Homesick, con lo sguardo israeliano di Iris Erez

Homesick - Iris Erez

Adriatico MediterraneoHomesick (photo: Gadi Dagon)

è un festival sulle rive dell’Adriatico che, tra fine agosto e inizio settembre, lancia un ponte fra le diverse culture che si affacciano su questo mare, rendendo Ancona luogo di incontro, scambio e interazione.
All’interno del festival di quest’anno, conclusosi domenica scorsa, la sezione “Sguardi su Israele” ha portato come pregevole regalo, direttamente da B.Motion di Bassano del Grappa, “Homesick”, ultima produzione di Iris Erez, danzatrice israeliana indipendente, collaboratrice di numerosi coreografi tra cui Yasmeen Godder, nella cui compagnia è rimasta per sette anni.

In Italia ha presentato così un lavoro perfettamente strutturato, in un crescendo avvolgente che traccia incontri e abbandoni, scambi e chiusure, aperture e ‘rintanamenti’.

Si cerca la casa in “Homesick”, intesa come posto dove abitare ma anche di luogo del sé; e nel cercarla si incontra l’“altro da noi”, cercato e sfuggito, che contamina entrandoci dentro e lasciando parte del suo sentire. Veniamo modificati, in qualche maniera perfino stravolti, pur rimanendo forse uguali: ecco allora quella fragilità del luogo che rivendichiamo come nostro accompagnarsi alla fragilità personale, per la quale rimaniamo stranieri nella vicinanza.

La “casa” è esemplificata allora da uno strato di cartone ondulato che copre il pavimento, superficie su cui muoversi, sotto cui nascondersi, dai cui strappi emergere, i cui pezzi portare con sé rivendicandone il possesso, come si portano appresso i ricordi e il nostro sentire, ultimo baluardo di difesa per affermarci tra stranieri che non ri-conosciamo; ma un cartone che è anche presenza ingombrante tra i piedi dei danzatori, che rimanda al fastidio dei luoghi affollati, dove è difficile muoversi e ritrovarsi, paesaggio sempre mutevole e invadente, che mano a mano si degrada frantumandosi.

E in parallelo si frantumano anche le tipicità dei singoli, che la vicinanza impegna in una lotta di sopravvivenza. I danzatori si infilano l’uno nella maglia dell’altro, in un trasferimento continuo di identità che crea spaesamento, un non riconoscersi e perdersi. Ma c’è tuttavia una sorta di intimità in questo scambio di maglie, che spesso è anche il muoversi dentro lo stesso indumento. I danzatori appaiono in una condizione di lotta per non essere cancellati, inglobati, ma questa lotta non è fatta da lontano, delegando il contrasto a elementi neutri, i danzatori sono quindi costretti a odorare ognuno il sudore dell’altro, a mettersi letteralmente nei panni altrui. Ed è qui che la sfera personale diventa politica, ed entra in campo prepotentemente una realtà in cui due popoli e due nazioni condividono lo stesso luogo, contendendoselo per poterlo chiamare – ognuno – “casa”, e lì affermare la propria identità.

Anche il finale assume una valenza politica: due danzatori raccolgono intorno a sé il terreno/cartone tormentato, frammentato, ridotto a brandelli, in un ultimo gesto di possesso; ma questo raccogliere trasforma il cartone in bellissimi e ricchissimi abiti, ed è come una pace che, improvvisa, arriva a distendere dopo tanto lottare, una pacificazione in cui si può trovare una forma e un senso del vivere. Il movimento rallenta, il tempo si addensa, l’immagine si fissa.

Gli applausi esplodono spontanei dopo tanta tensione e rendono merito a una danza che sa emozionare, sempre viva, così realmente assunta dai corpi dei danzatori da riuscire ad allontanarsi in maniera totale dai codici per diventare espressione vera dell’essere.

HOMESICK
coreografia: Iris Erez
danzatori-creatori: Asaf Aharonson, Ofir Yudilevitch, Tami Lebovits
sound designer: Reckless Feet
costume Designer: Inbal Lieblich and Tamar Levit
stage Designer: Hilla Ben-Ari
luci: Tamar Or
produzione: Alon Schwabe
in collaborazione con Ufficio Culturale dell’Ambasciata di Israele
durata: 40’
applausi del pubblico: 4’

Visto ad Ancona, Teatro Studio alla Mole, il 28 agosto 2011

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