Inteatro: 35 anni di storia per ripartire dai giovani?

In Tahrir di Muta Imago

In Tahrir di Muta Imago (photo: Stefano Augeri)

Trentacinquesima edizione di Inteatro, il festival di Polverigi i cui fasti si allontanano sempre più nel tempo, miti favolosi che “noi anziani” raccontiamo ai giovani che ancora lo frequentano – pochi rispetto al pubblico che ricordiamo – ma sempre incuriositi e desiderosi di conoscere.

Dopo 35 anni di storia sembra un piccolo festival nato da poco, che ancora si deve fare le ossa, ripiegato su se stesso, autoreferenziale quel tanto che basta a farti sentire completamente staccato dal luogo che lo ospita, dal territorio che lo ha accolto e nutrito per tanti anni e che adesso lo guarda indifferente, come cosa non sua. Forse a causa dei tempi storici in cui viviamo, che ci richiamano ad una attenzione rinnovata e innovativa verso i luoghi e verso le persone: questa è stata la sensazione più forte che mi ha colpita nel percorrere i bellissimi viali di Villa Nappi, nel guardare i giardini spenti, nel camminare dentro le vie del paese. Questo senso di straniamento e lontananza, in contrapposizione alla sensazione passata di essere una comunità, noi che seguivamo il festival, all’interno di una comunità, quella formata dai polverigiani, che ora sembra senza punti di contatto e conoscenza reciproca.

La prima tappa è al Teatro della Luna per “In Tahrir. Studio sulle tracce di Gihan” dei Muta Imago, un nome una garanzia, verrebbe da dire; la solita precisione e professionalità a cui ci hanno abituato, padronanza della materia drammaturgica, sonora, registica.
Attraverso le tracce che una giovane giornalista egiziana ha lasciato in rete, la compagnia cerca di ricostruire i giorni della Primavera Araba, non per spiegarla, interpretarla o commentarla, ma più che altro per dare il rimando di dove siamo noi occidentali, da dove guardiamo questi fatti.
Lo spettacolo diventa lo specchio di una comunità che vive sui social network, che fa di Twitter lo strumento di connessione e lotta, per la quale il cellulare è compagno indispensabile di raccordo. Emblematica è la figura della giornalista che, contattata più volte su Facebook, non ha mai risposto a queste voci che la cercavano per avere un contatto umano oltre che virtuale, fantasma che vive di cinguettii, filmati, racconti.


La scelta è quella di sonorizzare una delle tante manifestazioni che hanno avuto luogo in piazza Tahrir mediante le tecniche che il teatro e la tecnologia permettono: schermi, video, piani amplificati, cellulari, microfoni, un grande impianto sonoro e rumoristico che si impossessa della scena, catalizzando l’attenzione. L’abilità trascende la storia, che trova la sua unica traccia emozionale nella presenza scenica di Chiara Caimmi: i suoi sguardi lanciati, la sua corporalità viva ridonano una realtà a tutto il virtuale dispiegato.

Ci si trasferisce al Cinema Italia, grande bocca teatrale aperta sulla strada del paese. In scena Marco D’Agostin in un nuovo lavoro, condiviso nell’ideazione e sulla scena con Francesca Foscarini: “Per non svegliare i draghi addormentati”.
Lo spettacolo non trova però una strada definita, resta come in un accenno costante a qualcosa che mai si realizza, la noia incombe in un ritmo che mai si risolve. Non compaiono draghi, cavalieri, castelli; ci sono solo piccoli gesti accennati, timidi, non osati, subito spenti o trascinati in ripetizioni strutturali che non avvincono.
La freddezza del pubblico alla fine è la chiara testimonianza di un progetto che non ha saputo o potuto trovare una strada giusta di realizzazione, in cui l’idea di partenza forse convincente non ha saputo generare visioni, paesaggi forti e interessanti.

Nel secondo giorno di festival il freddo e la pioggia ci attanagliano, la Villa – ahinoi – è sempre più vuota.
Saliamo alla sala Sommier per “This place” di Giulia Ferrato, progetto IFA selezionato per la produzione e la presentazione al festival.
La sala è coperta da quella che sembra carta da pacchi a simboleggiare una terra bruna, una distesa desolata senza punti di riferimento. Su questa distesa la danzatrice corre, frena, spostandola in un equilibrio precario, la accartoccia fino a farne una base solida da cui partire, la lascia per sondare altri spazi, ci ritorna cercando inutilmente di renderla uguale a prima.
Il sonoro, prima incentrato sul rumore della carta stropicciata, accartocciata, viene soppiantato da un canto nostalgico di donna. Un progetto onesto, chiaro nel suo svolgimento, la cui resa è affidata a oggetti “poveri”; la sensazione è quella di essersi mantenuti nei corretti canoni di una creazione ma senza osare, senza voli arditi del pensiero e del corpo, dalle emozioni contenute.

Un clima non certo estivo accoglie anche la performance di Osk

Oskar Gomez Mata

Oskar Gomez Mata (photo: Steeve Iunker)

ar Gomez Mata, frutto di un workshop di due giorni che l’artista ha tenuto con 12 performer a Polverigi. L’attesa è permeata da quel lieve imbarazzo che sempre accompagna la partecipazione a eventi che richiedano la partecipazione diretta del pubblico.
La performance “Sin titulo” si risolve in una camminata dentro le stanze della villa, in fila, condotti dolcemente dai performer, e in un monologo delirante sussurrato all’orecchio di ogni persona del pubblico da un altro performer steso a terra, che ci ha attirati a stenderci sopra di lui. Sopra di noi, invece, si stende il nostro Caronte, e in questo contatto di corpi scorre la voce che diventa un monologo senza repliche o interazione.
Ci alziamo e ce ne andiamo con qualcosa di indefinito sulle spalle: una provocazione?

Chiacchiero con uno dei giovani performer che hanno seguito il workshop, mi racconta delle domande che hanno focalizzato il loro lavoro: l’indagine sul confine tra la realtà dell’attore e la finzione del personaggio, quale genere di rapporto si instaura fra questa creatura e il pubblico, se lo spettatore debba essere preso così come viene oppure se debba essere impostato per la pièce, e di come questi campi di indagine abbiano aperto la strada alla realizzazione della performance finale. Temi importanti che due soli giorni di workshop non possono forse esaurire.
Mi racconta anche di un bel clima di scambio tra gli artisti presenti al festival (70 in questa edizione), di una bella accoglienza da parte del festival stesso, note positive e ottimistiche lanciate da una mente fresca e sgombra, non gravata dai ricordi e non appesantita da aspettative. Forse, penso, Inteatro Villa Nappi Festival è di nuovo giovane per i giovani di adesso. Parafrasando i fratelli Coen, “non è un festival per vecchi”.

In Tahrir. Studio sulle tracce di Gihan
Ideazione: Chiara Caimmi, Riccardo Fazi, Claudia Sorace
Regia: Claudia Sorace
Drammaturgia, suono: Riccardo Fazi
Direzione tecnica: Maria Elena Fusacchia
Elaborazione video: Luca Brinchi, Maria Elena Fusacchia
Consulenza alla rumoristica: Edmondo Gintili
Con: Chiara Caimmi, Riccardo Fazi
Organizzazione: Manuela Macaluso
Produzione: Muta Imago
Coproduzione Roma Europa Festival 2013, Regione Lazio

durata: 40’
applausi del pubblico: 1’

Per non svegliare i draghi addormentati
Ideazione e direzione: Marco D’Agostin
A partire dal Progetto Choreoroam Europa
In collaborazione con Francesca Foscarini, Remo Ramponi, Floor Robert
Luci: Remo Ramponi
Scrittura musicale: Paolo Persia
Consulenza tecnica: Enrico Fabris
Costumi: Edda Binotto
In scena: Marco D’Agostin, Francesca Foscarini, Floor Robert
con il sostegno di CSC/OperaEstate Festival Veneto, INteatro POlverigi, Fondazione Teatro COmunale città di Vicenza, Anagoor/La conigliera, Teatro Fondamenta Nuove
Progetto vincitore del Premio Prospettiva Danza Teatro 2012 e promosso dal progetto interregionale di promozione della spettacolo dal vivo Teatri del Tempo Presente a cura di MIBAC-Direzione generale per lo spettacolo dal vivo

durata 40’
applausi del pubblico: 30”

Sin titulo
di e con: Oskar Gomez
performance finale del workshop tenuto dallo stesso Oskar Gomez per 12 performer

durata: 10’
applausi del pubblico: 1’

This place
danza e coreografia: Giulia Ferrato
canto: Chiara Orefice

durata: 20’
applausi del pubblico: 1’


 

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