Interno5 e le ombre della ribalta

Mangiare e bere. Letame e morte

Alessandra Fabbri in Mangiare e bere (photo: Angelo Maggio)

“L’esigenza immediata di un attimo trionfa di tutti i potenti istinti di conservazione. É l’istante in cui lo scalatore lascia volontariamente l’appiglio perchè gli dolgono le dita, l’uomo sperduto nella neve vi si abbandona come un bambino, il fuggiasco braccato si ferma con i lombi in fuoco. Le mosche non hanno più la forza di sollevarsi dal vischio, ricadono un poco e in quell’attimo sono interamente umane”.
(Musil)

È stato lo spettacolo “Mangiare e bere. Letame e morte” della compagnia Interno5 a chiudere la 17^ edizione del festival Scenari Pagani prima di arrivare al Valle Occupato di Roma.

Il lavoro è costruito sul tema della metamorfosi, antico quanto il mondo, che in ogni epoca ha affascinato filosofi, scrittori, artisti; da Pitagora a Esopo, da Ovidio e Apuleio fino ai misteriosi autori dei bestiari medievali, per arrivare a Kafka e Landolfi.


Indagata come uno stato di contiguità, una “congiunzione di flusso” tra l’animale e l’uomo, la metamorfosi diventa qui il pretesto per parlare del teatro stesso e dell’animale da palcoscenico, per indagarne e sondarne i luoghi più bui dell’anima, sulla scia di celebri film come “Luci della ribalta” di Chaplin e “Viale del tramonto” di Billy Wilder.
L’analisi artistica avviene insomma attraverso un continuo rimando alla profonda relazione esistente tra la caduta nell’animalità da parte dell”uomo e il bisogno di un’ascensione verso l’umanità da parte dell’animale.

In proscenio, su una superficie composta da frammenti di vetro, in mezzo ad arbusti, ci accolgono tre secchi carichi di fango/creta; sul fondale pende un altro secchio. Ha inizio così un racconto dai toni sognanti e intimistici, intriso di ricordi d’infanzia, che catapulterà il pubblico in una imprevedibile e vorticosa composizione di vari e diversi elementi scenici, fatta di voci fuori campo, luci, ombre, danze e monologhi, tutti tesi a dar forma a un universo popolato da animali ammaestrati in cerca di una redenzione, di una carezza, di uno sguardo, e di artisti soli e abbandonati, elemosinanti attenzioni, considerazione e applausi.

È attraverso l’aneddoto biografico di Martha Graham che lo spettacolo approda all’apice della propria valenza contenutistica e formale. Come la Norma Desmond di “Viale del tramonto”, ingessata nei ricordi di un mitico passato e incapace di accettare i limiti che la vecchiaia inesorabilmente infligge al corpo, la grandiosa danzatrice sprofonda, ubriaca e folle, nella più cupa disperazione.

Luci basse proiettano sul fondale scuro due lunghe e distorte ombre dell’interprete, Alessandra Fabbri, mentre lei sola, al centro della scena, volteggia su se stessa accompagnata da una musica d’archi incalzante.
Il secchio sul fondo vibra, risonanza di quel volteggiare; la danzatrice cade e si rialza, riprende a volteggiare, di nuovo cade e si rialza, a più riprese. Le sue fragili caviglie non sostengono più le pindariche piroette di un tempo.
Proprio come la mosca di Musil, con sforzi disperati la Fabbri tenta di liberarsi dalla propria viscosità invisibile, da “quel nulla che la ingiotte”, la fragilità e l’incapacità di accettare i limiti del proprio corpo. “Il palcoscenico è farsi male fisicamente e psicologicamente in continuazione” afferma la voce fuori campo.

Forse il teatro, e tutto ciò che rappresenta, non è che caduta e redenzione, ombra e luce allo stesso tempo, fango e cerone impastati insieme, sembra suggerirci il regista Davide Iodice, dove il disagio esistenziale e la vulnerabilità diventano prerogativa essenziale per produrre arte.

Interessante l’utilizzo delle luci alla ricerca di effetti visivi suggestivi e originali, con giochi di ombre distorte e allungate dal vago sentore inquietante (che riportano alla mente anche i grandi film espressionisti tedeschi), e uno studio accurato sui toni caldi e impalpabili, capace di creare un’atmosfera rassicurante che avvolge con calmo tepore l’attrice nei suoi racconti più intimistici e sognanti.
“Mangiare e bere. Letame e morte” è un susseguirsi di immagini esteticamente ineccepibili per la ricercatezza formale, dove la cura per la resa estetica dei movimenti, del disegno luci, della composizione dello spazio manifesta un’accuratezza anche per i minimi dettagli.

Tuttavia al lavoro sembra mancare qualcosa. Anche quando l’interprete rompe la quarta parete e fa salire sul palco uno spettatore per farlo danzare con sé, si ha come l’impressione che una barriera invisibile non venga mai oltrepassata veramente: lo scambio reale di emozioni con il pubblico fatica ad emergere. Ed è proprio qui, nel mancato coinvolgimento emotivo del pubblico per ciò che si compie davanti ai suoi occhi, lo scarto che ancora dovrebbe compiersi, affinché quell’incontro reale e anelato fra artista e spettatore avvenga davvero, fino in fondo.

MANGIARE E BERE. LETAME E MORTE
regia, luci, spazio scenico e drammaturgia: Davide Iodice
con: Alessandra Fabbri
coreografia: Alessandra Fabbri e Davide Iodice
costumi: Enzo Pirozzi
foto di scena: Irene De Caprio

durata: 45′
applausi del pubblico: 2′ 45”

Visto a Pagani, Teatro Centro Sociale, il 5 aprile 2014


 

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