Interplay e il talento di sorprendere, da Tecnologia Filosofica a Shi Pratt

Nacreous di Resodancer (photo: Gilles Aguilar)
Nacreous di Resodancer (photo: Gilles Aguilar)

La serata conclusiva del festival Interplay cala il sipario sulla diciottesima edizione con una pregevole eterogeneità di proposte, una policromia stilistica che è da sempre punto di forza del festival, capace di reinventarsi continuamente. Come nel fiume di Eraclito non si può entrare due volte e bagnarsi nella stessa identica acqua, così è impossibile che Interplay si ripeta e decada nella monotonia.

E la serata conclusiva dell’edizione 2018 si apre, forse non a caso, su un registro concettuale di sapore eracliteo, “Boule de neige” (in prima nazionale), della compagnia di teatro-danza Tecnologia Filosofica, gruppo che opera stabilmente a Torino dal 2001. I coreografi e ballerini Stefano Botti e Aldo Torta trasportano subito il pubblico di Interplay in un’atmosfera di raccoglimento mistico, realizzando un rituale ascetico volto a sondare le infinite gradazioni del silenzio, una sostanza la cui trasparenza è incarnata simbolicamente dall’acqua.
Attraverso una plastica fluidità del gesto e un’esemplare coordinazione dei movimenti, i due artisti si cimentano, con grazia flessuosa, in figure speculari dalla lentezza ipnotica, disegnando nell’aria, con il solo librarsi delle braccia, invisibili e sinuose circonvoluzioni di fumo. In modo molto suggestivo e straordinariamente fedele i due interpreti riescono a riprodurre il flutto di un’onda marina che si infrange sulla riva, con il suo maestoso e pigro moto di risacca, e i suoi improvvisi gorghi e mulinelli.
Contemporaneamente, sul lenzuolo bianco che come un corso d’acqua cade verticale sul palco a tagliare in due la scena, vengono proiettati versi poetici e immagini di vapore, gocce di pioggia e turbini di neve che rappresentano, scadendo a tratti in una teoresi didascalica, il panta rei eracliteo o il torrente delle meditazioni del Siddharta di Hermann Hesse, quando scopre che il tempo non esiste, “che il fiume si trova dovunque in ogni istante, alle sorgenti e alla foce […] e che per lui non vi è che presente, neanche l’ombra del passato, neanche l’ombra dell’avvenire”.

Di respiro decisamente meno contemplativo è invece il breve ma poderoso – in termini numerici – spettacolo outdoor “Re: Rosas”, riproposizione della famosissima performance delle sedie “Rosas danst Rosas”, creazione della compagnia belga Rosas, firmata 30 anni or sono da Anne Teresa Keersmaekern e già portato in scena a Torino per la Giornata Internazionale Unesco della Danza il 29 aprile scorso.
Hanno aderito al progetto alcune delle principali scuole di danza del territorio, coordinate da Piemonte dal Vivo e dalla coreografa Elena Rolla. Quattro gruppi di sedie disposti a raggiera, quasi petali di un fiore meccanico, compongono la ruota di un complesso ingranaggio polifonico, costruito attorno alla reiterazione e variazione sequenziale di pochi movimenti base. L’apparente sincronismo della massa è però costantemente inceppato dalla serie divergente di azioni compiute da sparse mine vaganti, che spezzano la compatezza simultanea dell’unisono. È la Differenza nel cuore del Medesimo, la dissonanza che, innescata da un singolo elemento discorde, si propaga come un contagio disturbando ed alterando il collettivo. L’impressione è tuttavia quella di una paradossale, formidabile armonia, un congegno ad orologeria di cui va elogiata l’impeccabile precisione esecutiva.


Si prosegue poi con “Moving Closer” del coreografo e performer Andrea Gallo Rosso, che riesce con semplicità ad affiancare danzatori professionisti e amatoriali, fra cui degli immigrati richiedenti asilo.
I danzatori, ballando liberamente sulla musica di un cellulare, si fanno largo tra gli spettatori seduti a terra nel foyer e si introducono nel cerchio magico sulle note di “Dance me to the end of love” di Leonard Cohen. La colonna sonora sfuma da uno stile musicale all’altro, di tanto in tanto incantandosi, come un disco rotto che costringe gli interpreti a paralizzarsi, congelando il proprio movimento. Un basso elettrico accompagna dal vivo la performance, mentre gli assoli di una danzatrice professionista intercalano le meno pretenziose figure corali del gruppo, coniugando però abilmente le diverse velocità e competenze individuali, ed impartendo – con la licenza delle sovraletture – un’efficace lezione di integrazione.

Giselda Ranieri in T.I.N.A. (photo: mosaicodanza.it)

Giselda Ranieri in T.I.N.A. (photo: mosaicodanza.it)

Il tema del divenire ritorna invece in “Nacreous”, coreografia in prima nazionale dell’israelo-statunitense Shi Pratt, che è forse anche la performance di più alto livello tecnico, impatto emotivo e potenza lirica della serata. Il termine nacreous significa “madreperlaceo”, e proprio di questa tonalità è l’illuminazione che incipria il nero del palco su cui si esibisce la Resodancer Company.
Le luci, curate da Olivier Bauer, crivellano la scena dall’alto come bianchi fasci di sole che si insinuino da sottili pertugi di roccia a perforare l’oscurità di una grotta. Sul fondo di questa spelonca, immersa in una penombra lattiginosa e in una musica cupa tra lo stridente e il sincopato, quattro danzatori in jeans brancolano con movenze d’aracnide nell’opacità fumosa e quasi iridescente di un Tempo indeterminato, sospeso fra il primordiale e il postumano. La trasformazione è il motivo programmatico di una performance la cui architettura sembra articolarsi proprio attorno alla pulviscolarità dei giochi di luce, che cambiando progressivamente sorgente e direzione, modellano lo spazio e ne restituiscono l’aleatoria e mutevole liquidità. Shi Pratt, che dichiara di ispirarsi al pensiero del filosofo e sinologo francese François Jullien, intende riflettere sull’ininterrotto ed ostinato evolversi di tutte le cose, la costante ed impercettibile metamorfosi dell’ambiente nel quale siamo immersi, che inevitabilmente ci influenza e che a nostra volta inconsapevolmente modifichiamo; la fluidità del processuale, magistralmente resa dall’instabilità di una coreografia che alterna senza soluzione di continuità assoli ed interazioni a due e a quattro componenti, disintegra così quella logica della fissità e dell’entità statica e delimitabile che è tipica dell’ontologia filosofica. La sensazione, complice forse il buio della scena e un tappeto sonoro che vagamente ricorda il battito cardiaco, sembra quella di un dolore latente della materia, uno struggente formicolio tellurico, un’elegia magmatica e sotterranea di forze in tensione o un vorticoso brulicare di molecole dotate d’intelligenza e malate di solitudine.

Epilogo all’insegna dell’ironia è infine affidato a T.I.N.A di Giselda Ranieri, dal 2010 danzatrice nella compagnia ALDES diretta da Roberto Castello e dal 2014 è autrice associata della stessa. La Ranieri, infagottata e incappucciata in un buffo k-way arancione la cui impermeabilità sembra presagire il franto soliloquio che di lì a poco ubriacherà il pubblico, fa il suo ingresso tragicomico in scena come pesce agonizzante sulla battigia, strisciando goffamente ed emettendo grida strozzate che suscitano immediatamente l’ilarità della platea. L’attrice si lancia poi, a velocità vertiginosa, in una schizofrenica glossolalia, una sorta di convulso grammelot composto di parole smozzicate e incipit conversazionali stereotipati che, imitando i disturbi di ricezione del mezzo televisivo e radiofonico, paiono simboleggiare le interferenze della comunicazione interpersonale e le scissioni psicologiche private.

Questo febbrile esercizio di zapping cerebrale e di virtuosistica euforia verbale si traduce in un’isteria corporea di sussulti spasmodici simili a contrazioni ed automatismi involontari, che rivelano una notevole perizia nel controllo dei micromovimenti. Capovolgendo il celebre acronimo coniato dalla Thatcher, che con lo slogan “There Is No Alternative” sosteneva l’imprescindibilità politica del neoliberismo economico, Giselda Ranieri intende ritrarre la frenesia di questa nostra epoca impaziente che ci impone il fardello inverso di un eccesso di possibilità fra cui scegliere e ci vede vittime di una patologica ansia da prestazione relazionale. Il rischio fronteggiato dal soggetto contemporaneo è infatti quello di una silenziosa implosione dietro le molteplici maschere spersonalizzanti che la vita sociale richiede di indossare o quello di una progressiva disgregazione e derealizzazione dell’io nella pluralità di sollecitazioni informative che costellano la nostra quotidianità iperconnessa.

Ed è così che la dissociazione perturbante di Giselda Ranieri congeda il pubblico di Interplay omaggiando fortuitamente proprio quella sindrome da personalità multipla che è l’anima più autentica e apprezzabile di questo festival, che salutiamo all’anno prossimo confidando nella sua capacità di sguardo sempre fresco e nuovo sul reale.

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