Io non sono Cristo, sono Nijinsky. Baryshnikov e Wilson incantano Milano

Letter to a man (photo: crtmilano.it)

Letter to a man (photo: crtmilano.it)

“Io non sono Cristo, io sono Nijinsky”.
Baryshnikov fa capolino dal sipario del Teatro dell’Arte di Milano e dà il via ad un ritornello che ci accompagnerà per tutto lo spettacolo.

Siamo alla prima milanese di “Letter to a Man” (esaurite tutte le repliche) e, come da tradizione per i grandi eventi, lo spettacolo è iniziato già prima, in platea, dove tra i molti volti noti spiccano Giorgio Armani (che ha vestito il Baryshnikov in scena e che la nostra telecamera ha intercettato a fine spettacolo) e un visibilmente teso Robert Wilson.

Sul palco c’è invece la lucida follia del grande danzatore russo Vaslav Nijinsky (1890 – 1950) che nei primi anni del ‘900 era la promessa indiscussa della scuola pietroburghese, una stella tramontata troppo presto tra le mura del manicomio, e di cui ci resta un impetuoso diario scritto nel 1919 e pubblicato in Italia da Adelphi. Un diario (quattro quaderni in principio censurati in alcune parti) da cui emerge anche la visione di Nijinsky dei Balletti Russi, con la figura di Djagilev (che lo lanciò, e il titolo dello spettacolo è tratto proprio da una lettera di Nijinsky all’impresario russo) come di un essere demoniaco, e di uno Stravinskij avido e calcolatore.

A distanza di un paio d’anni da “The Old Woman”, un altro sodalizio lega Wilson a Baryshnikov, e l’esito è lì, sotto gli occhi incantati di tutti.
C’è un filo sottile che collega ogni tassello di questo assolo teatrale. Baryshnikov è forse l’unico artista al mondo che può interpretare Nijinsky: conosce il Balletto di Kirov, di cui è stato étoile, ma da metà degli anni Settanta ha scelto gli Stati Uniti, dove si è scoperto anche attore riuscendo ad ottenere una nomination all’Oscar (“Due vite, una svolta” del ’77).

Per presentarci Nijinsky Baryshnikov sfrutta tutto questo, senza di fatto “danzare” quasi mai. E’ lì, con il suo cerone bianco, i guanti e l’abito elegante, un artista d’altri tempi incastrato nell’orologio perfetto della macchina wilsoniana, vittima degli ingranaggi che girano, delle scene che cambiano, delle musiche che si interrompono bruscamente, dei cambi al buio (forse un po’ troppo lunghi) e delle luci dipinte.

Reagisce a tutti questi attacchi registici con le armi che gli sono proprie: dai movimenti millimetrici allo sguardo straniato, al ritmo ripetuto delle poche frasi a disposizione che, in russo o in inglese, lo intrappolano in un mondo che è un’infinita serie di livelli assurdi di un altrettanto paradossale videogame. Quasi come una marionetta i cui fili siano saldamente presenti nelle mani della mente, vittima di sé stessa e della proverbiale precisione di Wilson.

Impossibile tenere a memoria gli innumerevoli cambi di luci e scene che ci accompagnano, come una sonda, nell’analisi del progressivo precipitare nella malattia mentale che Nijinsky cercò disperatamente di documentare nei suoi diari. Perché è di questo che lo spettacolo vuole parlarci, scegliendo la strada che Wilson ha ormai tramutato in genere rivoluzionando tutti gli ambiti scenotecnici del teatro.
I fari vengono sostituiti da teste mobili, i fondali sono enormi superfici di colore cangiante che sottolineano lo stato d’animo irrequieto del protagonista, le quinte si allargano e restringono per celare quei meccanismi che permettono illusioni di pochi secondi. Sagome, simboli e piccoli oggetti nascono e muoiono sul palco in continuazione.

Letter to a man (photo: crtmilano.it)

Letter to a man (photo: crtmilano.it)

In “Letter to a man” Nijinsky è così rievocato da un altro celebre collega, peraltro diversissimo da lui sia nella fisicità che nel modo di muoversi, posto al servizio di un enorme affresco teatrale che sfiora la perfezione. L’unico ingrediente inserito in misura ridotta pare l’anima, il cuore del monologo parlato che Wilson sembra mettere un po’ nell’angolo per lasciar maggiore spazio al gesto.

“Sono felice perché sono amore. Amo Dio e perciò sorrido a me stesso – scriveva Nijinsky dei suoi diari – La gente pensa che impazzirò, pensa che perderò la testa. La testa l’ha persa Nietzsche perché pensava. Io non penso, quindi non perderò la testa”.

Vi lasciamo agli applausi finali registrati alla prima milanese.

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