Oscar De Summa e Armando Iovino sull’Isola dell’apartheid

Armando Iovino e Oscar De Summa
Armando Iovino e Oscar De Summa

Armando Iovino e Oscar De Summa (photo: teatroarvalia.it)

È vera la storia narrata in questa pièce del 1973. È vera la vicenda di due detenuti in un’isola il cui nome non viene nominato, ma che è di certo quello di Robben Island. È vero che questa prigione si rese famosa per aver tenuto prigioniero Nelson Mandela facendone arrugginire le catene lungo ventisette lunghi anni. È vero quel Sud Africa in cui si veniva rinchiusi per oscure ragioni politiche e all’apparenza per eccesso di melanina nella pelle. È vero – scientificamente – il senso di solitudine e di abbandono che un luogo simile radica nell’animo umano al punto da annichilirne la volontà di reagire. È vero che il polso che incatenano al tuo diverrà, col tempo, l’unico di cui riconoscerai le fattezze, l’unico di cui non avrai paura. È vero che, come quelli dei lager, gli orrori dell’apartheid sono finiti. Ma è vero che le loro ombre restano lì, tolgono luce, impediscono di aggiungere e di leggere accanto ai nomi di certe persone la specifica: “essere umano”.

La compagnia teatrale Isola Teatro prende il nome proprio dal titolo di questo testo, la cui produzione nel 2004 ha dato via a un curriculum in continuo fermento (Premio Lia Lapini 2009 per “Senza Lear”, “La strada ferrata” in finale a Scenario 2007).
“The Island”, scritto dai sudafricani Athol Fugard, John Kani e Winston Ntshona, conserva di questi ultimi due il nome di battesimo e cuce sul loro rapporto di “compagni di cella” la metafora dei 42 anni di regime razzista in Sud Africa.
La pièce ebbe ottima circolazione dal 1974 in poi in Inghilterra (Royal Court Theatre e Old Vic) e negli Stati Uniti (Edison Theatre), fruttando un rarissimo Tony Award ex-aequo ai due attori.
La scena si apre con la mimica (perfettamente eseguita dai due attori) di un lavoro massacrante e senza senso in cui i due si scambiano carriole piene di terra, svuotandole l’uno della postazione dell’altro. Corse in tondo ed esercizi fisici sotto il sole cocente, l’immagine simbolo dei polsi incatenati, come impossibilità di ogni fuga. Le divise kaki stropicciate e strappate, le coperte sudice, un secchio ammaccato e uno straccio sono gli unici oggetti di scena. Il resto è grande performance e prossimità vincente, con la quale i due attori forgiano uno strumento drammaturgico affilato.

Tra le torture e le minacce dei carcerieri, gli inquietanti racconti di punizioni corporali e il continuo alludere all’indefinita durata della pena, s’insinua, nel testo, una storia sotterranea: la rappresentazione, davanti a carcerati e guardie, dell’ “Antigone” di Sofocle, di cui John (Oscar De Summa) ha deciso di occuparsi. Sembra sepolta qui la speranza di far capire ai carnefici l’ingiustizia della loro condotta, un’ingiustizia che uccide. Come Amleto con la “Trappola per topi”, John sogna di sensibilizzare coscienze che hanno invece scelto di non essere sensibilizzate. E Winston (Armando Iovino), più terreno, più disilluso, non vuole interpretare Antigone perché teme lo scherno. Tra i due personaggi si tesse una trama di affetto e di unione, l’empatia creata dal condividere una situazione limite. Un “esaurimento delle possibilità” (detta in termini deleuziani) che ha molto dei personaggi di Beckett.
La notizia che dopo tre mesi John verrà rilasciato è un’esplosione. Non di gioia, nemmeno di incredulità. Di commozione. La commozione che porta con sé l’amarezza di qualcosa da lasciare indietro: proprio quell’empatia.

La traduzione e la regia accurate di Marta Gilmore riducono a zero l’esigenza di orpelli scenografici, anche perché si affidano al grande controllo dimostrato da De Summa e Iovino. Complici anche una ripresa dello spettacolo a diverso tempo dall’ultima replica e una platea purtroppo semivuota, si notano alcune dissonanze nei ritmi e soprattutto in posizioni e movimenti composti nel piccolo spazio. Il momento della messinscena di “Antigone”, in particolare, risente di qualche goffagine che è davvero un peccato. Ma De Summa è potente nella sua presenza virile quanto Iovino lo è nella sua ombra di femminilità repressa. Tra i due personaggi vive un rapporto sanguigno creato davvero alla perfezione. Le loro risate e i loro abbracci, esplosi sotto l’ambra del piazzato di scena, sono un caldo benvenuto alla partecipazione. Iovino/Winston comanda la scena nella fantasiosa descrizione dell’arrivo della libertà di De Summa/John, mentre quest’ultimo offre una luminosità rara nel costruire il personaggio forte, con cuore grande e mani forti.
Stupisce, come stupiva ne “La strada ferrata”, la capacità di Marta Gilmore di lavorare con lo schema a dialogo, il suo gusto per il racconto partecipato, il suo montare movimenti stretti eppure ariosi. Uno spettacolo davvero interessante.

L’ ISOLA
di Athol Fugard, John Kani, e Winston Ntshona
traduzione e regia: Marta Gilmore
interpreti: Oscar De Summa, Armando Iovino
produzione: Isola Teatro
durata: 59’
applausi del pubblico: 1’ 48’’

Visto a Roma, Teatro Arvalia, il 3 marzo 2010

tre stelle

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