Ipercorpo: da Zaches a Elisa Gandini. Videoreportage sulle forme della nuova scena

Zaches Teatro -
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Zaches Teatro – ‘Il fascino dell’idiozia’ (photo: Francesco Givone – zaches.it)

Il navigatore mi fa uscire dall’autostrada buttandomi nell’agro romagnolo, fra stradine monocorsia, trattori di mostruosa grandezza e odore di mosto, per una due giorni ai Magazzini Interstock di Forlì, insieme ad operatori, studiosi e artisti della scena italiana. Ipercorpo, festival fra teatro e filosofie, si interroga da alcuni anni sulla nuova arte e sulle contaminazioni di linguaggio entro e oltre lo spazio scenico.

“Pensare la forma” il titolo di questa edizione, un momento d’incontro per ascoltare, dialogare ed assistere a spettacoli in uno spazio che di convenzionale non ha nulla: capannone industriale con sala-bar dipinta di rosso, frigorifero dada, poltrone, divanetti e sedie residue di qualche cinema dismesso. E’ la casa di Città di Ebla, il luogo di un festival nato dall’accordo di alcune giovani compagnie (fra cui gli Ebla stessi, Pathosformel e Santasangre) per rendersi visibili fra di loro e agli altri.
Il programma va naturalmente oltre quello che il videoreportage di Klp (in due parti) documenta, per restituire un colore che nasce dal mix fra la nostra presenza e la disponibilità degli artisti a mettere il loro lavoro a fattor comune.

Il “Concerto per harmonium e città” dei Pathosformel ha una forma diversa, nello spazio aperto, da quella vissuta a Dro, e trova qui più respiro l’indagine sui percorsi, metaforici e reali.
Ci piace molto il “Ballet Domestique (premier etage)” di Elisa Gandini: lo spettatore guarda dall’esterno, attraverso le finestre aperte, gli interni che si animano di scene fra l’espressionista e l’art brut. Ad abitare i paesaggi sospesi sono donne in gabbia, fra memoria e reale: l’ottima e crudamente eterea Valentina Bravetti e la stessa Elisa Gandini, sul tapis roulant acustico di Dario Neri. Carnale e tagliente.
Di contenuto immaginifico è anche “Il fascino dell’idiozia” di Zaches Teatro. Nasce dai bui di Goya, da quelle tele in cui sembra venir fuori una figura umana e invece è un mostro, o viceversa. Un mix fra teatro e danza da incoraggiare, non banale, fatto di cose semplici ma curate. Da pulire, forse, ma in più spunti intriga.

Chiudiamo con il concerto per chitarra e meccaniche strutturate. Potente l’incontro fra le vibro-percussioni di Dario Neri, studioso di fisica acustica, realizzatore di architetture metalliche di raffinatissimo artigianato sonoro, e la chitarra “piùchedistorta” di Francesco “Fuzz” Brasini, fuoricampo rispetto all’attività con gli Zapruder. Teatrale per solo orecchio.

Ma è così: ad Ipercorpo senti, vedi e odori con la mente, in periferia della periferia, fra una mucca che rumina inconsapevole e un meccanico che ricostruisce una Vespa, chiedendoti cosa importa di sapere veramente dove sta andando il teatro. Io sto qui che aspetto Bartali. E, se non passa, prendo una birra dal frigo dada, nella stanza rossa nel capannone industriale, fuori Forlì, nella Romagna industrial-contadina, in uno stato fra il rilassato e l’Italia.

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