Interplay 20/20: vent’anni di sfide. Intervista a Natalia Casorati

Natalia Casorati
Natalia Casorati

Ha debuttato ieri sera, 20 maggio, la ventesima edizione di Interplay, il festival di danza contemporanea organizzato a Torino da Mosaico Danza e diretto da Natalìa Casorati.
Che al coronavirus non ha deciso di piegarsi, e ha ribattuto con la ferma intenzione di festeggiare questo traguardo.

Ecco allora il “piano B”, una forma digitale di festival, dal 20 al 30 maggio con cinque serate in streaming: un programma di spettacoli trasmessi nella loro interezza, introdotti da un’intervista all’artista condotta dalla stessa Casorati insieme a un giornalista (visibili su Facebook, Instagram, Youtube e sul sito).
Una modalità, quella dell’incontro con l’artista, che Mosaico Danza era solito sperimentare dopo lo spettacolo, in teatro, e che adesso viene modificato per far fronte all’emergenza sanitaria.

A Silvia Gribaudi (di cui leggerete su Klp fra qualche giorno un’intervista), con l’acclamato “Graces”, il compito dell’inaugurazione del festival, seguito da We Compagnie con l’energia di “Match 2”, in un dialogo immaginario fra artisti italiani ed esteri che caratterizza da sempre lo spirito del festival.
Ma non è tutto: perché a questa versione digital (dove il pubblico interagisce con commenti live) ne seguirà una ‘diffusa’ sul territorio, tra settembre e novembre, rafforzando quello che è un altro dei punti forti di Interplay: portare, con i Blitz Metropolitani, la danza fuori dai teatri, facendola incontrare anche allo spettatore casuale.

“Il lungo lavoro di ricerca, programmazione, organizzazione e logistica inserito nei più importanti circuiti internazionali non si può rimandare: troppi gli impegni degli artisti e degli addetti ai lavori, fitto il calendario degli altri festival”. Ecco perché si è deciso di proseguire e, parallelamente, di posticipare all’autunno gli spettacoli che si sarebbero realizzati in site specific o in urbano, trovando ospitalità in altre manifestazioni: “L’emergenza rende tutti più vicini, se non fisicamente, almeno progettualmente, tramutando in ricchezza quello che avrebbe potuto essere una criticità”.

La prima parte di Interplay vedrà 10 compagnie a maggio, mentre in autunno saranno 13, per un totale di più di 100 artisti coinvolti provenienti da 14 nazioni diverse.

Del resto il tema del festival 2020 è quello della sfida: e non per venire incontro alla contingenza epidemiologica che ha colpito il mondo. Il tema, assicura Casorati, era stato scelto prima della pandemia di Covid-19, ma certo poi è diventato ancor più urgente e attuale.
“La sfida, la competizione vista come gara per la supremazia sta mettendo a nudo le debolezze e fragilità dei singoli rispetto alla natura troppo maltrattata e a un sistema che lascia molti ai margini della società, che difficilmente accoglie e riconosce “gli altri” come parte di sé stesso”.

“In una fase complessa come questa, un segnale di resilienza come quello che Interplay vuole offrire ci dà l’occasione per guardare avanti con fiducia e mettere al centro dell’attenzione il mondo dell’arte e della danza – dichiara Natalìa Casorati – Mi auguro che il festival digital rappresenti uno stimolo positivo per tutti coloro che sentono fortissima la mancanza dello spettacolo dal vivo e magari una occasione di scoperta, da casa propria, per chi non aveva ancora approcciato il nostro mondo”.

Per la seconda serata, la compagnia francese (La)Horde presenta domani alle 21 “To Da Bone”, una danza che si ispira alla scena musicale hardcore techno anni ’90 e che utilizza diversi stili, dalla hard-dance al tek style e allo shuffle, ma in particolare il jumpstyle, concentrato su salti e movimenti delle gambe. A seguire “Posare il tempo_estratto”, presentato in short format da Claudia Catarzi.

A Natalia Casorati abbiamo posto qualche domanda su questi vent’anni di danza contemporanea.

(La)Horde (photo: Laurent Philippe)

(La)Horde (photo: Laurent Philippe)

Vent’anni di Interplay. Avresti voluto festeggiarli magari in altro modo, ma non ti sei lasciata abbattere e anzi, hai praticamente raddoppiato, con una prima parte digitale cui seguirà, a settembre, quella ‘diffusa’. Rispetto ad altri festival cancellati, la tua reazione al coronavirus è stata immediata e incisiva!
Sì, effettivamente non avrei mai potuto immaginare che ci saremmo trovati coi teatri chiusi, ma la criticità che si è creata con l’emergenza Covid-19 ci ha imposto di trovare forzatamente un’altra soluzione. Siamo una delle prime manifestazioni che aprono la stagione primaverile/estiva dei festival, non avremmo avuto tempo di capire cosa sarebbe successo, né immaginare di posticipare tutto il progetto, sovrapponendoci ad altri festival e alle stagioni dei teatri, ma anche per l’impossibilità a trovare teatri liberi (per maggio li prenoto un anno prima).
Alle volte le situazioni difficili sono anche uno stimolo per reinventarsi e trovare soluzioni alternative. Quindi ho deciso di investire il budget che avrei speso per hotel, diarie e viaggi nel rafforzare la parte digitale e di comunicazione sul web. Ci tengo a precisare che, anche se gli spettacoli non avverranno fisicamente in teatro, i cachet alle compagnie italiane programmate saranno pagati ugualmente.

Come hai visto cambiare questi 20 anni di danza contemporanea?
E’ cambiata molto, così come sono cambiati anche i teatri… La danza contemporanea funziona nei teatri a gradinata, con il palcoscenico in basso e il pubblico in alto. Funziona nelle piazze, per strada, nei musei. Noi abbiamo sempre difeso la danza outdoor, e paradossalmente con la pandemia e la chiusura dei teatri, tutti stanno immaginando di portare gli spettacoli fuori dai teatri. Spero che questo spinga il Mibact a riconoscere questa forma di fare spettacolo, che non prevede biglietto, ma che porta la cultura verso la gente, proprio quella più in difficoltà, che spesso non ha i soldi per andare a teatro. Ma sono andata fuori tema, rispetto alla tua domanda…
Dunque, potrei dirti che si è passati da una danza più narrativa, tipica degli anni ‘90 (e penso al teatrodanza), a una più libera di contaminare il linguaggio del contemporaneo prendendo spunti dal folclore, piuttosto che dall’hip hop o dalla break dance e oggi dal jumpstyle… Una danza che si svolge anche sul posto.
Questo è significativo per quelle generazioni che vivono nelle periferie della grandi città, dove la danza è anche una forma di protesta per una società che li esclude. E’ quel tipo di danza che vedremo ad esempio nello spettacolo della compagnia (La)Horde “To da Bone”, in scena per Interplay domani 22 maggio.

Hai un occhio molto attento al panorama internazionale: cosa ‘invidi’ delle strutture straniere? 
Dipende quali Paesi stranieri: diciamo che quelli del nord Europa hanno budget molto più alti dei nostri, investono maggiormente sulla cultura del contemporaneo, hanno pratiche amministrative molto più snelle… questo aiuta i giovani, la creatività e la sperimentazione.
Da noi le cose stavano cambiando, ma temo che la grande crisi che ci aspetta con il post emergenza Covid-19 non aiuterà le piccole imprese culturali, che erano anche quelle aperte a sostenere i giovani, l’innovazione e la sperimentazione. Ma spero di sbagliarmi…

Una delle tue prerogative è la cura che metti nel far crescere e creare relazioni anche con danz’autori non ancora così affermati. Quali sono le soddisfazioni maggiori che hai ricevuto, da questo punto di vista, negli anni?
In 27 anni di lavoro ho fatto moltissimi progetti a favore dei giovani artisti e in particolare a sostegno della cultura della danza contemporanea. Se mi volto indietro penso a quanta energia avevo. Ho costruito relazioni con moltissimi partner internazionali, immaginando progetti pilota che facilitassero la mobilità dei nostri giovani coreografi, tramite residenza o date all’interno di festival e stagioni dedicate ai giovani artisti. Parliamo di più di 12 anni fa… Molti degli artisti che avevamo coinvolto nei nostri progetti oggi sono affermati, e questa per me è una grandissima soddisfazione.

Immagina Interplay fra altri 20 anni: cosa ti auguri per il festival?
Ah ah… tra 20 anni sarò una vecchietta che andrà a teatro a godersi i festival che organizzano gli altri!

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