, Aurora Peres, Regina Orioli
una produzione Industria Indipendente e Teatro Valle Occupato
Produzione esecutiva Viviana Broglio
Media partner FaceMagazine
Social media partner Fattiditeatro
Ufficio stampa Chiara Vigliotti
Opere Davide Dormino | Alessandro Di Cola
Costumi Claudio Di Gennaro
Luci Davide Manca
Direttore di scena Lucio Duca
Sonorizzazione Abacom System
Video Maker Paola Rotasso
con il patrocinio di Amnesty International

durata: 50′
applausi del pubblico: 1′ 30″

Visto a Roma, Valle Occupato, il 12 gennaio 2014
Altresistenze


 

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