Interplay Festival: chiusura all’insegna di Shakespeare e Kinkaleri

Wachter/Schafitel - Kinkaleri (mosaicodanza.it)
Wachter/Schafitel - Kinkaleri (mosaicodanza.it)

Wachter/Schafitel – Kinkaleri (mosaicodanza.it)

Interplay, edizione numero nove del festival organizzato a Torino dall’associazione Mosaicodanza, ha chiuso i battenti la scorsa settimana con due performance non prive di punti di contatto, soprattutto per ciò che riguarda una certa visione dissacratoria della rappresentazione artistica.

Coraggioso l’approccio con cui Katja Wachter e Katrin Schafitel affrontano la più celebre delle tragedie shakespeariane. La performance suddivide l’opera in quattro sezioni: ‘sinopsys’, ‘famous quotes’, ‘character profile’, ‘the final act’. Il Principe di Danimarca indossa una t-shirt personalizzata e ci introduce, parlando al microfono in un italiano quasi perfetto, ad una personalissima e rocambolesca reinterpretazione dell’Amleto, distanziandosi immediatamente da qualsivoglia intelleggibilità organica della tragedia.

Si parte con un avanzamento vertiginoso di quattro atti in quattro minuti, per una decostruzione che mira a concentrare tutti i suoi elementi sul quinto atto nell’arco dei trenta minuti seguenti.
Coreografie ben congegnate, fatte di gesti spezzati, ritmi forsennati di tedesca precisione, cadute a morte e silenziose attese. A turno una delle due ragazze si avvicina al microfono per leggere, in inglese da foglietti estratti a caso dalle tasche, versi celebri della tragedia.


E’ una performance dalla vena autoironica, con timide incursioni sul terreno della gag. Il duello con Laerte è un videogame genere ‘picchiaduro’ dove la danza si mescola alla scherma e alle arti marziali.
I passi di questo spettacolo, parlati o danzati che siano, vanno a collidere ed incrociarsi con le numerose citazioni, proiettate sullo sfondo, tratte da studi sull’Amleto: da Baab a Wilde, da Freud a Goethe.
Sarà il microfono stesso, infine, a ribellarsi, a pretendere una resa. Un silenzio delle parole che metta insomma fine al teorizzare, allo scavare, all’ossessione psicanalitica infinita. Amleto muore: si spengono le voci, le azioni, le parole proiettate sullo schermo.
Pensiamo che il futuro possa condurre Katja Wachter ad una spinta più decisa verso la ricerca drammaturgica. Aspettiamo. Nel frattempo, “the rest is silence”.

Marco Mazzoni/Henry/L’uomo dello staff apre la scala, sale sulla scala, traffica con un proiettore, fa funzionare il proiettore che, accendendosi, squarcia il buio della sala.
Marco Mazzoni/Henry/L’uomo dello staff ridiscende a terra, richiude la scala e la rimette al suo posto.
Si guarda attorno… via libera.

Marco Mazzoni/Henry/L’uomo dello staff (oramai soltanto più Henry) può finalmente improvvisare il suo personalissimo show al riparo da occhi indiscreti. Per un breve lasso di tempo si trasforma, o meglio: per un breve lasso di tempo Henry torna ad essere il grande Henry Rollins, l’ex Black Flag, la rockstar dagli addominali scolpiti che cita Nietszche e beve solo the. Attacca il jack all’amplificatore e si produce in una versione a cappella di “What have I got”, urlando la sua rabbia nel microfono e lanciandosi poi in volo d’angelo sulla folla scatenata. Tutto è possibile quando si hanno a disposizione due divanetti gonfiabili e un po’ di fantasia. Tutto torna ad esser vero, come lo era qualche anno prima.

Anche l’adrenalina è quella vera, facilmente influenzabile com’è anch’essa, dalla fantasia. Gli addominali invece no, non sono più quelli di una volta. La dice lunga quella maglietta nera a nascondere i gonfiori della birra (ma non beveva solo the?) e coprire un corpo nudo, un tempo invece orgogliosamente esposto insieme a tutti i tatuaggi. “Yes Sir!” è il secondo dei tre lavori del progetto “The Hungry March Show” dedicato dal gruppo pratese alla decadenza (Steve McQueen e Baryshnikov i protagonisti degli altri due episodi). La parabola di un’esistenza e l’odore di un declino, reso più amaro, se possibile, dalla “stucchevole simpatia” del personaggio vissuto da Mazzoni.

Kinkaleri si fa beffe della danza e del teatro, li svuota di significato per poi riempirli come divanetti gonfiabili. In maniera più o meno geniale, più o meno noiosa, più o meno concettuale, continua a soffiare dentro al mondo un qualcosa che non è danza forse, non è teatro forse, ma forse… non è nemmeno ‘nulla’.

Hamlet for Two
di Katja Wachter
danza e coreografia: Katrin Schafitel‚ Katja Wachter
costumi: Evelyn Straulino
visual: Jan Wachter
luci: Karl Schlagenhaufer
durata: 35′
applausi del pubblico: 2′ 10″
prima nazionale

 


The hungry march show. Yes‚ Sir!

progetto e realizzazione: Kinkaleri
con Marco Mazzoni
costume: Scultura Morbida Marlene Mangold
co–produzione: Kanuti Gildi Saal‚ Tallinn Estonia
in collaborazione con: SPAM! Spazio per le Arti Contemporanee
ringraziamenti: Fratelli Edison
con il sostegno di: Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Dipartimento dello spettacolo
SRS Regione Toscana
durata: 41′
applausi del pubblico: 2′ 06″

Visti a Torino, Cavallerizza Reale – Manica Corta, il 27 maggio 2009
Interplay/09 Festival Internazionale di Danza Contemporanea

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